Il popolo partenopeo ha sempre saputo onorare i
suoi figli. La riconoscenza e l'amore non sono mai mancati a chi alla
città ha offerto con generosità la propria arte, a chi la città ha
saputo dipingere con dedizione e senza pregiudizio. Abbiamo
ancora negli occhi le immagini del popolo fiero, composto e commosso
che saluta Pino Daniele per l'ultima volta, in una piazza divenuta
chiesa e sotto un cielo anch'esso in lacrime. Ma Napoli non è nuova a
simili manifestazioni. In questa rara foto del 1925, la città saluta
ancora commossa, attonita e composta un altro grande suo figlio, Eduardo
Scarpetta. Nella poesia che lasciò agli eredi come testamento, il
commediografo scrive: "Appriess a me non voglio commediante pecchè so
sempre fauze e cuollo stuorto, e cierti vvote vann' appriesso 'o muorto
rerenne e rusecanne tutte quante. Voglio che appriess' a me sortanto
vene 'o popolo che m'ha voluto bene!"
Francesca Di Pascale
"Briganti" rappresenta il punto di incontro di chi vuole condurre una battaglia per il Sud. E’ il mezzo attraverso il quale trova voce chi vuole raccontare la nostra terra, la sua storia, i suoi problemi, le sue eccellenze, le sue prospettive politiche, sociali ed economiche. Se ami il Sud unisciti a noi.
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sabato 10 gennaio 2015
lunedì 19 maggio 2014
"Ad esempio, Io resto a sud...ed il Sud riparte da Napoli"
“Ad esempio, Io resto a sud – Il rapporto tra economia e territorio attraverso acquisto e consumo consapevole”.
Il tema racchiuso in questo titolo, a noi Briganti, è estremamente caro. Fin da quando, leggendo le considerazioni di
Zitara in merito, abbiamo compreso l’importanza rivoluzionaria che i nostri
consumi avrebbero potuto assumere se orientati “verso sud”, abbiamo intrapreso
una vera e propria battaglia sul Comprasud in tutte le sue estensioni.
Perciò, proprio a questo tema, abbiamo dedicato il convegno
di sabato 17 maggio all’Hotel Ramada di Napoli, con la espressa volontà di
ribadire tutti i progressi fatti in quattro anni, di valutare tutto quanto è
ancora necessario fare e di ascoltare alcuni tra i protagonisti principali
della battaglia del Comprasud, ovvero, gli imprenditori.
All’impresa è stata dedicata la parte centrale del convegno
con gli interventi di estremo interesse di Bruno Zarzaca che ha aperto un
ristorante “Amico Bio Spartacus Arena” all’interno del complesso archeologico
dell’Arena di Santa Maria Capua Vetere, di Giuseppe Sciretta di I-sud che ci ha
illustrato il progetto innovativo www.i-sud.it
che condivide con Nicola Cristhian Rinaldi, Dario Scalella che ci ha
parlato dei suoi elicotteri biposto fatti a Napoli, Piero Meo autore dei
progetti Comprassieme e Checksud. Tutti,
pur trasmettendo grande passione per il proprio lavoro e per la propria terra
hanno evidenziato le difficoltà che è necessario superare quotidianamente per “fare
impresa da sud”. Sullo stesso aspetto si è incentrato l’intervento di Diego
Giovinazzo, segretario generale di Confimpresa Campania, partner dell’evento
assieme ad I-sud, che ci ha spiegato come rompere i vincoli che ci impediscono
di intraprendete.
Alla lettura dei graditissimi saluti di Francesco Tassone ai convenuti, segue l'intervento di Marco Esposito, segretario di
Unione Mediterranea. Il giornalista ha sottolineato il fatto che noi stiamo compiendo una
rivoluzione che si concretizza nella nostra possibilità di scelta che possiamo
utilizzare quando compriamo un prodotto e quando eleggiamo chi deve
rappresentarci. Nando Dicè, presidente di Insorgenza Civile, ha compiuto un
parallelismo tra il Comprasud ed il disastro ambientale deIl’llva di Taranto,
invitandoci ad essere costantemente “arrabbiati” perché il sistema Italia, l’Impresa
Italia, è creata contro di noi.
