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domenica 1 luglio 2012

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania

ARTICOLO TRATTO DAL SOLE24ORE DEL 30/06/2012


Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia.
Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa.
Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873.
Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio.
La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%).
Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali.
Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla.
Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

ARTICOLO TRATTO DAL SOLE24ORE DEL 30/06/2012

giovedì 3 maggio 2012

Storia amministrativa delle Due Sicilie

Valli siciliani e giustizierati federiciani
Nel XII secolo, l'affermazione degli Altavilla sugli altri casati Normanni e la nascita del primo glorioso Regno di Sicilia, che univa sotto la guida di Ruggero II i territori della Contea di Sicilia, dei Ducati di Puglia e Calabria, del Ducato di Napoli, del Principato di Capua e dell'Abruzzo (sottratto al Ducato di Spoleto), originò una iniziale suddivisione amministrativa dei territori continentali del regno, che venivano organizzati dalla corona palermitana in tre "province": Apulia, Calabria e Terra di Lavoro. I confini di questi distretti erano piuttosto labili e la loro struttura amministrativa non era ben definita. Nel XIII secolo, con Federico II, che già da tempo cercava di contenere il potere feudale a favore di quello regio, si assiste all'istituzione dei giustizierati, ovvero distretti di giustizia imperiale governati da funzionari nominati dal sovrano, i giustizieri, che rappresentavano l'autorità regia a livello provinciale. I giustizierati federiciani rappresentano un punto fermo nella storia amministrativa della Sicilia citeriore, poiché è dall'evoluzione di questi distretti, che avverrà nel corso dei secoli senza veri e propri stravolgimenti, che si struttureranno le attuali regioni e province "meridionali". L'imperatore organizzò il regno in undici giustizierati: due insulari e nove peninsulari. La Sicilia, sin dall’epoca araba, era stata ripartita in tre valli (al maschile): il Val di Mazara, il Val di Noto ed il Val Demone. La parola Vallo deriva dal termine arabo Wilāya, che, appunto, indicava ciascun distretto amministrativo arabo. Federico, invece, stabilì che l’isola fosse amministrata da due giustizieri: uno per la Sicilia occidentale (grossomodo il Val di Mazara) e uno per la Sicilia orientale (grossomodo il Val di Noto e il Valdemone). In sostanza, veniva individuato il fiume Salso quale confine naturale tra le due parti dell’isola ed istituiti i due distretti denominati: Justitiaratu Siciliae citra flumen Salsum e Justitiaratu Siciliae ultra flumen Salsum. Geograficamente, comunque, l’antica tripartizione in valli non fu abbandonata e riprese, in epoca successiva, ad avere valenza anche amministrativa per essere definitivamente soppressa solo nel 1812. Sul continente, invece, Federico II istituì i giustizierati di: Abruzzo (il grosso dell’Abruzzo e parte degli odierni Lazio e Marche), Basilicata (pressappoco la moderna Basilicata), Calabria (le moderne province di Reggio, Vibo e, in parte, Catanzaro), Valle di Crati e Terra Giordana (le moderne province di Cosenza, Crotone e, in parte, Catanzaro), Capitanata (grossomodo l’attuale provincia di Foggia e parte del Molise), Terra di Bari (province di Bari e Barletta – Andria – Trani), Terra d'Otranto (grossomodo la provincia di Lecce e le province di Taranto e Brindisi), Principato e Terra Beneventana (le province di Avellino, Benevento e Salerno) e Terra di Lavoro e Contado di Molise (le province di Napoli e Caserta, l’odierno Lazio meridionale e il grosso dell’attuale regione Molise e parte dell’Abruzzo).

