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lunedì 23 giugno 2014

Sud e trasporti: ma non ce lo chiede l'Europa?!

È difficile arrivare al cuore del Sud Italia. Più scendi giù lungo lo stivale e più diventa complicato spostarsi, anche solo da un paese all'altro. Eppure la parola "infrastruttura" proietta automaticamente il pensiero a progetti grandiosi, mastodontici, alla Tav piuttosto che al ponte sullo stretto (e quanto è inflazionata questa parola!). La tv ha fatto credere agli italiani che sono tutti un po' più vicini e che il problema principale non sia arrivare da Roma a Reggio Calabria ma da Torino a Lione. I problemi si tende a considerarli risolti con grande facilità, un po' come quando per mesi, parlando con chi vive e respira lontano da Taranto, scoprivi quanto fossero convinti che i decreti salva Ilva avessero risolto il dramma della città. È la forza dei media, perché se di un problema smette di parlarne la tv viene considerato automaticamente risolto. O forse è solo l'estremo tentativo del cervello umano di autodifendersi dalla frustrazione.

Chi viaggia, però, gli occhi chiusi non può tenerli. Se vuoi da Taranto raggiungere la Calabria, o "puntare" il nord, il viaggio è troppo lungo per far finta di nulla. Non riesci più a bluffare con il tuo cervello. È quando tocchi con mano i problemi che non puoi più prendere in giro te stesso. Inizi a chiederti se nell'Italia delle frane, che scorre lungo il tuo finestrino, il più utile degli investimenti non possa essere nelle infrastrutture primarie, nelle strade, nelle ferrovie, negli aeroporti e nella messa in sicurezza del territorio. Che forse, prima di pensare a chi deve vincere le gare d'appalto per l'Expo di Milano, sia il caso di trovare un impiegato che tenga aperta la stazione ferroviaria di Crotone. È la più "tecnologica" del mondo, nel senso che esiste solo una macchinetta self service che stampa i biglietti (e che spesso è rotta...).

Vignetta di Salvatore Andrea Impagliazzo
Vignetta di Salvatore Andrea Impagliazzo

L'Italia che corre a due velocità lo fa anche sulle rotaie e la logica manageriale, forse la più corretta da un punto di vista economico, accentua ogni giorno di più le differenze. Al sud puoi trovare ancora treni alimentati a gasolio; in Calabria può capitarti di pagare il biglietto per un intercity e ritrovarti a tutti gli effetti su un regionale (così però il servizio lo garantisce lo Stato, la Regione non avrebbe le risorse). Se deve essere potenziata una tratta in funzione del numero di passeggeri giornalieri, diventa inevitabile che chi usufruisce già di un servizio efficiente possa ottenerne uno ancora migliore; chi, invece, rinuncia al trasporto pubblico perché stanco di viaggi estenuanti, è destinato a vedere tagliate le tratte e chiuse le stazioni. Ma chi dovrebbe invertire questa tendenza? Chi dovrebbe limitare l'incidenza dell'economia in scelte che prima di tutto sono sociali e stregiche? Sicuramente la politica. Scegliere di far arrivare o meno la gente al sud non può essere deciso guardando solo i numeri. Se fosse così le istituzioni democratiche non servirebbero più, 4-5 economisti potrebbero da soli muovere i fili dell'intero Stato (sempre che non lo facciano già). Ed è incredibile che a ricordarlo all'Italia, seppure indirettamente, sia l'istituzione che per antonomasia viene additata come schiava degli economisti e nemica della politica: l'Europa.