Di estremo interesse, il contributo di Antonio Di Gennaro,
agronomo che ci ha parlato della nostra agricoltura e della Terra dei fuochi,
termine che, ha sottolineato, non dovrebbe più essere utilizzato. Di Gennaro ha
affermato: "Noi produciamo un'agricoltura di qualità che vendiamo
all'estero e che vendiamo bene. Nel tranello della verdura avvelenata siamo
caduti soprattutto noi. I campionamenti fatti a tappeto non hanno rilevato
una sola partita fuori norma. COOP compra qui le fragole e le porta in Germania
e non può sbagliare. Eppure in tv passo un messaggio negativo sui nostri
prodotti che sono, invece, i migliori al mondo"
Un piccolo momento ludico ci è stato offerto dal musicista Pietro
De Luca Bossa che ci ha presentato il suo ultimo lavoro dal titolo “Sovversione
Irrimediabile” in cui cita alcune frasi celebri di Carmine Crocco.
Un “fuori programma” molto apprezzato, è stato l’intervento
di Mauro Squillante, mandolinista nonché socio dell'associazione Briganti, che ci
ha raccontato del suo atto di amore verso la nostra terra e la nostra cultura:
riportare in vita l'uso e lo studio del mandolino napoletano, l'unico strumento
che accanto al nome ha l'indicazione della provenienza. Grazie al suo
costante impegno, il mandolino divenuto uno strumento desueto è tornato a
diffondere il suo incantevole suono in tante scuole di musica sparse nel nostro
sud.
I lavori del convegno si sono conclusi con i saluti di
Vittorio Terracciano di Confimpresa Campania, anche lui socio dell’associazione
Briganti, agli intervenuti.
I convenuti hanno avuto la possibilità di gustare i taralli
artigianali gentilmente offerti dall’azienda “Il Tarallificio del Pozzo” di
Rocchetta Sant’Antonio (FG) avviata da due ragazzi che hanno deciso di lasciare
il nord per fare impresa nella propria terra, di acquistare le originalissime
t-shirt identitarie di Napoli Tà-Ttà che fa cultura del territorio, di
assaggiare il vino e l’olio biologico dell’azienda Chimenti di Sannicardo (BA),
di nutrirsi di cultura presso lo stand di Editore Mediterraneo.
Il convegno ci ha arricchiti molto in termini di conoscenza
e di esperienza, con i suoi oltre 100
partecipanti e i 760 contatti streaming, tuttavia, il momento che maggiormente
abbiamo fatto nostro e che ci ha nutriti di più dal punto di vista umano è
stato l’assemblea dell’associazione Briganti che si è tenuta al mattino.
Abbiamo avuto modo di conoscere una piccola rappresentanza dei nostri associati
con i quali ci siamo confrontati sulle attività svolte e con i quali abbiamo
valutato le iniziative future. I soci ci hanno offerto il loro patrimonio di
esperienze di vita spesso vissuta lontano dalla propria terra e ci hanno
invogliato con il loro entusiasmo e la loro fiducia ad andare avanti e a
crescere in numero per essere sempre più incisivi nella tutela dei nostri
territori. A ciascuno di loro va il nostro più sentito ringraziamento e l’assicurazione
che quello di sabato 17 a Napoli, è stato solo il primo di una lunga serie di
incontri che ci vedranno coinvolti assieme a accomunati dalla passione per la
nostra terra.
Briganti
Associazione Briganti
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domenica 24 febbraio 2013
Le Edicole Sacre di Napoli
Da oggi inizia una nuova collaborazione con Briganti.Rosario Ciuccio, esperto e "scovatore" di opere d'arte ormai abbandonate e sconosciute, ci invia il suo primo "pezzo" dedicato alle Edicole Sacre di Napoli.
Il centro storico di Napoli, con i suoi 1700 ettari di superficie, è il più vasto d’Europa. Attraverso le sue cattedrali, i suoi reperti archeologici, le sue regge, le sue piccole - ma non per questo meno importanti - opere d’arte, racconta il viaggio di una città che ha visto ben diciassette dominazioni straniere, altrettante rivolte popolari, eruzioni vulcaniche, rivoluzioni e terremoti.