Angioini ed Aragonesi
Nel 1273, con gli angioini, l'Abruzzo, considerato troppo esteso per essere ben governato, fu suddiviso in Aprutium ultra flumen Piscariae e Apriutium citra flumen Piscariae, ovvero Abruzzo Ultra (a nord e ad ovest) e Abruzzo Citra (a sud-ovest). Il confine tra i due nuovi giustizierati era segnato dal fiume Pescara. Allo stesso modo, il Principato e Terra Beneventana, assumendo come confine i monti Picentini, fu suddiviso in Principatus ultra serras Montorii (Principato Ultra – grossomodo le province di Avellino e Benevento) e Principatus citra serras Montorii (Principato Citra – la provincia di Salerno), ovvero Principato al di là delle montagne di Montoro (a nord) e Principato al di qua delle montagne di Montoro (a sud). Nel 1280, invece, importanti modifiche territoriali interessarono i giustizierati calabresi. Il grosso della Terra Giordana (crotonese e catanzarese) fu staccato dalla Val di Crati (grossomodo la provincia di Cosenza) ed annesso al giustizierato di Calabria (che già comprendeva le province di Reggio, Vibo e parte dell’odierno catanzarese). Nel 1538, in epoca aragonese, il Contado del Molise fu separato dalla Terra di Lavoro e aggregato, dal punto di vista amministrativo, alla Capitanata, rimanendovi legato fino alle riforme napoleoniche e murattiane del XIX secolo. Infatti, sebbene non fosse infrequente che un solo giustiziere amministrasse più province, va notato che il Molise (considerato un giustizierato vero e proprio, con tanto di stemma, lasciato poi in eredità alla moderna provincia di Campobasso), prima del 1806, non ebbe mai una amministrazione autonoma, restando legato ora alla Terra di Lavoro, ora alla Capitanata. In epoca aragonese, comunque, assistiamo ad una prima rottura con l'organizzazione territoriale federiciana: la figura del giustiziere viene sostituita con quella del funzionario regio, mentre i distretti territoriali del Regno di Napoli vengono chiamati più semplicemente province. Un altro cambio terminologico interessa le province calabresi, che nel XVI secolo, acquisiscono la definitiva denominazione di Calabria Citra (Calabria citra flumen Nhetum, per la parte settentrionale) e Calabria Ultra (Calabria ultra flumen Nhetum, per la parte centro-meridionale). Con l’assetto così raggiunto, le 12 province napolitane (contando anche il Molise), seppur con diverse variazioni territoriali (alcune, come quelle molisane, anche importanti), manterranno invariato il loro numero e la loro denominazione fino alla riforma napoleonica del 1806.

Il decennio francese
Con la legge 132 del 1806 Sulla divisione ed amministrazione delle province del Regno, varata l'8 agosto di quell'anno, Giuseppe Bonaparte riformò la ripartizione territoriale del Regno di Napoli sulla base del modello francese e soppresse definitivamente ciò che restava del sistema dei giustizierati. Negli anni successivi (tra il 1806 ed il 1811), una serie di regi decreti completò il percorso d'istituzione delle province con la specifica dei comuni che in esse rientravano e la definizione dei limiti territoriali e delle denominazioni di distretti e circondari in cui veniva suddivisa ciascuna provincia. In particolare, la riforma amministrativa prevedeva l'istituzione di due nuove province e la separazione amministrativa tra Molise e Capitanata.
Nel 1806, dunque, l'Abruzzo Ulteriore viene scisso in due: Aquila resta capoluogo della parte orientale della provincia, che assume la denominazione di Abruzzo Ulteriore II; mentre Teramo viene elevata a città capoluogo della nuova provincia di Abruzzo Ulteriore I. Sempre con lo stesso intervento legislativo, viene istituita la Provincia di Napoli per distacco dall'antica provincia di Terra di Lavoro (eccezion fatta per i comuni di Gragnano, Lettere, Pimonte e Casole – oggi Casola di Napoli – distaccati dalla provincia di Principato Citra). Per quasi settecento anni, infatti, la città di Napoli era stata parte della Terra di Lavoro, senza, però, esserne il capoluogo. È da ricordare, in ogni caso, che la capitale del Regno di Napoli, in quanto tale, ebbe, prima del 1806, un’amministrazione separata da quella della provincia di appartenenza. La definizione dei confini nel processo di separazione amministrativa tra Molise e Capitanata (con la prima che adottava - novità assoluta - degli organi istituzionali indipendenti dalla seconda) fu, invece, abbastanza farraginosa; tanto che solo il 4 maggio 1811, dopo il trasferimento del circondario di Larino, e, quindi, anche di Termoli, dalla Capitanata, e del territorio di Petacciato e del circondario di Agnone, dall'Abruzzo Citra, vennero definitivamente individuate le delimitazioni della provincia, che raggiunse la conformazione dell'attuale regione Molise.
Tra le altre innovazioni introdotte dai francesi vi fu anche la suddivisione delle province in successivi livelli amministrativi gerarchicamente dipendenti dal precedente. Al livello immediatamente successivo alla provincia individuiamo i distretti che, a loro volta, erano suddivisi in circondari. I circondari erano costituiti dai comuni, l'unità di base della struttura politico-amministrativa dello Stato moderno, ai quali potevano far capo i villaggi (detti “rioni” in Calabria Citra, “ville” in Abruzzo e “casali” in Campania), centri a carattere prevalentemente rurale. La riforma, infatti, riguardò anche l’introduzione del concetto di ente comunale, che si sostituiva a quello plurisecolare di “università” (Universitas) di origine longobarda.