C'è un passaggio nella "pagellina" consegnata da Bruxelles al Governo italiano che è passato inosservato ai più (chissà perché). Si è focalizzata l'attenzione esclusivamente sugli appunti relativi al debito e ai dati economici, importanti ma non esaustivi di tutto ciò che in realtà chiede l'Unione Europea. Nel documento, infatti, si fa riferimento anche ai trasporti e alle disuguaglianze nord-sud nonostante, nel complesso, gli investimenti a livello italiano risultino ancora considerevoli. Così si legge (tratto da Il fattoquotidiano.it, 2 giugno 2014): "ll settore presenta ancora importanti debolezze. La lunghezza della rete rapportata al numero di abitanti è tra le più basse dell’Unione mentre il tasso di utilizzo è tra i più alti. A dispetto di un tasso di investimento infrastrutturale sopra la media Ue, in alcune regioni – in particolare al Sud – rimangono colli di bottiglia. E la soddisfazione dei consumatori è tra le più basse dell’Unione”. Quando la politica abdica al proprio ruolo è l'economia a prendere il sopravvento ed il risultato è che si perde il controllo dello sviluppo, o del non sviluppo, di un intero Paese. Sono gli affari a decidere dove deve crescere un fiore e dove no, non più una strategia pianificata e l'Unione Europea ci ricorda che dovrebbe essere il contrario.

Eppure non è stato sempre così. Fu una scelta politica la realizzazione della Salerno-Reggio Calabria. Un progetto controverso che ha palesato tutte le contraddizioni di questa malandata Italia; un costo enorme e lavori, di fatto, ancora non conclusi. Qull'autostrada, però, con tutti i suoi limiti, è stata indispensabile per quella seppur minima crescita del sud. Pensate cosa sarebbe stato del meridione senza quell'importante opera; pensate alle conseguenze di un isolamento totale della Sicilia e della Calabria dal resto d'Italia. Nonostante i costi, nonostante tutto, nessuno di buon senso riterrebbe oggi che investire in una autostrada al sud sia stata una scelta sciagurata. Il problema è come lo si è fatto, non l'obiettivo finale. Eppure la SA-RC è stata frutto di una scelta politica tutt'altro che scontata e che andava contro chi tentava di imporre la legge dei numeri e della calcolatrice. Un territorio agricolo non ha bisogno di strade, diceva più di qualcuno. Un po' come chi oggi sostiene che un territorio con pochi passeggeri (ma con un potenziale straordinario se il servizio fosse decente) non ha bisogno dei treni.

Eppure pensate a quante maggiori risorse economiche sarebbero giunte a Taranto se, in occasione del concerto dell' 1 maggio, centinaia di persone che volevano raggiungere il capoluogo ionico non si fossero sentite rispondere che usare i mezzi pubblici sarebbe stata una impresa (tanto per fare un piccolo ma significativo esempio). La battaglia politica dei parlamentari del sud per realizzare la SA-RC, guidati dall'allora Ministro ai Lavori Pubblici Giacomo Mancini, ha permesso di unire il Paese. Oggi nessuno batte i pugni sui tavoli per salvare le tratte ferroviarie che di anno in anno vengono ridotte da e per il meridione. Eppure anche questo ci chiederebbe l'Europa.

Gianluca Coviello

lunedì 19 maggio 2014

"Ad esempio, Io resto a sud...ed il Sud riparte da Napoli"


“Ad esempio, Io resto a sud – Il rapporto tra economia e territorio attraverso acquisto e consumo consapevole”. 
Il tema racchiuso in questo titolo, a noi Briganti, è estremamente caro. Fin da quando, leggendo le considerazioni di Zitara in merito, abbiamo compreso l’importanza rivoluzionaria che i nostri consumi avrebbero potuto assumere se orientati “verso sud”, abbiamo intrapreso una vera e propria battaglia sul Comprasud in tutte le sue estensioni.
Perciò, proprio a questo tema, abbiamo dedicato il convegno di sabato 17 maggio all’Hotel Ramada di Napoli, con la espressa volontà di ribadire tutti i progressi fatti in quattro anni, di valutare tutto quanto è ancora necessario fare e di ascoltare alcuni tra i protagonisti principali della battaglia del Comprasud, ovvero, gli imprenditori.

