sabato 14 aprile 2012

UTILE BIBLIOGRAFIA SULLA VERA STORIA DEL RISORGIMENTO

* Fulvio Izzo, "I Lager dei Savoia" (1999), Ed. Controcorrente

* Di Fiore Gigi, "Controstoria dell'Unità d'Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento", Ed. Rizzoli

* Del Boca Lorenzo, "Indietro Savoia! Storia controcorrente del Risorgimento italiano", Ed. Piemme (collana Piemme pocket)

* Del Boca Lorenzo, "Maledetti Savoia", Ed. Piemme (collana Piemme pocket)

*Nicola Zitara, L'unità truffaldina, (liberamente scaricabile in formato HTML o RTF)

*Giuseppe Ressa e Alfonso Grasso, Il Sud e l'unità d'Italia, (e-book)

*Autori Vari, La Storia Proibita - Quando i Piemontesi invasero il Sud - Edizioni Controcorrente, Napoli 2001

*Carlo Scarfoglio, Il Mezzogiorno e l'unità d'Italia, Parenti Firenze

* Nicola Zitara, L'Unità d'Italia: nascita di una colonia

* Nicola Zitara, Tutta l'ègalitè, estratto dalla rivista Separatismo

* Nicola Zitara, Memorie di quand'ero italiano

*Carlo Capecelatro , Contro la questione meridionale, Savelli, Roma

*M. R. Cutrufelli, L'unità d'Italia: guerra contadina e nascita del sottosviluppo del Sud, Bertani Editore, Verona

*Antonio Ciano, I Savoia e il massacro del Sud, Grandmelò

* Angela Pellicciari, I panni sporchi dei Mille, (Liberal Edizioni)

*Antonio Grano, La chiamarono Unità d'Italia..., Napoli, Antonio Grano, 2009

* Pino Aprile, Terroni.Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali, Piemme, 2010

*Marc Monnier, Il Brigantaggio da Fra’ Diavolo a Crocco, Lecce, Capone

* Pierluigi Moschitti, Briganti e musica popolare dal nord al Sud, Gaeta, Sistema Bibliotecario Sud Pontino

* Francesco Saverio Nitti, Eroi e briganti, Milano, Longanesi, 1946.

* Massimo Dursi, Stefano Pelloni detto il passatore: cronache popolari, Giulio Einaudi Editore, 1963.

* Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 1966.

* Aldo De Jaco, Il brigantaggio meridionale: cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Editori Riuniti, 1969.

* Vincenzo Carella, Il brigantaggio politico nel brindisino dopo l'Unità, Fasano, Grafischena, 1974.

* Gaetano Cingari, Brigantaggio, proprietari e contadini nel Sud (1799-1900), Reggio Calabria, Editori Riuniti, 1976.

* Leonida Costa, Il rovescio della medaglia: storia inedita del brigante Stefano Pelloni detto il Passatore, Fratelli Lega, 1976.

* Francesco Barra, Cronache del Brigantaggio Meridionale (1806-1815), Salerno, S.E.M., 1981.

* Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico del Mezzogiorno d'Italia (1815-1818), Milano, Longanesi, 1982.

* Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico delle Puglie dopo il 1860 - Il sergente Romano, Milano, Longanesi, 1982.

* Antonio De Leo Antonio, Carmine Crocco Donatelli. Un Brigante guerrigliero, Cosenza, Luigi Pellegrini Editore, 1983.

* Raffaele Nigro, I fuochi del Basento, Milano, Camunia, 1987.

* Giuseppe Bourelly, Il Brigantaggio dal 1860 al 1865, Venosa, Osanna, 1987.

* Timoteo Galanti, Dagli sciaboloni ai piccioni - Il "brigantaggio" politico nella Marca pontificia ascolana dal 1798 al 1865, Sant'Atto di Teramo, Edigrafital, 1990.

* Carlo Alianello, La conquista del Sud: Il Risorgimento nell'Italia Meridionale, Milano, Edilio Rusconi, 1994.

* Carmine Donatelli Crocco, Mario Proto (a cura di) Come divenni brigante - Autobiografia, Manduria, Lacaita, 1995.

* Ferdinando Mirizzi, Briganti, arrendetevi!: Ricordi di un antico bersagliere, Venosa, Osanna, 1996.

* Francesco Gaudioso, Calabria ribelle. Brigantaggio e sistemi repressivi nel Cosentino (1860-1870), Milano, FrancoAngeli, 1996.

* Alberico Bojano, Briganti e senatori, Napoli, Alfredo Guida Editore, 1997.

* Aldo De Jaco, Briganti e piemontesi: alle origini della questione meridionale, Rocco Curto Editore, 1998.

* Antonio Boccia, A sud del Risorgimento, Napoli, Tandem, 1998.

* Denis Mack Smith, Storia d'Italia, Roma-Bari, Giuseppe Laterza e figli, 2000.

* Salvatore Vaiana, Una storia siciliana fra Ottocento e novecento. Lotte politiche e sociali, brigantaggio e mafia, clero e massoneria a Barrafranca e dintorni, Barrafranca, Salvo Bonfirraro editore, 2000.

*Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento - Legittimisti e Briganti tra i Borbone e i Savoia, Napoli, Alfredo Guida Editore, 2000.

* Aldo De Jaco, Dopo Teano: Storie d'amore e di briganti, Lacaita, 2001.

* Francesco Gaudioso, Il banditismo nel Mezzogiorno moderno tra punizione e perdono, Galatina, Congedo Editore, 2001.

* Giovanni Saitto, La Capitanata fra briganti e piemontesi, Edizioni del Poggio, 2001.

* Salvatore Vaiana, La repressione del brigantaggio a Canicattì e dintorni da Francesco Bonanno a Cesare Mori, pubblicato in "Canicattì nuova", Canicattì, 2002.

* Francesco Gaudioso, Brigantaggio, repressione e pentitismo nel Mezzogiorno preunitario, Galatina, Congedo, 2002.

* Mario Iaquinta, Mezzogiorno, emigrazione di massa e sottosviluppo, Luigi Pellegrini Editore, 2002.

* Francesco Mario Agnoli, Dossier Brigantaggio. Viaggio tra i ribelli al borghesismo e alla modernità, Napoli, Controcorrente, 2003.

* Josè Borjes, Valentino Romano (a cura di) Don Josè Borges, generale catalano e guerrigliero borbonico, Diario di guerra, Bari, Adda, 2003.

* Josè Borjes, Tommaso Pedio (a cura di) La mia vita tra i Briganti, Manduria, Lacaita,

* Carlo Coppola, Controstoria dell'Unità d'Italia, ribellione popolare e repressione militare 1860-1865, Lecce, MCE Editore, 2003.

* Carmine Donatelli Crocco, Valentino Romano (a cura di) La mia vita da brigante, Bari, Adda, 2005.

* Carlo Coppola, Il Brigantaggio nel Salento, Matino, Tipografie S. Giorgio, 2005.

* Josè Borjes, Con Dio e per il Re. Diario di guerra del generale legittimista in missione impossibile per salvare il Regno delle Due Sicilie, Napoli, Controcorrente, 2005.

* Luigi Capuana, Carlo Ruta (a cura di) La Sicilia e il brigantaggio, Messina, Edi.bi.si., 2005.

* Salvatore Scarpino, La guerra cafona: Il brigantaggio meridionale contro la Stato unitario, Milano, Boroli Editore, 2005.

* Francesco Gaudioso, Il potere di punire e perdonare. Banditismo e politiche criminali nel Regno di Napoli in età moderna, Galatina, Congedo, 2006.

* Raffaele Nigro, Giustiziateli sul campo. Letteratura e banditismo da Robin Hood ai giorni nostri, Milano, Rizzoli Editore, 2006.

* Maria Procino, Donne contro: le brigantesse streghe dell’Appennino, in «SLM- Sopra il livello del mare» Rivista dell’Istituto Nazionale della montagna, n. 28, 2006.

* Valentino Romano, Brigantesse. Donne guerrigliere contro la conquista del Sud, Napoli, Crontrocorrente, 2007.

* APRILE Pino - Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali»

 * DI FIORE Gigi - I vinti del Risorgimento. Storia e storie di chi combatté per i Borbone di Napoli

* DI FIORE Gigi - Gli ultimi giorni di Gaeta. L'assedio che condannò l'Italia all'Unità

* GUERRI Giordano Bruno - Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio

* LENTINI Gerlando - La bugia risorgimentale. Il Risorgimento italiano dalla parte degli sconfitti

* PAGANO Antonio – Due Sicilie, 1830 – 1880 – Capone, 2002

* DI FIORE Gigi – 1861 Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato – Grimaldi & C. ed. 1998

* Rinaldi Gustavo - Garibaldi,l'avventuriero, il massone, l'opportunista - Controcorrente

Il mito: Pasquale Bruno



Pasquale Bruno era un brigante vissuto tra Bauso e Calvaruso tra la fine del Settecento e l’agosto del 1803, data della sua impiccagione nella Marina di Palermo, reso famoso dalla penna di Alessandro Dumas che, nel 1838, scrisse appunto il “Pascal Bruno”, quasi la prova generale de “I tre moschettieri” pubblicato sei anni dopo. In Italia il romanzo “storico” di Dumas fu tradotto e pubblicato nel 1841 per i tipi dello “Stabilimento Poligrafico Empedocle di Palermo. Forse solo allora i “bausoti” hanno appreso di avere varcato con un’inaspettata notorietà i confini del “Regno delle due Sicilie”.

Poi per centocinquant’anni la vicenda del bandito e il romanzo di Dumas sono finiti nel dimenticatoio, se si escludono i racconti dei più anziani e qualche copia dattilografata del libro custodita da alcuni come se fosse una preziosa reliquia. “Pascal Bruno” ritrova la strada delle librerie nel 1988 quando, quasi contemporaneamente, e all’insaputa l’uno dell’altro, ripubblicano il romanzo le “Edizioni della Zisa” di Palermo, che ripropone la versione del 1841 riveduta e annotata a cura di Claudio Rizza, e il professore Giuseppe Celona, cultore di storia locale, nato a Villafranca Tirrena ma trasferitosi da parecchi anni a Ficarra, che ritraduce e annota il romanzo direttamente dall’originale in francese. Passa ancora un anno e nell’interesse ritrovato per la storia del brigante bausano, tra i volumi della Biblioteca regionale di Messina viene fuori un tassello di verità sul racconto dello scrittore francese.