Vi parlerò in particolare di quelle piccole grandi opere d’arte che costellano ogni piazza, ogni angolo, ogni vicolo del centro della città, vi parlerò delle Edicole Sacre di Napoli.
Esse raccontano le vicende quotidiane di un popolo profondamente religioso: considerate per troppo tempo solo un fenomeno religioso secondario, tali strutture stanno ritornando lentamente alla ribalta della critica antropologica; finite nell’oblio, le loro radici sono da ricondurre all’epoca greca, per poi attraversare tenacemente le grandi persecuzioni cristiane e i tabù dei tribunali ecclesiastici.
Le edicole votive, nate sotto forma di devozioni private e popolari, sono molte centinaia: angeli, santi e madonne, dipinti in raffinate nicchie ovali, rettangolari a tempio, oppure vere e proprie sculture presenti in quello stesso punto, da tempi immemorabili. Molte di esse sono anche sproporzionatamente grandi, costituendo delle vere e proprie pseudo-cappelle, come ad esempio nel caso dell’Edicola del Salvatore in via Trinità Maggiore, nei pressi della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Monteoliveto. Il primo libro sull’argomento risale al 1978: Lo Spazio Sacro. Per un’analisi della religione popolare napoletana; un testo che elencò per lo più quelle aree sacre presenti nel popolare rione di Montesanto, non lontano dalla ben più famosa via Toledo.
Le Edicole votive possono essere esaminate da un punto di vista di differenziazioni sociali, ambientali, artistiche, nonché per l’avvicendarsi attorno ad esse, di credenze e superstizioni che possono essere ancor oggi percepibili nella cultura popolare napoletana. Eppure tutto questo non è bastato a far sì che le istituzioni prendessero seriamente a cuore la questione di questi gioielli dimenticati, veri e propri figli dell’Oro di Napoli. Quei gioielli che oggi, più che mai, rischiano di finire nel dimenticatoio considerato che, l’incuria, ne sta cancellando lentamente le tracce. Il Comune di Napoli non possiede ancora un adeguato piano di salvaguardia, tutela e fruizione di tali strutture che molto spesso portano anche la firma di artisti del calibro di Mattia Preti e Luca Giordano; nonostante quei numerosi avvisi e rimproveri da parte dell’Unesco, in quanto ogni singola pietra del centro storico di Napoli è un patrimonio da salvaguardare e tutelare, non solo per i napoletani, non solo per gli italiani, ma per l’umanità intera. Il centro storico di Napoli è stato a tal proposito dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità nell’oramai lontano 1995, con la seguente motivazione:
“Si tratta di una delle più antiche città d'Europa, il cui tessuto urbano contemporaneo conserva gli elementi della sua storia ricca di avvenimenti. I tracciati delle sue strade, la ricchezza dei suoi edifici storici caratterizzanti epoche diverse conferiscono al sito un valore universale senza uguali, che ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell'Europa e aldilà dei confini di questa.”
Parole che dovrebbero essere prese alla lettera, parole che dimostrano che ogni singola chiesa, castello, reggia, edicola sacra di una città vecchia di 3000 anni, è un testimone di civiltà, arte e cultura da preservare ai posteri.
Rosario Ciuccio

Il centro storico di Napoli, con i suoi 1700 ettari di superficie, è il più vasto d’Europa. Attraverso le sue cattedrali, i suoi reperti archeologici, le sue regge, le sue piccole - ma non per questo meno importanti - opere d’arte, racconta il viaggio di una città che ha visto ben diciassette dominazioni straniere, altrettante rivolte popolari, eruzioni vulcaniche, rivoluzioni e terremoti.
Vi parlerò in particolare di quelle piccole grandi opere d’arte che costellano ogni piazza, ogni angolo, ogni vicolo del centro della città, vi parlerò delle Edicole Sacre di Napoli.