All’impresa è stata dedicata la parte centrale del convegno con gli interventi di estremo interesse di Bruno Zarzaca che ha aperto un ristorante “Amico Bio Spartacus Arena” all’interno del complesso archeologico dell’Arena di Santa Maria Capua Vetere, di Giuseppe Sciretta di I-sud che ci ha illustrato il progetto innovativo www.i-sud.it che condivide con Nicola Cristhian Rinaldi, Dario Scalella che ci ha parlato dei suoi elicotteri biposto fatti a Napoli, Piero Meo autore dei progetti  Comprassieme e Checksud. Tutti, pur trasmettendo grande passione per il proprio lavoro e per la propria terra hanno evidenziato le difficoltà che è necessario superare quotidianamente per “fare impresa da sud”. Sullo stesso aspetto si è incentrato l’intervento di Diego Giovinazzo, segretario generale di Confimpresa Campania, partner dell’evento assieme ad I-sud, che ci ha spiegato come rompere i vincoli che ci impediscono di intraprendete.

Alla lettura dei graditissimi saluti di Francesco Tassone ai convenuti, segue l'intervento di Marco Esposito, segretario di Unione Mediterranea. Il giornalista ha sottolineato il fatto che noi stiamo compiendo una rivoluzione che si concretizza nella nostra possibilità di scelta che possiamo utilizzare quando compriamo un prodotto e quando eleggiamo chi deve rappresentarci. Nando Dicè, presidente di Insorgenza Civile, ha compiuto un parallelismo tra il Comprasud ed il disastro ambientale deIl’llva di Taranto, invitandoci ad essere costantemente “arrabbiati” perché il sistema Italia, l’Impresa Italia, è creata contro di noi.
Di estremo interesse, il contributo di Antonio Di Gennaro, agronomo che ci ha parlato della nostra agricoltura e della Terra dei fuochi, termine che, ha sottolineato, non dovrebbe più essere utilizzato. Di Gennaro ha affermato: "Noi produciamo un'agricoltura di qualità che vendiamo all'estero e che vendiamo bene. Nel tranello della verdura avvelenata siamo caduti soprattutto noi. I campionamenti fatti a tappeto non hanno rilevato una sola partita fuori norma. COOP compra qui le fragole e le porta in Germania e non può sbagliare. Eppure in tv passo un messaggio negativo sui nostri prodotti che sono, invece, i migliori al mondo"

Un piccolo momento ludico ci è stato offerto dal musicista Pietro De Luca Bossa che ci ha presentato il suo ultimo lavoro dal titolo “Sovversione Irrimediabile” in cui cita alcune frasi celebri di Carmine Crocco.
Un “fuori programma” molto apprezzato, è stato l’intervento di Mauro Squillante, mandolinista nonché socio dell'associazione Briganti, che ci ha raccontato del suo atto di amore verso la nostra terra e la nostra cultura: riportare in vita l'uso e lo studio del mandolino napoletano, l'unico strumento che accanto al nome ha l'indicazione della provenienza. Grazie al suo costante impegno, il mandolino divenuto uno strumento desueto è tornato a diffondere il suo incantevole suono in tante scuole di musica sparse nel nostro sud.

I lavori del convegno si sono conclusi con i saluti di Vittorio Terracciano di Confimpresa Campania, anche lui socio dell’associazione Briganti, agli intervenuti.

I convenuti hanno avuto la possibilità di gustare i taralli artigianali gentilmente offerti dall’azienda “Il Tarallificio del Pozzo” di Rocchetta Sant’Antonio (FG) avviata da due ragazzi che hanno deciso di lasciare il nord per fare impresa nella propria terra, di acquistare le originalissime t-shirt identitarie di Napoli Tà-Ttà che fa cultura del territorio, di assaggiare il vino e l’olio biologico dell’azienda Chimenti di Sannicardo (BA), di nutrirsi di cultura presso lo stand di Editore Mediterraneo.

Il convegno ci ha arricchiti molto in termini di conoscenza e di esperienza, con i suoi  oltre 100 partecipanti e i 760 contatti streaming, tuttavia, il momento che maggiormente abbiamo fatto nostro e che ci ha nutriti di più dal punto di vista umano è stato l’assemblea dell’associazione Briganti che si è tenuta al mattino. Abbiamo avuto modo di conoscere una piccola rappresentanza dei nostri associati con i quali ci siamo confrontati sulle attività svolte e con i quali abbiamo valutato le iniziative future. I soci ci hanno offerto il loro patrimonio di esperienze di vita spesso vissuta lontano dalla propria terra e ci hanno invogliato con il loro entusiasmo e la loro fiducia ad andare avanti e a crescere in numero per essere sempre più incisivi nella tutela dei nostri territori. A ciascuno di loro va il nostro più sentito ringraziamento e l’assicurazione che quello di sabato 17 a Napoli, è stato solo il primo di una lunga serie di incontri che ci vedranno coinvolti assieme a accomunati dalla passione per la nostra terra.