Il “Giornale di Sicilia” pubblica un interessante articolo nella pagina “Cultura e società”, a firma di Giuseppe Mazzone, che scrive che ogni dubbio sulla reale esistenza del bandito raccontato da Dumas è fugato. Nell’articolo si parla anche del documento ritrovato nella “Cronologia degli afflitti della nobile Compagnia dei Bianchi”, nei “Documenti per servire alla storia di Sicilia” pubblicati a Palermo nel 1917 a cura della “Società siciliana per la storia patria”. A Villafranca pochi giorni dopo si è tenuta la presentazione della versione tradotta da Giuseppe Celona ma, incomprensibilmente, si è continua ad ignorare la novità emersa con il ritrovamento dei documenti. Inconguenze di una leggenda Nel minuzioso resoconto delle esecuzioni capitali effettuate tra la fine del Settecento e l’Ottocento inoltrato leggiamo che nel 1783 “A cinque maggio. – Nel Piano della Marina, per sentenza della R.G.C. fu impiccato Antonino Bruno, alias “Zuzza”, da Calvaruso, autore degli omicidi di D. Rosario Corso, Governatore di Bavuso e di Pietro Olino, e perché ancora autore di: “delitti d’imperio, d’usurpata giurisdizione del mero e misto impero della terra di Bavuso, e di altri delitti contro la forma delle Regie prammatiche, e asportazione d’armi proibiti, e di resistenza di giustizia fatto nell’atto della cattura”. Nella sentenza non si fa evidentemente menzione del tentato omicidio del principe di Castelnuovo, così come racconta nel suo romanzo Dumas. Francesco Nicotra scrive invece che «Antonino Bruno, sopranominato Zuzza, avendo commesso molti reati e giovandosi degli antichi privilegi feudali, detti dei Marammisti, sfuggiva alla cattura; ma per tranello tesogli capitò nelle mani della giustizia, e, condannato all’estremo supplizio, il suo teschio fu chiuso in un gabbione di ferro che rimase lungamente appeso ai merli del castello”. Nessun cenno sull’onore violato e Jus primae noctis che avrebbe acceso la violenta gelosia del Bruno.

Il più noto Pasquale Bruno, anch’egli soprannominato Zuzza, sia per la leggenda che per la storia fu il degno figlio di cotanto padre, e solo per il Nicotra è invece il nipote. (Molte delle notizie riportate nel suo “Dizionario dei comuni siciliani”, Francesco Nicotra le apprendeva dai segretari comunali e dai soliti acculturati locali; questi ultimi spesso riportavano informazioni per sentito dire con la conseguenza che ancora oggi è difficile separare la leggenda dalla verità storica. Ancora oggi sono gustose quelle storielle che raccontano gli anziani di Villafranca che, a loro volta, le hanno sentite in gioventù dai loro nonni, e che narrano, per fare un esempio, di un Pasquale Bruno che, con mira sorprendente, sparava, direttamente dalle finestre del suo palazzo, sulle alture di Bauso, a preti e nobili del castello che si trova un centinaio di metri più in basso. Francamente anche l’identificazione del “Palazzo di Pasquale Bruno”, che viene oggi data per buona, sembra alquanto risibile e priva di qualsivoglia appiglio storico).

Vent’anni dopo il padre, viene impiccato Pasquale. Analoga sorte del Padre Antonino tocca a Pasquale giusto vent’anni dopo, il 31 agosto del 1803: ancora per sentenza della regia Gran Corte venne impiccato nel piano della Marina a Palermo. “Reo convinto di più omicidi e di altri delitti, – recitava il biglietto di giustizia consegnato il 29 agosto dal R.P.F. Francesco maggiore ai confrati del Santissimo Crocefisso dei Bianchi – con dovergliesi poi recidere il capo e le mani, che si dovranno apporre nella terra di Bauso. E siccome il Tribunale medesimo ha abbreviato il termine della cappella, così dovrà lo stesso entrare in cappella oggi stesso per eseguirsi la giustizia Mercoldì 31 del cadente”. Si tratta pertanto di “omicidi” e “delitti” plurimi ma non meglio definiti, circostanza piuttosto strana per la “Cronologia degli afflitti” che generalmente precisa i reati, così come era avvenuto nel caso di Antonino Bruno e come è possibile leggere per diversi condannati. Anche questa coincidenza alla fine fa il gioco della leggenda, e così nel romanzo e nella fantasia popolare Pasquale Bruno è l’eroe buono che combatte contro le soverchierie dei potenti, in particolare contro quel principe di Castelnuovo violentatore della madre, tanto da meritarsi, in tempi moderni, anche l’intitolazione di una strada. Il principe di Castelnuovo e Conte di Bauso era nell’arco di tempo in cui vengono immaginati questi fatti Gaetano Cottone Morso (1714-1802), sposato in prime nozze con Anna Maria Barzellini, morta a diciannove anni a Palermo, e in seconde nozze con Lucrezia Cedronio e Gisulfo dalla quale ebbe il figlio Carlo Filippo Cottone e Cedronio che gli succedette nei titoli il 20 ottobre 1803, due mesi dopo la morte di Pasquale Bruno. Sintetiche ma eloquenti notazioni di un biografo di Carlo Cottone ci fanno immaginare la vita e i costumi della sua famiglia a Palermo: “Carlo Cottone non volle seguire l’indirizzo educativo della propria casta, che risentiva del convenzionalismo aristocratico… Il principe Gaetano Cottone e la Contessa Cedronio che si tenevano in Palermo col fasto medioevale, educarono, altresì il figliuolo Carlo alle arti cavalleresche; ma non poterono vincere la sua innata ripugnanza alle mollezze signorili ed alle pompe gentilizie…”. (Ferdinando Alfonso, Illustrazione dello Istituto Agrario Castel-nuovo, Palermo 1897, pp.7, 8). Nella versione originale del “Pasquale Bruno” Dumas afferma di avere appreso la vicenda del bandito messinese dai racconti del compositore Vincenzo Bellini, e suggestionato da questi fatti avventurosi di avere visitato poi i luoghi che vi facevano da scenario: “giunsi a Bauso, vidi l’albergo, salì per quella strada, scorsi le due gabbie di ferro, una vuota, l’altra piena”. (Celona, p. 11). La figura del musicista catanese invece non compare nella traduzione italiana del 1841 dove invece la presentazione della città di Palermo è preceduta da una digressione generale sulle città del mondo. (Rizza, p. 13-14 ).

Le incongruenze temporali saltano agli occhi: Bellini afferma che “Pasquale Bruno… è morto proprio l’anno della mia nascita”, che risponderebbe al 1801; più avanti il racconto di Dumas fissa una prima data “era una sera del settembre 1803 (Celona pp. 10-18); “Il primo maggio 1805, si faceva festa nel castello di Castelnuovo. Pasquale Bruno era di buon umore”, ma non immaginava che proprio in quell’occasione, tradito da un amico, sarebbe stato catturato da un gran numero di gendarmi per ordine del principe di Carini dopo una notte di assedio in cui da solo tenne testa ai drappelli armati di tutto punto. (Celona pp. 112 e seguenti). Queste date ritornano, evidentemente ad eccezione di quella relativa al Bellini, nell’edizione italiana del 1841 (La Zisa p. 16 e p. 85). La vicenda si ripete uguale ma più sintetica nel racconto di Giuseppe Canuti che tuttavia si arricchisce di particolari inediti sulla vita del bandito precedente ai fatti narrati dal romanzo ( Giuseppe Canuti. I briganti, i banditi e i pirati celebri, p. 68-69): l’autore , che passa in rassegna i personaggi più noti alla fantasia popolare, attingendo evidentemente a fonti diverse, non ultime le canzoni dei cantastorie o gli stessi racconti orali, riporta tuttavia in aggiunta che Pasquale Bruno (di cui erroneamente si riferisce la nascita a Bauso, mentre il brigante era di Calvaruso) nacque nel 1780 e che aveva circa otto anni quando il conte di Castelnuovo s’innamorò di sua madre (in realtà il padre Antonino a quell’epoca era già morto), visto che venne impiccato nel 1783), che dopo averla violentata “le fece dare, come pegno del suo amore cinquanta frustate sulla schiena, col pretesto di non essersi piegata con amore alla sua volonta” (Canuti p. 68), e che il conte, pugnalato da Antonio Bruno morì, mentre nel romanzo di Dumas le ferite inferte dal marito vendicatore non risultano mortali. (Alba Drago Beltrandi – Castelli di Sicilia p. 60 afferma “Questa orrida vicenda di teste mozzate, che incombe sul castello con la sua lugubre memoria venne rappresentata nei teatrini dei “Pupi” dove la vita di Pasquale Bruno, brigante intemerato, raffigurato con barbe, occhi e unghie nerissimi e trombone a tracolla, assieme al fido Alì con lunga scimitarra, continua a far fremere di entusiasmo i piccoli spettatori di tali spettacoli ormai rari”). In conclusione si affida il condannato alla “carità cristiana” e alla pietosa assistenza della Confraternita che lo avrà in consegna sino al momento in cui salirà su patibolo. A questo punto i confrati provvedono ad assegnare al condannato i consueti “conforti“: Girolamo Termini Duca di Vatticani per Capo di Cappella, Padre Ottavio Gerardi del Terz’Ordine per confessore, il barone Don Michele Lanza e il sacerdote Don Carlo Agnetta come novizi.

Ma mentre i quattro designati attendono alla porta segreta che comunica con la prigione la consegna del reo, il Capitano della Regia Corte annuncia la sospensione della consegna a causa di un avvenimento che non ha alcuna rispondenza nel racconto romanzato di Dumas: Pasquale Bruno ha tentato il suicidio. “Aveasi propinato una quarta di sublimato Corrusivo disciolto nell’acqua, che avea tenuto fin da quattro mesi nascosto nel fazzoletto da collo… “. Bisognava quindi attendere l’ulteriore svolgimento della vicenda. Da queste note curate dal Cancelliere della Confraternita Cavalier Don Gaspare Palermo parrebbe pertanto che il Bruno fosse prigioniero da quattro mesi, mentre, nel romanzo di Dumas, non si fa cenno al tempo intercorso tra il suo arresto a Messina e l’esecuzione capitale a Palermo, ma si evince soltanto che il principe di Castelnuovo apprese dell’arresto di Pasquale cinque giorni dopo l’avvenimento e poi “aveva facilmente ottenuto che il condannato fosse trasferito da Messina a Palermo; e Pasquale Bruno, scortato da due capitani d’arme con le loro intere compagnie e da altri rinforzi di truppe, con tutto l’apparato della giustizia entrò nelle grandi prigioni della capitale…”. La versione romanzata ci presenta poi un Pasquale Bruno eroico e coerente fino all’ultimo istante: nelle ore precedenti la sua esecuzione rifiuta la confessione perché sa di non poter perdonare chi ha fatto del male a lui e alla sua famiglia, trascorre la notte in chiesa in meditazione, guarda caso proprio accanto a una bara che contiene il corpo di Teresa, la fidanzata impazzita per amore e per la lontananza. Nei registri dei confrati invece inizia qui il racconto di ore terribili, di sofferenze fisiche, dovute all’azione del veleno che il bandito aveva ingerito, e spirituali, a causa dell’insinuarsi nella sua anima del pentimento. Si tratta chiaramente di testimonianza quanto mai interessata perché la Compagnia dei Bianchi, i fratelli della Buona Morte per Dumas, avevano tutto l’interesse a dimostrare il pentimento del reo, almeno tanto quanto la Regia Gran Corte aveva interesse al fine esemplare delle esecuzioni capitali. Dai documenti originali della “Compagnia del Crocifisso o dei Bianchi”. 1783 – A 5 maggio.- Nel piano della marina, per sentenza del R.G.C. fu impiccato Antonino Bruno, alias Zuza, da Calvaruso, autore degli omicidi di D. Rosario Corso, governatore di Bavuso e di Pietro Olino, e perché ancora autore di: “delitti d’imperio, di usurpata giurisdizione del misto e mero impero della terra di Bavuso, e di altri delitti contro la forma delle Regie Prammatiche, e asportazione d’armi proibite, e di resistenza di giustizia fatto fatto nell’atto della cattura”. 1803 – A 31 agosto – Nel piano della Marina, per sentenza della R.G.C., fu impiccato Pasquale Bruno, alias “Zuzza”, da Calvaruso, come per il seguente biglietto di giustizia: “Ill.mi Sig.ri Gov.e e Congiunti della Ven.e Compagnia del SS.mo Crocifisso dei Bianchi” Ill.mi Signori Padroni Colendissimi. Essendo stato da S.E. a relazione del Tribunale della R.G.C. Criminale condannato a morte sulle forche Pasquale Bruno alias Zuzza di Calvaruso, reo convinto di più omicidi e di altri delitti, con dovegliesi poi recidere il capo e le mani, che si dovranno apporre nella terra di Bavuso. E siccome il Tribunale medesimo ha abbreviato il termine della Cappella, così dovrà lo stesso entrare in Cappella oggi stesso per eseguirsi la giustizia mercoledì 31 del cadente. Se ne passa perciò la notizia alle VV. S. Ill.me affinché colla loro solità pietà, e carità Cristiana lo assistano a ben morire conducendolo per la solita strada al solito luogo del patibolo mentre riverendole umilmente le bacio le mani. Delle VV. SS. Ill.me Palermo 29 agosto 1803 Divotissimo ed obbligatissimo Servidore Francesco Maggiore R.P.F.