Esse raccontano le vicende quotidiane di un popolo profondamente religioso: considerate per troppo tempo solo un fenomeno religioso secondario, tali strutture stanno ritornando lentamente alla ribalta della critica antropologica; finite nell’oblio, le loro radici sono da ricondurre all’epoca greca, per poi attraversare tenacemente le grandi persecuzioni cristiane e i tabù dei tribunali ecclesiastici.
Le edicole votive, nate sotto forma di devozioni private e popolari, sono molte centinaia: angeli, santi e madonne, dipinti in raffinate nicchie ovali, rettangolari a tempio, oppure vere e proprie sculture presenti in quello stesso punto, da tempi immemorabili. Molte di esse sono anche sproporzionatamente grandi, costituendo delle vere e proprie pseudo-cappelle, come ad esempio nel caso dell’Edicola del Salvatore in via Trinità Maggiore, nei pressi della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Monteoliveto. Il primo libro sull’argomento risale al 1978: Lo Spazio Sacro. Per un’analisi della religione popolare napoletana; un testo che elencò per lo più quelle aree sacre presenti nel popolare rione di Montesanto, non lontano dalla ben più famosa via Toledo.
Le Edicole votive possono essere esaminate da un punto di vista di differenziazioni sociali, ambientali, artistiche, nonché per l’avvicendarsi attorno ad esse, di credenze e superstizioni che possono essere ancor oggi percepibili nella cultura popolare napoletana. Eppure tutto questo non è bastato a far sì che le istituzioni prendessero seriamente a cuore la questione di questi gioielli dimenticati, veri e propri figli dell’Oro di Napoli. Quei gioielli che oggi, più che mai, rischiano di finire nel dimenticatoio considerato che, l’incuria, ne sta cancellando lentamente le tracce. Il Comune di Napoli non possiede ancora un adeguato piano di salvaguardia, tutela e fruizione di tali strutture che molto spesso portano anche la firma di artisti del calibro di Mattia Preti e Luca Giordano; nonostante quei numerosi avvisi e rimproveri da parte dell’Unesco, in quanto ogni singola pietra del centro storico di Napoli è un patrimonio da salvaguardare e tutelare, non solo per i napoletani, non solo per gli italiani, ma per l’umanità intera. Il centro storico di Napoli è stato a tal proposito dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità nell’oramai lontano 1995, con la seguente motivazione:
“Si tratta di una delle più antiche città d'Europa, il cui tessuto urbano contemporaneo conserva gli elementi della sua storia ricca di avvenimenti. I tracciati delle sue strade, la ricchezza dei suoi edifici storici caratterizzanti epoche diverse conferiscono al sito un valore universale senza uguali, che ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell'Europa e aldilà dei confini di questa.”
Parole che dovrebbero essere prese alla lettera, parole che dimostrano che ogni singola chiesa, castello, reggia, edicola sacra di una città vecchia di 3000 anni, è un testimone di civiltà, arte e cultura da preservare ai posteri.
Rosario Ciuccio

martedì 22 maggio 2012
Siracusa 1837
Dopo aver imperversato in Europa, nell'aprile del 1837, il colera si diffuse a Napoli e, nel successivo mese di giugno, in Sicilia. In quegli anni, anche nell'ambiente medico, erano assai poco chiare l'origine e le modalità di propagazione della malattia: "i medici erano divisi tra epidemisti e contagionisti". Secondo l'ipotesi del contagio, il colera si sarebbe propagato attraverso il miasma,
descritto, dai medici che sostenevano tale tesi, come una "specie di
fumetto", emesso dal malato, che, quindi, si propagava nell'ambiente,
aggredendo e contagiando gli altri individui. La diffusione del colera
in interi quartieri o città, invece, era spiegata, sempre dai contagionisti, con la propagazione, sul territorio, di una sorta di nuvola infetta, composta dalla somma dei miasmi di più individui. Un tentativo di confutare le tesi contagioniste fu fatto direttamente dal sovrano Ferdinando II.
A Napoli, infatti, si erano verificati momenti di tensione dovuti alla
fantasiosa teoria secondo la quale il "contagio" fosse causato da un
veleno che era stato portato in città e diffuso attraverso il pane. Il
sovrano, così, si recò a piedi nei vicoli della capitale "a stretto contatto con il suo popolo […] e mangiò con essi il calunniato pane".