La Costituzione siciliana
La Sicilia, che non fu occupata dai napoleonici, fu interessata, comunque, da una riforma amministrativa nel 1812, allorquando in occasione dell’abolizione della feudalità, della promulgazione della nuova Costituzione e di una radicale riforma degli apparati statali, fu abolita anche l'antica suddivisione amministrativa in Valli. Il territorio venne organizzato in 23 distretti, che furono delimitati seguendo i criteri stabiliti dallo studioso ed astronomo Giuseppe Piazzi, che tenne conto delle caratteristiche naturali, economiche e demografiche delle varie zone dell'Isola. In particolare, si osservò che i confini amministrativi dovevano ricalcare quelli fisici, come fiumi, monti e valli; che i fiumi principali, impraticabili d'inverno, non dovessero separare aree del medesimo distretto; che le città maggiormente popolate e favorite da circostanze locali (quali una certa equidistanza dagli altri centri del distretto o una più agevole raggiungibilità) dovessero diventare i capoluoghi.
In seguito alla fusione della corona napoletana con quella siciliana, che riunì le Due Sicilie in un unico stato, Ferdinando I, con una legge varata l'11 ottobre 1817, riordinò la ripartizione territoriale della Sicilia aggregando i distretti (divenuti 24, dopo l’istituzione del distretto di Acireale – avvenuta per scorporo dal distretto di Catania) in 7 province (o valli minori). I Reali Dominii al di là del Faro comprendevano le seguenti province: Provincia di Palermo, Provincia di Messina, Provincia di Catania, Provincia di Girgenti (Agrigento), Provincia di Noto (fino al 1837 Provincia di Siracusa), Provincia di Trapani, Provincia di Caltanissetta. Dunque anche le unità amministrative siciliane venivano strutturate in province, distretti, circondari, comuni e villaggi.

Le 22 province del Regno delle Due Sicilie
Sempre nel 1817, entrò in vigore il nuovo assetto territoriale della Calabria: fu stabilita, infatti, la divisione della Calabria Ulteriore (il cui capoluogo era fissato in Monteleone, l'odierna Vibo) in due province: la Calabria Ulteriore I (con capoluogo Reggio e corrispondente all'odierna provincia reggina) e la Calabria Ulteriore II (con capoluogo Catanzaro e corrispondente alle odierne province di Catanzaro, Vibo e Crotone). Con quest'ultimo intervento legislativo, il territorio del glorioso Regno delle Due Sicilie risutava ripartito in 7 province per i Reali Dominii al di là del Faro e 15 province per i Reali Dominii al di qua del Faro.

L'invasione garibaldesca
Nel 1860, con l'invasione garibaldina e piemontese, le province napolitane e siciliane vennero annesse al regno dei Savoia acquisendo l'informale denominazione di province meridionali. Nel 1861, la legge Rattazzi (legge sabauda del 1859) fu estesa a tutti i territori conquistati e le province delle Due Sicilie furono strutturate sul modello imposto dal Piemonte e mutarono gradualmente la loro denominazione. L'ultima provincia a cambiare nome fu la Provincia di Terra di Lavoro, che sopravvisse con questa denominazione fino al 1927, quando Mussolini ne decretò la soppressione trasferendo il suo territorio ad altre province (e, quindi, alle future regioni) e generando una frammentazione che dura ancora oggi.

AnTuDo
ANimus TUus DOminus
Il coraggio è il tuo signore