- giugno 2003 – Francesco Venuto 1992-2003 (Riproduzione e utilizzo dei testi e delle immagini sono vietati)

I PRIMI NOMI DEI CADUTI DUOSICILIANI NEL LAGER DI FENESTRELLE



• ANNO 1860
1. Garloschini Pietro, m. 1.10, di Montesacco (?)
2. Conte Francesco, m. 11.11, di Isernia, anni 24
3. Leonardo Valente, m. 23.11, di Carpinosa, anni 23
4. Palatucci Salvatore, m. 30.11, di Napoli, anni 26
5. Suchese (?) Francesco, m. 30.11, di Napoli
• ANNO 1861
1. Scopettino Matteo, m. 24.8, di Chieti, anni 22
2. Miggo Salvatore, m. 7.10, di Galatina (Lecce) anni 24
• ANNO 1862

1. Donofrio Carmine, m. 16.1, di Villamagna (Chieti) , anni 27
2. Caviglioli Marco, m. 29.1, di Cosciano (?)
3. Palmieri Biagio, m. 5.2, di Teano, anni 23
4. Visconti Domenico, m. 16.4, di Cosenza, anni 28
5. Mulinazzi Francesco, m. 20.7, di Benevento, anni 24
6. Gentile Rocco, m. 24.7, di Avellino, anni 25
7. Leo Vincenzo, m. 18.9, di Veroli (Frosinone), anni 26
8. Lombardi Nicola, m. 25.9, di Modigliano (?)
9. Vettori Antonio, m. 7.11, di Amantea, anni 26

• ANNO 1863
1. Mazzacane Cristoforo, m. 18.2, di (?)
2. Pripicchio Raffaele, m. 21.3, di Paola, anni 23
3. Giampietro Giovanni, m. 9.5, di Moliterno, anni 28
4. Milotta Giuseppe, m. 23.5, di Sala, anni 24
5. Spadari Ruggero, m. 25.5, di Barletta, anni 24
6. Serbo Tommaso, m. 17.8, di Tiriolo, - Garaffa (CZ) anni 26
7. Gaeta Giordano, m. 11.10, di Pellizzano (Salerno), anni 32
8. Gorace Domenico, m. 15.12, di Palma, anni 32
9. Grossetti Angelo, m. 23.12, di Mura (Vestone), anni 25

• ANNO 1864

1. Masareca Giuseppe, m. 20.1, di Basilicata, anni 22
2. Morino Santo, m. 29.1, di Mussano (Lecce), anni 26
3. Pastorini Andrea, m. 16.2, di Maregno (?), anni 27
4. Montis Salvatore, m. 24.4, di Tramalza (?)
5. Palermo Giovanni, m. 12.5, di Atripalda, anni 32
6. Cirillo Salvatore, m. 17.5, di Boscotrecase (Napoli), anni 32
7. Pellegrini Massimiliano, m. 11.6, di Colorno (?), anni 26
8. Mossetti Antonio, m. 5.7, di Montalbano Jonico, anni 22
9. Di Giacomo Pasquale, m. 8.7, di Sessa Aurunca, anni 23
10. Giannetto Antonio, m. 19.7, di Zarca (?), anni 30
11. Davarone Francesco, m. 25.7, di Avellino, anni 26
12. Carpinone Cosimo, m. 4.11, di Fossaceca, anni 31
13. Bononato Carmelo, m. 17.11, di Belvedere, anni 27
14. Melloni Antonio, m. 20.11, di Sersini (?), anni 24

• ANNO 1865

• 1. Laise Nunziato, m. 25.1, di Cetrara, anni 24
2. Barese Sebastiano, m. 30.1, di Montecuso, anni 26
3. Catania Angelo, m. 11.2, di Ischitella, anni 22
4. Pessina Luigi, m. 21.2, di Gragnano, anni 27
5. Mossuto Giuseppe, m. 1.4, di Moriale, anni 25
6. Guaimaro Mariano, m. 8.4, di Sala Consilina, anni 30
7. Torrese Andrea, m. 11.5, di Avenza, anni 21
8. Colacitti Salvatore, m. 15.5, Montepaone, anni 24
9. Santoro Giuseppe, m. 20.5, di Sattaraco (?), anni 27
10. Tarzia Pietro, m. 31.5, di Valle d'Olmo, anni 24
11. Palmese Tommaso, m. 6.9, di Saviano, anni 24
12. Ferri Marco, m. 11.10, di Venafro, anni 24
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Elenco compilato a Fenestrelle
Il giovedí 25 maggio 2000, alle ore 12,30, da:
- Antonio Pagano
- Pier Giorgio Tiscar

Questi soldati del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana. Erano poco piú che ragazzi: il piú giovane aveva 22 anni, il piú vecchio 32. Se non fossero stati relegati a Fenestrelle probabilmente sarebbero divenuti "briganti" e, forse, anche per questo motivo, furono relegati a Fenestrelle, fortezza del liberale piemonte, dove, entrando, su un muro è ancora visibile l'iscrizione: "OGNUNO VALE NON IN QUANTO E' MA IN QUANTO PRODUCE" . Motto antesignano del piú celebre e sinistro slogan che si poteva leggere nei lager nazisti: "ARBEIT MACHT FREI".

mercoledì 11 aprile 2012

Il brigantaggio come forma di resistenza



Il brigantaggio è nato come forma di resistenza. Resistenza ad un invasore, perchè tale fu il governo sabaudo nei confronti del Regno delle due Sicilie. Non esisteva un sentimento di unità nazionale, non esisteva un'esigenza contingente avvertita sia dal nord che dal sud, non esisteva un sentire comune che giustificasse la cosiddetta "liberazione" di un territorio che nel momento stesso in cui vide affacciarsi i piemontesi avvertì lo stesso senso di invasione che fino ad allora aveva caratterizzato la storia meridionale. Sbaglia chi sostiene che esisteva un sentimento comune, sbaglia perchè la Sicilia era la sola regione a combattere una guerra contro Napoli e fu proprio sulla spinta della leva siciliana che si trovò la strada per minare il Regno delle due Sicilie nel chiaro intento di attingere alle riserve auree. La storia dell'unità d'Italia è fortemente macchiata del sangue di quanti non vollero piegarsi ad una logica di sfruttamento, di invasione e di sopruso. La dominazione dei Borbone non si poteva definire una condizione di vita ideale, ma non poteva e non doveva essere il trampolino per un'unificazione dei territori che ebbe il solo pretesto di trasferire le ingenti ricchezze meridionali nel nord del paese. Se da un lato il nord viveva una disperata crisi finanziaria, dall'altro lato il sud vantava riserve auree per un totale di circa 443 milioni di lire (che rapportati al numero degli abitanti corrispondeva a più del doppio degli stati europei). La crisi finanziaria del nord fu dovuta ad una politica dissennata per cui venne contratto un debito per coprire un altro debito (finanziato dal banchiere J.Rothschild). Anche la politica estera del governo piemontese incise profondamente sulle casse dello stato e lo fece a tal punto che il debito per la spedizione di Crimea fu estinto solo 50 anni più tardi. Con l'annessione il Regno di Sardegna riversò nelle casse della neonata Italia solo i suoi debiti, mentre le riserve auree del Regno delle due Sicilie servirono a dare nuova linfa vitale all'economia del nord del paese. L'economia del sud del paese fu invece definitivamente messa in ginocchio con i terreni espropriati, con la leva obbligatoria e con le tasse che in soli 3 anni dall'unità raddoppiarono. Una serie di concause che spinsero migliaia di meridionali ad emigrare in cerca di quelle condizioni di vita che ormai il sud non poteva più offrire.

TRATTO DA: Giuseppe Ressa, Il Sud e l'unità d'Italia, Napoli 2003

4 marzo 1991/ 4 marzo 2010 anniversario dell'interpellanza parlamentare dell'On.Angelo Manna sui Briganti




SEDUTA DI LUNEDI' 4 MARZO 1991

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE Adolfo SARTI





PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: Interpellanza e interrogazioni.

Cominciamo dalla seguente interpellanza:

Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della Difesa, per sapere – constatato che vige tuttora il più ostinato e pavido top secret di fatto su quasi tutti i documenti comprovanti gli intenzionali bestiali crimini perpetrati dalla soldataglia piemontese ai danni delle popolazioni, per lo più inermi, delle "usurpate province meridionali" dal tempo della camorristica conquista di Napoli a quello della cosiddetta "breccia di Porta Pia" (praticata dai papalini dal di dentro delle mura leonine?..): top secret voluto, evidentemente, dai grandi custodi di quell’epoca di scelleratezze e di razzie che prese il nome di "Risorgimento italiano" e della quale il sud paga sempre più a caro prezzo le conseguenze; considerato altresì che nell’assoggettato ex reame libero e indipendente va assumendo, finalmente, sempre più vaste proporzioni quel processo di revisione e di demistificazione della storia scritta dai vincitori (tuttora ufficiale!) che dovrà fornire le motivazioni di fondo e lo stimolo alle future immancabili rivendicazioni politiche delle colonizzate regioni -: quando vorrà degnarsi di consentire il libero accesso agli archivi dello stato maggiore dell’esercito italiano che nascondono tuttora, in almeno duemila grossi volumi, documenti fondamentali di natura non già soltanto militare (ordini, dispacci, rapporti relativi a movimenti di truppa e ad esiti di combattimenti, di imboscate e di raid repressivi e briganteschi), ma anche e soprattutto di natura squisitamente politica: istruzioni riservate e anche cifrate del governo subalpino a profittatori, luogotenenti, prefetti, ufficiali superiori, sindaci, comandanti di guardie nazionali; verbali di interrogatori eseguiti nelle carceri, nelle caserme, presso le sedi municipali dagli aguzzini in uniforme che si coprono di disonore nell’infame periodo delle leggi marziali e delle sbrigative esecuzioni capitali; soffiate di spie e informazioni di agenti segreti ai militari, distinte di requisizioni e di espropri illegittimi con l’indicazione delle vittime; elenchi dettagliati dei preziosi, dei contanti e degli oggetti d’arte o sacri razziati nelle case, nei banchi pubblici, nei palazzi reali e nelle chiese; concessioni, infine, di premi, cattedre universitarie o liceali, sussidi una tantum o vitalizi a rinnegati, prostitute, delinquenti comuni (camorristi) e profittatori dai nomi altisonanti trasformati in "eroi puri" e beatificati o divinizzati nei sacri testi della agiografia risorgimentale.