Anche in Sicilia, attecchì l'ipotesi che il male sarebbe stato provocato da un veleno, ma la teoria fu abilmente sfruttata dai liberali per fini politici o per perseguire dei fini strettamente personali. Voci sediziose, intatti, approfittando di paure inconsce ed autosuggestione, diffusero la notizia che tale veleno sarebbe stato portato e diffuso dal governo borbonico. In conseguenza di ciò, si verificarono diversi tumulti in varie zone dell'isola; i più gravi si ebbero a Siracusa. Nella città aretusea, infatti, i disordini degenerarono in una vera e proprio caccia all'uomo: molti siracusani vennero accusati di essere degli "avvelenatori" e furono massacrati dai loro stessi concittadini; mentre le autorità comunali disposero l'arresto di altri sospettati ed istituirono una commissione di cittadini "probi e preparati" con il compito di giudicare gli accusati.
Tra i membri di tale commissione, vi era l'avvocato Mario Adorno, acceso carbonaro nel 1820 e tra i più tenaci propugnatori della teoria del veleno. Questi stese un lungo proclama da leggere alla cittadinanza radunata in piazza della Cattedrale. Nel documento, si confermava l'ipotesi dell'avvelenamento quale origine del colera e causa delle tante morti, specificando anche che la sostanza adoperata era il nitrato di arsenico. Il 21 luglio, il proclama fu controfirmato dal sindaco Pancali, acquisendo, così, valore di ufficialità. In conseguenza di ciò, il 24 luglio 1837, dalle autorità comunali, fu proclamato lo stato d'assedio, la polizia fu disarmata e fu disposto l'arresto delle autorità governative: le abitazioni di costoro furono saccheggiate dal popolo in rivolta, mentre gli stessi arrestati furono giustiziati in piazza della Cattedrale.
Su iniziativa di un gruppo di liberali, fu costituito un comitato di salute pubblica, che, in seguito, avrebbe dovuto trasformarsi in un vero e proprio governo provvisorio. Da un lato, infatti, i liberali, per ottenere consensi ed assicurarsi il sostegno popolare, richiedevano il ripristino di una entità statuale indipendente in Sicilia; dall'altro lato, gli stessi fomentatori della rivolta non nascondevano i loro veri intenti, tutt'altro che indipendentisti, inalberando il tricolore italiano. Sempre su iniziativa liberale, poi, venne diffuso un bando nel quale si sosteneva che a spargere il veleno nell'isola fossero stati i Borbone.
Nelle ore successive, arrivò, prontamente, la risposta governativa: il maresciallo Del Carretto fu inviato a Siracusa, al fine di ripristinare l'ordine pubblico. Giunto nella città aretusea, questi diffuse un bando rivolto alla cittadinanza in cui intimava i facinorosi a tornare nella legge e nell'ordine e dispose la formazione di diverse commissioni militari. L'azione del Del Carretto portò alla condanna alla pena capitale di ottanta individui, tra cui lo stesso Adorno, che in sede dibattimentale, si difese, argomentando per un'ora e mezza e ribadendo le sue convinzioni circa la tesi del veleno. Nei mesi successivi, con un Atto Sovrano, Ferdiando II amnistiò tutti i popolani che si erano lasciati coinvolgere nella rivolta, ma non concesse il real perdono ai capi politici e a coloro i quali si erano macchiati di "reati non politici" (furti, saccheggi, omicidi). Per costoro, le pene furono comunque ridotte, mentre per tutte le condanne a morte, l'esecuzione fu sospesa, poiché il sovrano volle che i singoli casi fossero sottoposti alla sua attenzione.
Approfittando della disperazione causata dalla tragedia del colera, il movimento liberale e filounitario, per perseguire i propri fini politici, aveva strumentalizzato la popolazione di Siracusa inducendola a commettere efferati delitti contro altri siracusani. Gli eventi del 1837 si possono configurare come un triste prologo alle vicende che, nel 1860, portarono alla conquista sabauda e all'inizio, per le nostre Terre, della attuale condizione di colonia.