Briganti 
Associazione Briganti

sabato 17 novembre 2012

Cosa c'entra il Sud con il tricolore?




Quali sono le origini del tricolore italiano? Il tricolore italiano deriva direttamente dal tricolore francese. Quest'ultimo, nato con la rivoluzione, adottò il blu e il rosso (i colori di Parigi) e nel mezzo il bianco (il colore della famiglia reale borbonica). Quando le truppe napoleoniche varcarono le Alpi, il tricolore francese fu "importato" in Italia e "riadattato": il verde sostituì il blu. Ma perché il verde? Secondo l'ipotesi più accreditata, la scelta ricadde sul colore delle uniformi della Guardia Civica milanese: quindi, al blu parigino, si sostituiva il verde meneghino [sic!]. Altra ipotesi, meno nota, vuole che fosse stata la Massoneria [azz!] a scegliere il verde, poiché era il colore della natura, quindi simboleggiava i diritti naturali dell'uomo.

Con l'istituzione della Repubblica Cispadana (Padana, PaTana), il tricolore verde, bianco e rosso fu adottato come vessillo di questo stato. Successivamente, con la costituzione della Legione Lombarda, e della Repubblica Transpadana (Padana, PaTana), lo stesso Napoleone stabilì che "les coulers nationales" da adottare fossero "le vert, le blanc e le rouge". Più tardi, con la fusione delle repubbliche Cispadana e Transpadana, nella Repubblica Cisalpina, rinominata poi, Italiana, e divenuta, infine, Regno, il bianco, il rosso e il verde rimasero i colori di questo stato, che inglobava gran parte dei territori dell'Italia settentrionale. Con la restaurazione il tricolore fu accantonato, salvo ritornare in auge con i moti del 1820-21. È, però, con il 1848, che esso viene adottato nuovamente come bandiera di uno stato: manco a dirlo, il Piemonte sabaudo [ari-azz!].

E il Sud? Tra origini francesi, guardia civica milanese, repubbliche cis e transpadane, che c'entra il Sud con il tricolore? Beh, direi poco o niente. Infatti, se con la conquista napoleonica, il tricolore francese era stato modificato con il verde in luogo del blu per il nord Italia, per il Sud continentale, dove era stata instaurata la Repubblica Partenopea, fu pensato un diverso tipo di modifica. Non veniva adottato il verde meneghino, ma si sostituiva il bianco (colore della monarchia borbonica) con il giallo, che accostato al rosso già presente sul vessillo, richiamava i colori dello stemma della città di Napoli. Caduta l'effimera repubblica, questo tricolore viene abbandonato e non fu rispolverato neanche durante i regni di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat.


Quindi, come arrivò al Sud il tricolore italiano? Beh, arrivò di "rimbalzo" dal nord, quando ormai si era stabilito che il verde il bianco e il rosso dovessero diventare i colori nazionali italiani. Così nel 1848, Ferdinando II, in concomitanza con la breve parentesi costituzionale, aggiunse un bordo rosso e verde alla bandiera del Regno delle Due Sicilie, modifica abolita con la soppressione della Costituzione. Nel 1860, infine, Francesco II, tra gli ultimi tentativi di recuperare il regno, inserì anche una legge sulla bandiera che adottava il tricolore a bande verticali verde, bianca e rossa, con lo stemma del Regno apposto nel mezzo. A ogni modo possiamo concludere che il tricolore arrivò definitivamente con i garibaldini, prima, e con l'esercito, dopo: fu insomma bandiera di conquista militare; voluta, in alcuni casi bramata, dal popolo, ma, poi, odiata e respinta e, infine, imposta con la forza delle armi di italiani contro altri italiani.