(2-1134) "Manna".

(25 settembre 1990).



L’onorevole Manna ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-01134.



Angelo MANNA. Rinunzio ad illustrarla, signor Presidente, e mi riservo di intervenire in sede di replica.



PRESIDENTE. L’onorevole sottosegretario di Stato per la difesa ha facoltà di rispondere.



Clemente MASTELLA. Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, onorevole Manna, la mia risposta – me ne dispiace molto – è brevissima, per la verità. L’accesso ai documenti sul brigantaggio custoditi presso lo stato maggiore dell’esercito, contenuti in circa 140 contenitori e non duemila, come si legge nell’interrogazione, è libero. Unica formalità di rito è una richiesta scritta preventiva, necessaria per regolare l’afflusso dei visitatori. I documenti sono già stati utilizzati per realizzare opere edite.

PRESIDENTE. L’onorevole Manna ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la sua interpellanza n. 2-01134.

Angelo MANNA. Signor Presidente, non credo di potermi dichiarare soddisfatto per la risposta fornitami dall’onorevole sottosegretario, che avrei preferito non vedere stasera in quest’aula per il fatto che sono suo conterraneo e so benissimo quanto è costato ai suoi antenati vivere a Ceppaloni, a un tiro di schioppo da Casalduni e Pontelandolfo, terre ancora oggi maledette, terre di briganti, come furono definite, con tanto di carta protocollo e timbri dal regno unitario, nel 1861. Della risposta che a nome del governo di è degnata di dare alla mia interpellanza, ella è stato soltanto – mi scusi – la voce: e neppure la voce dell’attore, ma – mi consenta – quella del pappagallo (non ce l’ho con lei personalmente), perché quale rappresentante del Governo ella si è informata sommariamente e si è accontentata della solita risposta evasiva, degna soltanto della massima commiserazione, vista che a fornirgliela sono stati alti ufficiali di un esercito che è proprio quello che io mi sono sforzato di descrivere per 35 anni, degno erede di quello sardo-piemontese. Quello che è peggio, signor sottosegretario, è che, lungi dall’aver risposto in maniera neppure evasiva, ella ha prestato la sua voce di pappagallo ad uno stantio e puzzolente copione che, scritto male e stampato peggio, è quello che la solita combriccola dello stato maggiore dell’esercito italiano rabbercia e stiracchia a piacimento da più di un secolo, e da più di un secolo riesce ad imporre finanche ai rappresentanti del Governo dello Stato unitario, perché ad esso possono prestare soltanto la voce, e neppure quella dell’attore: quella del pappagallo. Per carità di greppia? No! Per carità di patria. Sì! Certo: l’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale la setta tricolore conserva e protegge i suoi risorgimentali scheletri infami; conserva e protegge le prove delle sue gloriosità sempre abiette; conserva e protegge le prove che nel 1860 l’esercito italiano calò a tradimento del Regno di Napoli e si comportò, secondo il naturale dei suoi bersaglieri e carabinieri, da orda barbarica; conserva e protegge le prove che Vittorio Emanuele II di Savoia, ladro, usurpatore ed assassino – e perciò galantuomo – nonché il suo protobeccaio Benso Camillo, porco di Stato – e perciò statista sommo – ordinarono ai propri sadici macellai di mettere a ferro e a fuoco l’invaso reame libero, indipendente e sovrano e di annetterlo al Piemonte grazie ad un plebiscito che fu una truffa schifosa, combinata da garibaldesi, soldataglia allobrogica e camorra napoletana. L’ufficio dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale l’unificazione tiene sotto chiave il proprio fetore storico: quello dei massacri bestiali, delle profanazioni e dei furti sacrileghi, degli incendi dolosi, delle torture, delle confische abusive, delle collusioni con Tore e Crescienzo (all’anagrafe Salvatore De Crescenzo) e con la sua camorra, degli stupri di fanciulle, delle giustizie sommarie di cafoni miserabili ed inermi, delle prebende e dei privilegi dispensati a traditori, assassini e prostitute, come la famigerata Sangiovannara, De Crescenzo, anch’essa, per l’anagrafe… Quali studiosi hanno potuto aprire questi armadi infami, signor sottosegretario? I crociati postumi, gli scribacchini diventati cattedratici per aver saputo rinnegare la propria origine e per aver saputo rinunciare alla ricerca della verità storica, per aver dimostrato di saper essere i sacerdoti del sacro fuoco del mendacio. Signor Presidente, per favore, si giri: guardi il pannello alle sue spalle. E’ falso, è un falso storico! L’ho detto e ridetto sette anni fa: alle urne, nel Regno di Napoli invaso, si presentò solo l’1,9 per cento! Come si ebbe, allora, un milione di voti?

Mauro MELLINI. Si fece con la tecnica dell’8 per mille!

Angelo MANNA. Sapessi a quante tecniche si fece ricorso!

PRESIDENTE. Onorevole Manna, mi consenta di interromperla. Le prometto che detrarrò dal computo del tempo a sua disposizione quello utilizzato per il mio intervento. Vorrei che lei sapessi che l’ascolto: anch’io mi considero un modesto cultore delle memorie storiche. Naturalmente, mi sono fatto un’opinione precisa, anche perché ho un’età purtroppo più avanzata della sua.

Angelo MANNA. Non è colpa sua, né merito mio…

PRESIDENTE. Mi consenta di farle una piccola raccomandazione sul linguaggio. Non mi permetterei mai di entrare in un dibattito storiografico di tanto interesse. La invito soltanto a quella moderazione di linguaggio per la narrazione di eventi drammatici, che pure appartengono in qualche modo alla storia d’Italia. Ne guadagnerà anche l’obiettività, la serenità e l’austerità di quest’aula.

Angelo MANNA. La ringrazio, signor Presidente. Accetto comunque la sua raccomandazione anche perché so che lei, da buon piemontese serio, ha letto i testi scritti sull’altra sponda e quelli del suo generale piemontese (una persona perbene) il Bertoletti, che ha scritto Il Risorgimento visto dall’altra sponda: un testo che io stesso curai quando l’editore napoletano Arturo Berisio volle ripubblicarlo, una trentina di anni fa.

PRESIDENTE. Conosco perfettamente questo genere letterario e le voglio ricordare che una casa editrice piemontese, che anche posso nominare…

Angelo MANNA. Io le dirò che è stato ristampato a Napoli.

PRESIDENTE. …nell’immediato secondo dopoguerra presentò una raffigurazione della storia d’Italia più problematica di quella esposta nei testi ufficiali. Mi riferisco ad un testo aureo che credo lei abbia ben presente, e che è L’Alfiere di Alianello.

Angelo MANNA. La ringrazio per la citazione. Alianello è uno dei miei sacri evangelisti.

Clemente MASTELLA, sottosegretario di Stato per la Difesa. Visto l’andamento della discussione, il Governo non c’entra! E’ un dialogo fra di voi.