AnTuDo
[Bart]
Anche in Sicilia, attecchì l'ipotesi che il male sarebbe stato provocato da un veleno, ma la teoria fu abilmente sfruttata dai liberali per fini politici o per perseguire dei fini strettamente personali. Voci sediziose, intatti, approfittando di paure inconsce ed autosuggestione, diffusero la notizia che tale veleno sarebbe stato portato e diffuso dal governo borbonico. In conseguenza di ciò, si verificarono diversi tumulti in varie zone dell'isola; i più gravi si ebbero a Siracusa. Nella città aretusea, infatti, i disordini degenerarono in una vera e proprio caccia all'uomo: molti siracusani vennero accusati di essere degli "avvelenatori" e furono massacrati dai loro stessi concittadini; mentre le autorità comunali disposero l'arresto di altri sospettati ed istituirono una commissione di cittadini "probi e preparati" con il compito di giudicare gli accusati.
Cattedrale di Siracusa.
Tra i membri di tale commissione, vi era l'avvocato Mario Adorno, acceso carbonaro nel 1820 e tra i più tenaci propugnatori della teoria del veleno. Questi stese un lungo proclama da leggere alla cittadinanza radunata in piazza della Cattedrale. Nel documento, si confermava l'ipotesi dell'avvelenamento quale origine del colera e causa delle tante morti, specificando anche che la sostanza adoperata era il nitrato di arsenico. Il 21 luglio, il proclama fu controfirmato dal sindaco Pancali, acquisendo, così, valore di ufficialità. In conseguenza di ciò, il 24 luglio 1837, dalle autorità comunali, fu proclamato lo stato d'assedio, la polizia fu disarmata e fu disposto l'arresto delle autorità governative: le abitazioni di costoro furono saccheggiate dal popolo in rivolta, mentre gli stessi arrestati furono giustiziati in piazza della Cattedrale.
Su iniziativa di un gruppo di liberali, fu costituito un comitato di salute pubblica, che, in seguito, avrebbe dovuto trasformarsi in un vero e proprio governo provvisorio. Da un lato, infatti, i liberali, per ottenere consensi ed assicurarsi il sostegno popolare, richiedevano il ripristino di una entità statuale indipendente in Sicilia; dall'altro lato, gli stessi fomentatori della rivolta non nascondevano i loro veri intenti, tutt'altro che indipendentisti, inalberando il tricolore italiano. Sempre su iniziativa liberale, poi, venne diffuso un bando nel quale si sosteneva che a spargere il veleno nell'isola fossero stati i Borbone.
Nelle ore successive, arrivò, prontamente, la risposta governativa: il maresciallo Del Carretto fu inviato a Siracusa, al fine di ripristinare l'ordine pubblico. Giunto nella città aretusea, questi diffuse un bando rivolto alla cittadinanza in cui intimava i facinorosi a tornare nella legge e nell'ordine e dispose la formazione di diverse commissioni militari. L'azione del Del Carretto portò alla condanna alla pena capitale di ottanta individui, tra cui lo stesso Adorno, che in sede dibattimentale, si difese, argomentando per un'ora e mezza e ribadendo le sue convinzioni circa la tesi del veleno. Nei mesi successivi, con un Atto Sovrano, Ferdiando II amnistiò tutti i popolani che si erano lasciati coinvolgere nella rivolta, ma non concesse il real perdono ai capi politici e a coloro i quali si erano macchiati di "reati non politici" (furti, saccheggi, omicidi). Per costoro, le pene furono comunque ridotte, mentre per tutte le condanne a morte, l'esecuzione fu sospesa, poiché il sovrano volle che i singoli casi fossero sottoposti alla sua attenzione.
Approfittando della disperazione causata dalla tragedia del colera, il movimento liberale e filounitario, per perseguire i propri fini politici, aveva strumentalizzato la popolazione di Siracusa inducendola a commettere efferati delitti contro altri siracusani. Gli eventi del 1837 si possono configurare come un triste prologo alle vicende che, nel 1860, portarono alla conquista sabauda e all'inizio, per le nostre Terre, della attuale condizione di colonia.
- Bibliografia:
AnTuDo
[Bart]
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