Angelo MANNA. I piemontesi "buoni", voglio dire onesti, ci sono sempre stati, ed anche a quel tempo. Uno per tutti il generale Covone, fior di galantuomo, che però ebbe il torto di mettersi troppe volte sugli attenti di fronte ad una canaglia come Cialdini e a emeriti cialtroni come Fanti, Della Rocca, Pinelli. Li vogliamo nominare tutti i cattivi? Non la finiremmo più! Certo, signor Presidente, anche qualche generale italiano è stato preso di recente dalla fregola della ricerca storica. E quello che è riuscito a capire, a scrivere e a dare alle stampe, è stato ed è – mi consenta, signor Presidente – roba da storico voltastomaco.Il gen erale Oreste Bovio, che dal 1980 al 1982 ha retto l’ufficio storico dell’esercito italiano, ha osato pubblicare nel 1987, naturalmente a spese dello Stato, quanto segue:"Non può ragionevolmente essere fatto alcun addebito all’ufficio storico dell’esercito per non aver sentito la necessità di analizzare un comportamento delle unità impiegate nella lotta al brigantaggio. Quale importanza potevano avere allora piccoli scontri con briganti e predoni?". Povera storia, signor Presidente! Poveri cafoni meridionali, povera questione ardente, agraria, sociale! Povero Pasquale Villari, povero Antonio Gramsci, povero Guido Dorso, povero Gaetano Salvemini, povero Franco Molfese! Povera questione meridionale!. Voglio supporre che questo Oreste Bovio sia stato gratificato abbastanza, magari con diplomi medaglie e mance competenti, dalla setta allobrogo-ligustre-longobarda alla quale ha mostrato di sapere tanto bene reggere il sacco. E voglio sperare che le avrie leghe nordiste, tanto care al liberalcapitalismo (gratificato a dovere dal "negrieismo" a basso costo sacramentato dalla legge Martelli) vorranno tenere presente, nelle loro antistoriche confutazioni della storia, questo pagliaccio di generale che, loro involontario profeta, con pochi tratti di penna pagatigli dallo Stato, ha annullato gli orrori dei massacri contadini meridionali da parte dell’orda assetata di sangue e di bottino, ed ha creduto che il clòu della questione meridionale – la sua bestiale conseguenza e cioè l’emigrazione in massa, come "cacciata dei cafoni" dalle proprie terre – fosse una fola inventata da revanscisti borboniani, o capricci di meridionali dediti al girovaghiamo per essere nati con la spiccata tendenza al turismo. Certo, negli armadi dello stato maggiore vi saranno anche le prove del fatto – ormai provato abbastanza – che, se a partire dal 1860, alla sua prima uscita, il regno unificato scrisse pagine vergognose ed abiette, non si rifece affatto nella prima guerra mondiale e toccò il fondo nella seconda, quando tradì nel 1914 la Triplice e quando, trent’anni dopo, tradì Germania e Giappone ed accorse in aiuto del vincitore anglo-franco-americano e si fece finanche stuprare, eroicamente, si capisce, dai marocchini. Ma noi del Sud – che non intende subire ulteriormente il danno della colonizzazione tendente all’assoggettamento totale e la beffa della distorsione premeditata dei fatti storici, che la sua colonizzazione determinò – non interessano le bubbole che i vestali del sacro fuoco del mendacio tricolore fanno propalare anche ad un sottosegretario di stato, nella certezza che, per carità di patria, anche egli, come i suoi predecessori, non disdegni di farsi complice loro nel servire la mistificazione e i suoi profeti abietti. L’ufficio storico dell’esercito italiano custodisce e protegge le prove storiche che quella sacra epopea, che fu detta Risorgimento, altro non fu se non una schifosa pagina di rapine e di massacri scritta da un’orda barbarica che, oltre la vita ed i beni, rubò al Sud e portò nell’infranciosato Piemonte finanche il sacro nome d’Italia. Gli armadi con gli scheletri infami, che riguardano la repressione del cosiddetto brigantaggio – che fu epopea storica di decine di migliaia di cafoni disperati – recano la catalogazione G11 e G3, e sono circa 150 mila i fogli che, contenuti in 140 dossiers, costituiscono la prova documentale delle efferatezze subito dal Reame degradato a feudo sabaudo, da disbattezzare, spremere, colonizzare e sottomettere. Signor sottosegretario, signor Presidente, colleghi, io non mi chiedo affatto se l’aspetto più vergognoso sia rappresentato dal non già ottuso ma settario rifiuto da parte degli eredi della soldataglia piemontese, ligure e lombarda di aprire gli armadi infami, o se sia piuttosto rappresentato dall’acquiescenza, che è omertà passiva, di un Governo che consente a dei soldati (che possono solo gloriarsi di avere fatto carriera sul campo dell’eterna battaglia delle lottizzazioni ingaggiata dai partiti democratici egemoni) di gestire a piacimento una massa di documenti storici di eccezionale valore e di concederli in visione a piacimento soltanto a scrittorelli di indubbia fede antistorica, che non sprezzerebbero mai il sacro giuramento ateo liberal-capitalistico di servire vita natural durante il mendacio tricolore sul quale è fondata l’ancora imperversante agiografia del cosiddetto Risorgimento. Sulla questione dell’ufficio storico dell’esercito italiano quattro anni fa Giorgio Bocca scrisse su L’Espresso:"Sarebbe davvero troppo chiedere ai militari di documentare e pubblicizzare le violazioni della morale comune che il potere politico gli ha chiesto e ordinato". Il Bocca non andò oltre, non so se per calcolo tricolorico o per improvviso inceppamento del cervello. Oltre – me lo consenta, signor Presidente – vado io. Affermando che il copione che i responsabili dell’ufficio storico dell’esercito italiano rabberciano e stiracchiano a piacimento e impongono persino ad un rappresentante del Governo italiano affinché si compiaccia di prestare alle sue battute soltanto la voce (neppure quella dell’attore, ma quella del pappagallo), ha 131 anni e non può essere rimaneggiato, riveduto, corretto, adattato ai tempi, adeguato alle necessità della storia. Sarebbe troppo esigere dai militari l’apertura degli armadi nei quali sono custoditi e protetti gli scheletri del cosiddetto Risorgimento. Ma non perché mai e poi mai, signor Presidente, un esercito ammetterebbe i crimini di cui si è macchiato per ordine di una classe politica egemone. Tutti gli eserciti del mondo commettono crimini orrendi, saponificando, napalmizzando, lanciando bombe atomiche, chimiche, batteriologice, ed è umano che nessun esercito sia disposto a mettere in piazza la propria disumanità e a produrne l’inconfutabile prova documentale. Nel nostro caso, però, si tratterebbe di mettere in piazza che gli eroi del cosiddetto Risorgimento furono dei criminali sull’orlo dell’asburgizzazione, e che i loro sacri ideali fecero da paravento a uzzoli predatori e sanguinari. Al grido di:"fuori lo straniero" gli eroi – cioè i criminali – imposero ai rinnegati e agli spergiuri del Regno di Napoli la cacciata di un re che era napoletano da quattro generazioni e la distruzione di uno Stato libero, indipendente e sovrano. Ed al suo posto imposero un re che parlava francese e che era il re più spergiuro e fellone e debitoso d’Europa, a prova di storia. Nel nostro caso si tratterebbe di mettere in piazza che l’annessione del reame napoletano fu un’operazione che senza l’intervento della camorra non sarebbe riuscita. Furono i camorristi di Salvatore De Crescenzo, "Tore e Crescienzo", a presidiare i seggi nel corso del truffaldino plebiscito e ad "uccidere di mazzate" i difensori timidi, pavidi, delle ragione della monarchia nazionale borbonica. E furono ancora i camorristi ad inchiodare con le bocche rivolte verso il mare i cannoni che i fedelissimi della guardia nazionale (che si fregiava della bandiera tricolore, signor Presidente) avevano puntato sulla stazione ferroviaria dove, proveniente da Salerno, sarebbe arrivato lui, il leone imbecille, Giuseppe Garibaldi. Nel nostro caso, signor Presidente, si tratterebbe di mettere in piazza che ai decennali massacri belluini perpetrati dall’orda barbarica seguì un’emigrazione che fu un’esplosione, a catena, che fu l’effetto della raffica di calcioni tricolori sparata dal regno unitario nei fondelli sfondati di coloro i quali avevano avuto l’infelice idea di scampare ai massacri. In tal modo si renderebbero pubbliche finalmente le cause vere della questione meridionale e si fornirebbero dunque ai politici e ai sindacati di oggi, signor Presidente, le basi sulle quali impiantare, finalmente, la fabbrica dei rimedi specifici. Nel nostro caso, infine, si tratterebbe di mettere in piazza che l’invasione, l’annessione e i massacri subiti dall’Emirato libero e sovrano del Kuwait pochi mesi fa li subì il Reame di Napoli ad opera di Saddam Hussein che si chiamava Vittorio Emanuele II, nel 1860…

Mauro MELLINI. In fatto di poligamia certamente un collegamento c’è!

Angelo MANNA. …e che anche allora l’invasione, l’annessione ed i massacri costituirono una violazione del diritto internazionale… Ma noi no avevamo il petrolio, caro Mellini. Avevamo soltanto l’oro, la dignità, l’onore… E, ciò che contava, eravamo un’enorme piazza di consumo: un mercato di nove milioni e mezzo di bocche!… E la comunità mondiale se ne stette comodamente a guardare! E, quando fu raggiunta dagli urli di sdegno degli uomini, e dai lamenti dei torturati, e dalle grida delle fanciulle, stuprate – signor Presidente, lei che è un cultore di storia – talvolta soltanto a colpi di baionetta, si affrettò a chiudere finestre e balconi; infastidita, molestata dal rumore. Signor sottosegretario, ho avuto dei rapporti con Falco Accade, che è stato Presidente della Commissione Difesa nella IX legislatura, e con i colleghi Edo Ronchi e Guido Pollice. Abbiamo spesso convenuto che bisognerebbe trasferire la massa documentale di cui l’esercito è tenutario e protettore dal 1856 (da quattro anni prima dell’annessione del Regno di Napoli a quello piemontese:quindi da quando non era esercito italiano ma esercito sardo-piemontese) presso gli archivi di Stato. Ma – quanto volte ho dovuto eccepirlo – a ciò non si opporrebbe l’esercito, ma tutti quei ministri i quali, pur di continuare a far credere agli italiani la bella favola del cosiddetto Risorgimento, non esitano a venire in quest’aula (o a frequentare convegni, presiedere congressi) per prestare a copioni vetusti le proprie voci nemmeno di attori, di pappagalli. E a rimetterci quel po’ di prestigio ministeriale, governativo e italiano, che ancora avevano. Signor sottosegretario, nell’esprimere queste affermazioni – e le chiedo perdono se da conterraneo, involontariamente, l’ho offesa – vorrei precisare che per dichiararmi soddisfatto della sua risposta dovrei aver fatto finta di non aver letto tutte le analoghe risposte fornite dai ministri Spadolini e Zanone prima ancora che da lei. Risposte tutte uguali: e tutte bugiarde! Onorevole sottosegretario, se lo gradirà, potrò darle una copia degli atti del convegno sul brigantaggio meridionale svoltosi a Cerreto Sannita nel 1986. Tra i suoi documenti vi è la scheda con la quale gli studiosi possono chiedere l’accesso alla massa documentale riguardante il brigantaggio e il cosiddetto Risorgimento. Dall’esame di questa scheda ella si potrà rendere conto che, alla fine, questi documenti restano inaccessibili ai quivis de populo… Ricordo che il generale Poli l’11 marzo 1987 scrisse al vicepresidente della Commissione difesa della Camera, l’onorevole Baraccetti, le seguenti parole:" Il problema più generale del libero accesso all’ufficio storico nella realtà non esiste, in quanto nel pieno rispetto e nell’osservanza del decreto del Presidente della Repubblica n. 1409 del 30 settembre 1963, il suo archivio è aperto a tutti i ricercatori, italiani e stranieri, senza remora o restrizione alcuna. Ne fanno fede le larghe utenze fruite da grossi nomi del mondo accademico". Sottolineo che tra questi "grossi nomi" non vi è nessun meridionale, nessuno studente, nessuno studioso attendibile. A fruire dei "pazzi" sono stati e sono sempre i soliti scribacchini che fanno spendere centinaia di miliardi al contribuente italiano per consolidare le "puttanate" che gli storici prezzolati cominciarono a scrivere dal 1860 in poi, forti del solo merito di aver vinto!

Il Popolo Italiano



Vi segnalo un interessante libro di uno scrittore inglese Martin Solly che nel 1995 analizzava la società italiana partendo dal dato di fatto dello scarso o finto patriottismo che ci contraddistingue.
Il libro si chiama: "Xenophobe's guide to the Italians" , ancora una volta autori stranieri (il più importante fu certamente lo storico Smith) vedono cose nella nostra finta patria che noi autoctoni non riusciamo a vedere.
Vi trascrivo integralmente l'introduzione così da capire tutto il senso del libro.

Il Popolo Italiano

Gli italiani non sono un'etnia definita, ma un insieme di popolazioni differenti.
Tendono a pensare a se stessi e agli altri in primo luogo come romani, milanesi, siciliani o fiorentini, e in seguito come italiani.
Molto poco unisce Torino a Bari, o Napoli a Trieste, eccetto l'autostrada, la ferrovia e la Chiesa Cattolica.
Ogni tanto gli italiani cercano di comportarsi come una nazione e fanno grossi sforzi per essere nazionalisti, per esempio quando la nazionale di calcio riscuote successi durante il campionato mondiale.
Ma principalmente gli italiani si sentono tali quando sono all'estero: in una gelateria di Melbourne in Australia, in una miniera belga o ad una partita di calcio negli Stati Uniti.
L'identità è importante per gli italiani. Forse proprio perchè sono piuttosto insicuri della loro italianità e non esattamente in grado di dire cosa significhi, sentono invece fortemente le loro radici.
"Di dove sei?" è una domanda importante per un italiano e richiede una risposta esauriente. Diversamente da un inglese o da un americano, nessun italiano è mai in imbarazzo quando questa domanda gli viene posta.
Gli italiani sanno esattamente da dove vengono, e portano quel luogo con sè per tutta la vita.
Dichiarare la propria origine è strettamente connesso con il concetto chiave del "campanilismo" che letteralmente significa "fedeltà al proprio campanile" ; in pratica esso presuppone il pensare che la propria città natael sia la migliore del mondo.
Gli italiani amano la loro città di origine e trovano difficile eseerne allontanati. Questo attaccamento alla città, comunque, presuppone grande concorrenza, che è particolarmente forte tra paesi, città, provincie e regioni vicine.
La rivalità è così accesa che spesso gli italiani non hanno tempo per altro, perchè sanno bene che quelli di altre famiglie, paesi, città o regioni non sanno comportarsi come si deve e sono inaffidabili. Come sarebbe bella l'Italia senza gli altri italiani!
Tratto da Martin Solly; Xenophobe's guide to the Italians , Orsham, Ravette Books, 1995

venerdì 6 aprile 2012

La Mafia e lo Stato italiano

Dopo l’unità d’italia, il neo Stato aveva bisogno di tenere sotto controllo le genti meridionali, non potendo stanziare l’esercito per sempre si inventò un anti-stato chiamato mafia.



Vi siete mai chiesti cosa c’entra lo Stato con la massoneria?? La risposta è semplice, lo stato insieme alla massoneria ha conquistato il Regno delle Due Sicilie.
Vi siete mai chiesti cosa c’entra la massoneria con la mafia? Sono due facce della stessa medaglia.
Quindi stato+massoneria=mafia!
Il neo stato italiano aveva bisogno di tenere sotto controllo le genti del sud, questo perchè si era reso conto che tutti gli eserciti del mondo non sarebbero mai riusciti a spegnere tutti i focolai di resistenza e che l?indole dei meridionali era molto difficile da addomesticare.
Allora cosa decide di fare?
Innanzitutto mette le caserme dei carabinieri non nelle città (che vengono gestite dalla polizia) ma nelle campagne, nel senso che crea decine di caserme di carabinieri (che in principio erano guardie dei Savoia) nei paesi e paesini e borghi rurali poichè capisce che il seme della protesta nasce da quelli strati sociali che sono rappresentati dal mondo contadino, ma poi ha bisogno anche di controllare la popolazione non solo in senso di occupazione militare, ma ha bisogno di occupare la società. Allora cosa crea?? LA MAFIA!!
Questa forma di "secondo Stato" nello Stato, mediante l’uso della paura, delle minacce, del clientelismo, delle tangenti, del racket; tiene sotto controllo gli animi e le coscienze dei cittadini meridionali.
Quest’ultimi per paura di morire, e quindi con istinto di sopravvivenza, sottostanno alle regole della mafia.
Vi chiederete: si certo 148 anni fa fu così, ma ora??
Ora, cari miei concittadini, è ancora più evidente!!
Secondo voi Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino sono stati uccisi dalla mafia e basta?? Oppure, De Magistris, Apicella, Forleo sono stati bloccati, derisi e umiliati dalla mafia?
La risposta è ovviamente no! Lo Stato si è servito della mafia per fare stragi e per destituire i magistrati così da apparire all’opinione pubblica come "immacolato"!
L’unico momento in cui sono stati in disaccordo è quando Riina mise le bombe ai monumenti a Roma, Firenze e Milano. Ma è durato poco dopo hanno trovato subito il nuovo accordo e come per magia è nata la II Repubblica!
Il giorno più bello della mia vita è stato quando ho visto i cittadini di Palermo che cacciarono i politici dalla Cattedrale ai funerali di Falcone e Borsellino.
In quel giorno, per la prima volta capimmo che la mafia è lo Stato!!
Meditate su queste parole e reagite, il nostro futuro siamo noi!!!

lunedì 17 maggio 2010 di Valerio Rizzo

giovedì 5 aprile 2012

Siamo un popolo di Abbagnale

Il canottaggio è uno sport nobile che ha accompagnato tutta la storia dell’umanità. 

Già nelle pitture tombali egizie erano presenti scene di gare tra imbarcazioni a remi che sfrecciavano sul Nilo. Virgilio, nel libro V dell’Eneide (circa 700 a.C.) narra di una prima gara di canottaggio voluta da Enea per commemorare la morte del padre Anchise. Quattro imbarcazioni si sfidarono nel mare di Trapani ed in quell’occasione ebbe la meglio la barca “Scilla”.  Nel 260 a.C. il greco Polibio, nel libro I delle sue storie, racconta come i Romani per i trasporti via mare dovevano far continuo ricorso, con forti spese, a “canottieri” napoletani e tarantini
Grandi rematori furono, ovviamente, i genovesi e i veneziani. Questi ultimi, in particolare, diedero lustro alla disciplina tant’è che le cronache riportano che la prima competizione sotto forma di regata si tenne a Venezia nel 1315[1].

Il canottaggio approdò nell’era moderna grazie alla eco che ebbe nel corso degli anni, la gara “Oxford-Cambridge”, la conosciutissima sfida fra università inglesi.

Ora, date le premesse, qualcuno si aspetterebbe che in Italia il primo club di canottaggio nascesse, che so io, in una città marinara o in una città che affaccia su un golfo e invece, non fu così. 
Il 1888 fu allietato dalla nascita della Federazione Italiana Canottaggio, creata sulle rive del Po da alcune società torinesi, poi posto sotto la presidenza onoraria del Re Umberto di Savoia. 
Certo, il Po è il Grande Fiume ed il primato ci sta tutto. Ovviamente, quelli della Federazione se la suonavano e se la cantavano: il primo Campionato d’Italia venne disputato il 15 settembre 1889 sul Lago Maggiore, a Stresa, in acque piemontesi. I canottieri torinesi si aggiudicarono tutti e tre i titoli (4 con, singolo, 2 con). Nonostante gli sforzi, però, e qualche successo coronato da alcune medaglie olimpiche, il canottaggio non riusciva a decollare, non era neppure particolarmente seguito dagli italiani stessi ed era inesorabilmente destinato ad un lento declino. …..

E, invece, nel 1981, del tutto inaspettatamente il tempio del canottaggio “italiano” trovò delle nuove divinità nate in una famiglia di contadini di Pompei. Pensate un po’?! Quanto e strano, a volte, il destino.

Se il 1888 aveva dato i natali alla Federazione Italiana Canottaggio, sulle rive del Po, il 1988 rese leggenda il canottaggio “italiano” grazie ai fratelli Abbagnale.

La saga di questa inconsueta famiglia ebbe inizio nel 1981 ai Campionati del Mondo di Monaco di Baviera, dove Giuseppe, Carmine, ed il timoniere “Peppiniello”, vinsero l’oro. L’anno dopo a Lucerna vinsero ancora. Si seppe che essi si allenavano con mezzi quasi di fortuna ed in orari improponibili, perché la famiglia, proprietaria di un podere, esigeva che studiassero, aiutassero nel campo di fiori fonte di sostentamento della famiglia e solo dopo tutto questo concedeva loro la “distrazione” degli allenamenti che, comunque, dovevano restare un mero hobby subordinato agli studi[2].

Nonostante gli ostacoli, i timori per il futuro e la ricerca di un lavoro che potesse loro garantire un avvenire “sicuro” i fratelloni continuarono a inanellare successi. Il loro palmarès comprende due ori ed un argento alle Olimpiadi, e sette titoli mondiali conquistati tra il 1981 ed il 1991, più due secondi posti (’86, ’93) ed un terzo (’83): un bilancio semplicemente strepitoso. Fra l’altro, dopo il ritiro di Giuseppe, Carmine otterrà nel ‘94 una nuova vittoria nel 2con, assieme a Gioacchino Cascone, sotto la guida di Cirillo.

Tesserati per la Canottieri Stabia ed allenati dallo zio, Giuseppe La Mura - divenuto poi direttore tecnico della Federazione Italiana di Canottaggio - i fratelli Abbagnale dominano per un decennio la scena del canottaggio mondiale, portando questo sport, povero e poco conosciuto, alla ribalta mediatica. Memorabili sono le concitate telecronache delle loro vittorie ad opera di Giampiero Galeazzi, ma ancor più memorabili sono le gare vinte dai fratelloni negli anni.

Sicuramente, tra le tante, occorre ricordare la finale olimpica di Seoul 1988 quando l'equipaggio italiano vinse l'oro sconfiggendo il temuto armo inglese, composto da Sir Stephen Redgrave, considerato il più forte canottiere della storia, e Andy Holmes, che finirono addirittura in terza posizione preceduti dall'equipaggio della Germania Est.

Giochi Olimpici di Seul 1988: Carmine e Giuseppe Abbagnale vincono la loro seconda medaglia d’oro olimpica nel ‘due con’.

Giuseppe e Carmine Abbagnale, guidati dal timoniere Giuseppe Di Capua, e il loro fratello minore Agostino sono, oggi, unanimemente annoverati fra i più grandi canottieri di tutti i tempi, anche se forse, qualcuno vorrebbe dimenticarlo. Essi posero termine al lungo predominio della Repubblica Democratica Tedesca nella specialità del 2con e, nel contempo, all'oblio in cui era scivolato il canottaggio italiano dopo i Giochi Olimpici del 1968.

Immaginate ora che questa storia sia una metafora,
1)   che il canottaggio sia la nostra patria: il sud della penisola,
2)   che il periodo di oblio e di mortificanti sconfitte in cui lo sport era sprofondato dopo il 1968 siano gli ultimi 151 anni della nostra storia
3)  e immaginate, infine, che i fratelli Abbagnale siano il nostro popolo.....se ce l’hanno fatta loro contro tutti e tutto, allora possiamo farcela anche noi perchè come titolò la "Gazzetta dello Sport" il 26 Settembre 1988: Siamo un popolo di Abbagnale!!! 

Francesca Di Pascale 





[1]BREVE STORIA DEL CANOTTAGGIO” di Enrico Tonali
[2]I TRE FRATELLI ABBAGNALE” di Claudio Loreto

martedì 3 aprile 2012

Ora o mai più!



Il Sud sono 150 anni che sta dando il proprio sangue, è stato umiliato, bastonato e svuotato della sua gente (è come se la Sicilia, la Campania e la Puglia avessero perso 3-4 volte il numero dei propri residenti in 150 anni!).
Ogni anno emigrano 400.000 meridionali verso le regioni del Nord e verso l'Europa, sono per lo più giovani e laureati; la disoccupazione giovanile al Sud è altissima, i risparmi si stanno azzerando e tutto a vantaggio del Nord. Lo Stato di per sè continua ad investire da Roma in su, nelle ferrovie, nelle strade, nelle opere pubbliche : 210 km di alta velocità al Sud contro i 2.400 km al Nord!
Il furto di intere generazioni dunque sta continuando, la speranza si sta nuovamente affievolendo. Ora più che mai serve quell'Unità di tutti i movimenti che più volte è stata "urlata", un'unità che possa servire ad arginare questo nuovo fiume in piena che si sta abbattendo contro il Sud. C'è bisogno di andare a toccare il cuore della gente, c'è il bisogno di svegliare tutti gli illusi e tutti quelli che credono che non cambierà mai niente.
Ora o mai più!
E' giunto il momento di farlo, se non riusciamo ora a combattere il "mostro egoista" tosco-padano saremo spacciati per altri 100 e più anni. Mi appello a tutti i movimenti meridionalisti, ed è un appello urgente, disperato! Mettete da parte le divisioni e concentratevi su un unico obiettivo comune: LA LIBERAZIONE DEL SUD!
Iniziate ad andare strada per strada, città per città, paese per paese a svegliare chi ancora inconsapevolmente dorme! Avete una missione da compiere, se questa sarà disattesa, tutte le generazioni future patiranno per i nostri errori!

lunedì 17 maggio 2010 di Valerio Rizzo

Un popolo, una Nazione



Ogni giorno vedo la mia nazione (l'ex Stato Duosiciliano) impoverirsi sempre di più, vedo continuamente treni pieni di fagotti e valige, vedo lacrime di madri e tristezze negli occhi dei padri.
Volgo lo sguardo altrove e vedo le mani dei contadini testardi, piene di rughe, calli e screpolature. Quelle mani sembrano un terreno sul quale è passato un aratro ma in questo caso, quest’ultimo rappresenta la vita.
Allora corro via, dalla Basilicata mi sposto in Calabria e anche qui, inizio a vedere le stesse cose che ho visto precedentemente, ma non mi rassegno, scappo via nuovamente e vado in Campania. In questa regione ritrovo l’intero Meridione nelle sue problematiche e nelle sue piaghe, come se fosse racchiusa in un’unica regione tutto il Sud della penisola.
Mi vengono in mente i pensieri che avevo alla fine degli anni ottanta, quando, guardando al futuro, pensavo che negli anni 2000 non ci sarebbe più stata emigrazione, non ci sarebbe più stata povertà.
La crisi economica nel mondo sta portando con sè effetti devastanti, nella penisola italica invece no!! La tv dice che tutto va bene, che bisogna spendere, comprare i regali per i figli.
Capisco in un batter d’occhio che l’ottimismo sta nel fatto che il cuore economico del paese, il nord, "campa" grazie alla sottomissione e colonizzazione del Meridione, quindi per salvare le industrie settentrionali, il Sud dovrà pagare l’ennesimo prezzo, che in questa occasione, sarà il più drammatico da 150 anni.
Ma allo stesso modo mi stupisco nel vedere che non riusciamo ad essere popolo; siamo 20 milioni di persone ma quello che vedo, quello che mi fa rabbia e quello che mi fa reagire, viene percepito solo da poche migliaia di persone.
Bisogna che tutti i "20 milioni" acquisiscano la dignità di popolo che non hanno, acquisiscano la consapevolezza di Nazione Meridionale. Devono iniziare a spegnere la tv, devono iniziare a comprare i prodotti del Sud, devono iniziare a rispettare l’ambiente in cui vivono, devono iniziare a non votare i partiti che non servono a noi e al nostro paese, ma devono iniziare a votare persone, idee, progetti!!
Sono sconfortato nel vedere che siamo come un gregge di pecore che segue il padrone di turno.
Reputo sempre di più i concittadini che rimangono nelle nostre terre come "coraggiosi" e briganti che lottano continuamente.
Chi decide di rimanere deve affrontare mille difficoltà dalla mala amministrazione alla mala vita organizzata (il cui confine è sempre più sottile) ma decide lo stesso di non andare via! Non andiamo via, non lasciamo la nostra Terra, che futuro possiamo dare, che opportunità possiamo creare, mi riferisco soprattutto ai laureati che in massa lasciano le nostre regioni per regalare il nostro sapere e la nostra smisurata cultura ai padroni del nord.
Più volte ho detto su questo sito che la nostra ricchezza siamo NOI. UN POPOLO. UNA NAZIONE!

martedì 17 febbraio 2009 di Valerio Rizzo

domenica 1 aprile 2012

Unità d’Italia: la strage dimenticata di Roseto Valfortore




ROSETO VALFORTORE (FG)
– Il lettore che dopo aver visto il titolo si appresta a leggere l’articolo si aspetta la solita storia retorica di altri eroi che si sono immolati per l’Unità d’Italia. Ma si sorprenderà, invece, nel leggere l’altra storia, quella nascosta, quella censurata, che in questi ultimi decenni sta “urlando” e chiede di venir finalmente alla luce. E’ una storia come tante che, o per vergogna, o per convenienza, o per quant’altro, è stata per decenni tenuta segregata in un cassetto.
Roseto Valfortore è un paesino di mille anime arrampicato sulle montagne dell’Appennino Dauno, in provincia di Foggia. Un luogo accogliente dove gli abitanti hanno ancora il tempo e la volontà di regalare un sorriso ai visitatori che vi giungono. Ma è anche un territorio che ha dentro di sé una ferita storica che mai nessuno gli ha riconosciuto; questa è la vicenda di 4 ragazzi di appena vent’anni e di un adulto, padre di famiglia, che furono trucidati dai garibaldini a causa delle loro simpatie per i Borbone.
Tutto avvenne la sera del 7 novembre 1860 quando i 5 furono allineati ad un muro e passati alle armi da chi era appena sopraggiunto e definiva se stesso “un liberatore”. A nulla valsero le suppliche di pietà che i ragazzi invocarono ai carnefici, a nulla valsero le grida delle donne che assistettero impotenti all’esecuzione.
Questa triste vicenda, ancora una volta, non sarebbe mai venuta fuori se non ci fosse stata la caparbietà e la voglia di sapere di uno studioso, il prof. Michele Marcantonio, che scrisse nel 1983 un libro in cui raccontava l’eccidio (Abbasso la guerra, ossia tre passi a ponente Italia Letteraria, Milano 1983).
Libro, ancora una volta, corredato da documenti storici ufficiali che provavano l’accaduto, ma che furono deliberatamente ignorati. I padri della patria, infatti, dovevano apparire ancora una volta senza macchia e senza peccato! Questo fu l’ordine impartito agli storici. Proprio grazie a tali testimonianze scritte si è potuta realizzare una ricostruzione dettagliata di cosa avvenne quel triste giorno; si riporta integralmente uno stralcio tratto da Il Frizzo, giornale di Lucera: “I cinque vennero allineati lungo il muro che guardava alla torretta, di fronte al plotone. L’aria rigida, la pioggia, che ora con furia, il vento, fatto ora cattivo, che tempestava il viso dei condannati con bordate d’acqua gelida e dura come grossi grani di sabbia, e, forse, il contenuto di quel biglietto consigliarono il generale a far presto, a sbrigarsi.
Nell’estremo tentativo di muovere a pietà, tre dei condannati, cioè Giuseppe Cotturo, Vito Sbrocchi e Leonardo Marrone, s’inginocchiarono nel fango: – Pietà! Siamo innocenti! Parole e lacrime alla pioggia e al vento che mugghiava nella siepe e sui tetti. – Pietà di noi! –, fece Nunzio. Il quinto, più di là che di qua (è Liberato Farace, 22 anni appena, ferito a morte presso la propria abitazione dalle camicie rosse) era ricaduto in un’assenza totale e si teneva ritto al muro come un tronco senza vita. Il sergente rizzava in alto la sciabola come un ricurvo dito d’acciaio guardando fisso il generale. Il sergente non batteva ciglio. Ecco… Il generale fece con l’indice un cenno distratto, quasi meccanico. La sciabola piegò verso terra. Fuoco! I primi tre, a partire dall’angolo, caddero fulminati. Al quarto un secondo colpo. Il quinto, Liberato Farace, indenne. Il fuciliere di grazia esplose su di lui il terzo e il quarto colpo. Solo quest’ultimo spinse fuori da quel giovane corpo il lieve alito di vita residuo.” E’ ora di iniziare a raccontare una storia diversa del Risorgimento: è iniziata al Sud un’inarrestabile “rivoluzione culturale” atta a far sì che si cancelli la retorica e che si guardi in faccia la realtà di quello che successe 150 anni or sono. Documenti come questo e come tanti altri devono servire per risvegliare la voglia di verità che gli storici, assoggettati al potere, hanno perso. E’ una questione soprattutto di libertà: soltanto quando uno studioso potrà scrivere le verità storiche senza dover seguire una “linea comune”, allora si sentirà libero.

domenica 14 novembre 2010 di Valerio Rizzo

I molti modi di intendere il Meridionalismo

(nella foto la pubblicità di "Terronia" un'azienda lucana di stampo meridionalista)


Nei 150 anni della nostra recente storia ci sono stati illustri esempi di meridionalisti, da Giustino Fortunato a Pasquale Villari, da Francesco Nitti fino ad Antonio Gramsci. Grandi nomi e grandi pensieri che hanno coinvolto la vita culturale e sociale, anche se non con risultati brillanti e duraturi.

Ma prima è doveroso, da parte mia, chiarire il concetto di Meridionalismo. Il meridionalista nasce dalla scoperta di una storia negata, dalla negligenza politica e dal collasso economico del meridione. Queste cause scatenanti nascono dal fatto che il Sud vive un totale abbandono da parte dei governi che si sono susseguiti da Cavour in poi, ad iniziare dalla monarchia sabauda. Dall'unità d'Italia alla nascita della Repubblica italiana, non si è fatto altro che sfruttare il Sud come se fosse un grande contenitore di manovalanza a basso costo e, riprendendo le parole di Giustino Fortunato nelle sue celebri corrispondenze con Pasquale Villari nel 1901, durante i periodi di elezioni politiche, come grande riserva di voti.

Da questi presupposti nasce, dunque, l'idea meridionalista; nasce spesso a macchia di leopardo, non coordinata, e può avere due accezioni: una positiva, quando riescono ad emergere "menti illustri" che hanno il coraggio di gridare la loro rabbia al resto della nazione, un'altra negativa, quando, invece, nascono "menti non pensanti" che sanno solo lamentarsi e non muovere un dito per cercare di far risorgere la propria terra. Spesso si sente dire o, ancor peggio, giustificare l'andamento negativo del Sud dando la colpa alla "criminalità organizzata" oppure ad un presunto "senso di inferiorità etnico" dei meridionali che non sono in grado di essere alla pari con i settentrionali.

Ma in tutto questo sconforto generale ci sono tanti (forse tantissimi e poco conosciuti) esempi di dinamicità economica. Questi sono rappresentati da tutti quegli imprenditori del Sud che rimangono nel territorio, investendo soldi, nonostante la burocrazia lenta e molte volte cieca, o ancor peggio, nonostante rischino la vita, in alcune regioni, per non dover scendere a compromessi con qualche "famiglia" del luogo. Questo esercito fatto da persone, ogni mattina si alza alle sei, produce e dà lavoro a centinaia di famiglie. Questo insieme di "teste pensanti" ha deciso di rimanere nel territorio, di rimanere al Sud e combattere contro tutte le negatività che in ogni modo ostacolano chiunque voglia investire per creare qualcosa.

Se io un giorno decidessi di aprire un'azienda al Nord, il luogo in cui ubicherei l'azienda mi aprirebbe le porte della città e mi stenderebbe un tappetino rosso poichè io porterei economia, lavoro, quattrini. Se invece decidessi di aprire un' azienda nel Meridione, oltre agli ostacoli della burocrazia, che mi farebbe aspettare mesi, se non anni, per avere delle autorizzazioni , mi troverei di fronte ad una grande inettitudine che potrebbero ostacolarmi per invidia!! Oppure più drammaticamente se volessi aprirla in "alcune regioni", oltre a questi muri troverei anche un altro muro che ha tante facce, ma si nasconde sotto un unico appellativo: mafia.
Allora ci rendiamo conto di come gli imprenditori meridionali, inconsapevolmente, siano i più grandi meridionalisti della storia del Sud. Combattono, sopravvivono, creano economia e, perchè no, giustizia sociale nel proprio territorio. A loro vorrei volgere lo sguardo come una nuova "razza" di briganti, ma questa volta al posto dei fucili e dei boschi, usano i fatti concreti, la forza delle loro idee e un grande spirito positivista che si rivela essere quella spinta necessaria al miglioramento della condizione del Mezzogiorno.

Questa è la nuova strada da intraprendere, questa è la "via maestra" che riuscirà a riportare quella voglia di "Risorgimento" che attendiamo ormai da decenni. Tutto sta nel percorrerla, nel creare tutte le condizioni possibili per arrivare all?obiettivo che tanto speriamo. Vorrei poter raccontare ai miei figli la favola dello sviluppo del Sud, di come eravamo, di come siamo diventati e di come potremmo ancora essere!

lunedì 17 maggio 2010 di Valerio Rizzo

martedì 27 marzo 2012

Primati di un Regno che fu

Quello che la scuola e l’informazione "ufficiale" non ci dicono
Il "Rinascimento" meridionale può fondarsi solo sulla consapevolezza di quello che è il nostro passato.

Il Regno delle Due Sicilie costituiva la piú grande e importante entità statale autonoma che la penisola italiana abbia mai avuto prima dell’Unità. Di seguito elencherò alcuni dei primati che le Due Sicilie conseguirono mentre, nello stesso periodo di tempo, il resto della penisola era una zona semisviluppata in cui gli abitanti emigravano verso le Americhe o (e oggi può apparire paradossale) verso le nostre regioni.
1735: Prima Cattedra di Astronomia, in Italia, affidata a Napoli a Pietro De Martino
1751: Il piú grande palazzo d’Europa a pianta orizzontale, il Real Albergo dei Poveri a Napoli
1754: Prima Cattedra di Economia, nel mondo, affidata a Napoli ad Antonio Genovesi
1762: Accademia di Architettura, una delle prime e piú prestigiose in Europa
1763: Primo Cimitero italiano per poveri (il "Cimitero delle 366 fosse", nei pressi di Poggioreale a Napoli, su disegno di Ferdinando Fuga)
1781: Primo Codice Marittimo nel mondo (opera di Michele Jorio)
1782: Primo intervento in Italia di Profilassi Anti-tubercolare
1783: Primo Cimitero in Europa ad uso di tutte le classi sociali (Palermo)
1789: Prima assegnazione di "Case Popolari" in Italia (San Leucio presso Caserta).
Prima istituzione di assistenza sanitaria gratuita (San Leucio)
1792: Primo Atlante Marittimo nel mondo (Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, Atlante Marittimo delle Due Sicilie. (vol. I) elaborato dalla prestigiosa Scuola di Cartografia napoletana)
1801: Primo Museo Mineralogico del mondo
1807: Primo "Orto botanico" in Italia a Napoli di concezione moderna
1812: Prima Scuola di Ballo in Italia, annessa al San Carlo
1813: Primo Ospedale Psichiatrico italiano (Reale Morotrofio di Aversa)
1818: Prima nave a vapore del Mediterraneo "Ferdinando I"
1819: Primo Osservatorio Astronomico in Europa, a Capodimonte
1832: Primo Ponte sospeso (il Ponte "Real Ferdinando" sul Garigliano), in ferro, in Europa continentale
1833: Prima Nave da crociera in Europa "Francesco I"
1835: Primo istituto italiano per sordomuti
1836: Prima Compagnia di Navigazione a vapore nel Mediterraneo
1837: Prima Città d’Italia ad avere l’illuminazione a gas (primo esperimento nei portici di San Francesco di Paola)
1839: Prima Ferrovia italiana, tratto Napoli-Portici, poi prolungata sino a Salerno e a Caserta e Capua.
1839: Prima galleria ferroviaria del mondo. Prima Illuminazione a Gas di una città italiana (terza in Europa dopo Londra e Parigi) con 350 lampade
1840: Prima Fabbrica Metalmeccanica d’Italia per numero di operai (1050) a Pietrarsa presso Napoli
1841: Primo Centro Vulcanologico nel mondo presso il Vesuvio. Primo sistema a fari lenticolari a luce costante in Italia
1843: Prima Nave da guerra a vapore d’Italia (pirofregata "Ercole"), varata a Castellammare. Primo Periodico Psichiatrico italiano pubblicato presso il Reale Morotrofio di Aversa da Biagio Miraglia
1845: Prima Locomotiva a Vapore costruita in Italia a Pietrarsa. Primo Osservatorio Meteorologico italiano (alle falde del Vesuvio)
1848: Primo esperimento di illuminazione a luce elettrica d’Italia a Lecce, per opera di mons. Giuseppe Candido. Illuminazione dell’intera piazza in occasione della festa patronale.
1852: Primo Telegrafo Elettrico in Italia (inaugurato il 31 luglio). Primo Bacino di Carenaggio in muratura in Italia (nel porto di Napoli).
1853: Primo Piroscafo nel Mediterraneo per l’America (Il "Sicilia" della Società Sicula Transatlantica di Salvatore De Pace: 26 i giorni impiegati). Prima applicazione dei principi Scuola Positiva Penale per il recupero dei malviventi
1856: Primo Premio Internazionale per la Produzione di Pasta. Esposizione Internazionale di Parigi, premio per il terzo Paese del mondo come sviluppo industriale. Primo Premio Internazionale per la Lavorazione di Coralli (Mostra Industriale di Parigi) Primo Sismografo Elettromagnetico nel mondo costruito da Luigi Calmieri
1859: Primo Stato Italiano in Europa produzione di Guanti (700.000 dozzine di paia ogni anno)
1860: Prima Flotta Mercantile d’Italia (seconda flotta mercantile d’Europa) e prima Flotta Militare (terza flotta militare d’Europa). Prima nave ad elica (Monarca) in Italia varata a Castellammare. Piú grande Industria Navale d’Italia per operai (Castellammare di Stabia 2000 operai). Primo tra gli Stati italiani per numero di Orfanotrofi, Ospizi, Collegi, Conservatori e strutture di Assistenza e Formazione. Istituzione di Collegi Militari (La Scuola Militare Nunziatella è il piú antico Istituto di Formazione Militare d’Italia, ed uno dei più antichi del mondo. Prime agenzie turistiche italiane. La piú bassa percentuale di mortalità infantile d’Italia. La piú alta percentuale di medici per abitanti in Italia. Prima città d’Italia per numero di Teatri (Napoli), il Teatro San Carlo è il piú antico teatro operante in Europa, costruito nel 1737. Prima città d’Italia per numero di Conservatori Musicali (Napoli). Primo "Piano Regolatore" in Italia, per la Città di Napoli. Prima città d’Italia per numero di Tipografie (113, in Napoli). Prima città d’Italia per numero di pubblicazioni di Giornali e Riviste. Primi Assegni Bancari della storia economica (polizzini sulle Fedi di Credito). La piú alta quotazione di rendita dei titoli di Stato (120% alla Borsa di Parigi). Il Minore carico Tributario Erariale in Europa. Maggior quantità di Lire-oro nei Banchi Nazionali (dei 668 milioni di Lire-oro, patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme, 443 milioni erano del regno delle Due Sicilie). Monopolio mondiale dello zolfo, avendo oltre 400 miniere di zolfo, copriva circa il 90% della produzione mondiale di zolfo e affini. Questi impressionanti dati non si riferiscono agli Stati Uniti d’America, ma alle nostre Regioni Meridionali. Tale ricerca storica è inoltre rafforzata da alcuni studi statistici che hanno evidenziato come l’emigrazione dal Meridione fosse assente, e al contrario il Sud ricevesse immigrati sia dalle regioni italiane del centro-nord che da zone depresse del nord Europa (alcuni esempi: nel salernitano è diffuso il cognome Helzen, derivante dalla Germania orientale; oppure in molte zone della Calabria è diffuso il cognome Alberto, tipico piemontese; ed infine la diffusione dei dialetti gallo-italici in Basilicata, derivanti da immigrazioni dal Monferrato). Questi primati non erano solo in campo tecnologico ed economico, ma anche in campo “sociale”, per esempio l’illuminazione pubblica (1837 Napoli e 1848 Lecce) , le case popolari (1837 San Leucio - CE), l’ospedale psichiatrico (1813 Aversa - CE) e l’istituto per sordomuti (1835 Napoli). Tutti dati che devono farci riflettere su due aspetti: innanzitutto sul fatto che non è assolutamente vero che dopo la “Magna Grecia” si sia verificato al Sud un declino irreparabile; e seconda cosa: se prima il Sud era economicamente forte, può ridiventarlo, e, ancora una volta, ritornare a trainare l’economia del nostro Paese. L’unica cosa inspiegabile è data dalla censura che la storiografia ufficiale attua su questi dati e su questi primati: aver paura della verità è spesso indice di “coscienza sporca”!

Valerio Rizzo

lunedì 24 ottobre 2011


Il 28 ottobre si svolgerà il processo della MARLANE-MARZOTTO
di Praia a Mare (CS), una fabbrica che per molti anni ha seminato una scia di morte lunga 50 anni, 80 operai morti, altrettanti affetti da tumore.
Una STRAGE, senza temere di esagerare e ricevere smentite.
Una strage che aspetta ed esige giustizia. 

Lettere napolitane

Eh che! L'Inghilterra potrebbe permettere che un regno, il giardino dell'Italia, ripieno di tesoro di arte, di scienze e di lettere, patria di tanti uomini illustri in tutte le branche del sapere umano, fiorente pel suo commercio e per la sua industria, fosse per sempre cancellato dalla carta di Europa? Una città celebre per l'abbondanza dei suoi doni naturali, per la serenità del suo cielo e per la sua numerosa popolazione si vedrebbe ridotta nello stato di un semplice municipio? Un popolo rimarchevole per la vivacità dei suoi caratteri e del suo ingegno sarebbe condannato a divenire il paria del Piemonte? Le qualità, i vantaggi di ogni specie di cui il cielo ha arricchiti i napolitani (i MERIDIONALI continentali ndr), dovrebbero essi dunque divenir la causa del loro annientamento politico? L'Inghilterra lascerebbe violare i trattati a detrimento d' una potenza amica e malgrado le assicurazioni le più solenni? si potrà dopo questo sacrificio d' un popolo innocente, aver fede nel dritto delle genti e nella forza dei trattati? Si oserà convocare un Congresso dopo aver permesso al Piemonte di raccogliere i frutti di tante perfidie e d'una guerra ingiusta, contro un regno vilmente assalito, e nel solo scopo di rovesciare la monarchia dei Borboni?

Lettere napolitane
 Di Pietro Calà Ulloa