GIUSEPPE BARTIROMO

FONTI E BIBLIOGRAFIA:
AA. VV., Tricolore d'Italia, Roma, Opera Nazionale Orfani di Guerra, 1952.
Stefano Ales, Bandiere, stendardi, labari e gagliardetti dei Corpi militari dello Stato, Franco dell'Uomo e Giovanni Cecini, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 2008.
Luigi Avellino, Verde Bianco Rosso – Il nostro Tricolore, Pompei, s.e., 1999.
Ugo Bellocchi, Il primo Tricolore – Reggio Emilia 7 gennaio 1797, Reggio Emilia, Ufficio Relazioni Pubbliche Lombardini Motori S.p.A., 1963.
Ugo Bellocchi, Il tricolore. Duecento anni (1797-1997), Modena, Artioli, 1996.
Oreste Bovio, Due secoli di Tricolore, Roma, Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 1996.
Ito De Rolandis, Origine del Tricolore – Da Bologna a Torino capitale d'Italia, Torino, Il Punto - Piemonte in Bancarella, 1996.
De Rolandis, Orgoglio Tricolore – L'avventurosa storia della nascita della Bandiera Italiana, Asti, Editore Lorenzo Fornaca, 2008.
Tarquinio Maiorino, Il Tricolore degli italiani. Storia avventurosa della nostra bandiera, Giuseppe Marchetti Tricamo e Andrea Zagami, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2002.
Emiliano Pagano, Delle origini della bandiera tricolore italiana. Ricordi storici, Roma, Tipografia agostiniana, 1895.
Mauro Stramacci, Origini, storia e significato del Tricolore nel suo bicentenario , Conferenza tenuta il 16 giugno 1997 presso la Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno, 1997.Giorgio Vecchio, Il tricolore in Almanacco della Repubblica , Milano, Bruno Mondadori, 2003, pp. 42-55

mercoledì 30 maggio 2012

"Area depressa, dunque, il Mezzogiorno?" No, colonia!


In molti conoscono gli scritti di Nicola Zitara sulla condizione di colonia interna cui il "mezzogiorno" è stato assoggettato a seguito dell'annessione al Piemonte e della nascita del Regno D'Italia, prima, e della Repubblica Italiana, poi. Ma quanti hanno letto la vibrante denuncia pubblica del deputato Giorgio Amendola in merito al processo di colonizzazione imposto al "mezzogiorno" nel dopoguerra?
Ve ne proponiamo uno stralcio


"Area depressa, dunque, il Mezzogiorno?
Questo è il termine assunto e non a caso nella relazione governativa.
Noi abbiamo respinto l’applicazione al Mezzogiorno di questa terminologia di origine keynesiana.[……]
Lo sviluppo della teoria delle aree depresse coincide con gli sforzi compiuti dai gruppi capitalistici monopolisti per cercare nuove zone di espansione interne ed esterne che garantiscano un maggiore saggio di profitto. E’ un processo di colonizzazione, in definitiva, che si verrebbe ad operare dove l’azione statale, sul piano tecnico ed economico, ma anche su quello politico e militare, precorre i tentativi espansionistici dei gruppi monopolistici, la cui azione finanziaria è fortemente intrecciata con quella dello Stato. [……]
Naturalmente le aree depresse così "valorizzate" restano colonizzate, ossia private di ogni possibilità di un proprio autonomo sviluppo economico, di una liberazione delle popolazioni dalle loro condizioni di miseria e di un miglioramento del loro tenore di vita . Esse vengono invece sottoposte al giogo di quelle forze monopolistiche che in collegamento allo Stato ne hanno operato la cosiddetta valorizzazione.
Il Mezzogiorno non può essere considerato come una zona depressa. Per superficie e popolazione, esso è un terzo di tutto il paese. La sua popolazione si accresce con continuità dal 1861 ad oggi, anche se non riesce  a trovare un impiego nella produzione. E le regioni meridionali hanno dietro di sè una storia millenaria.
Esso respinge, pertanto, il concetto di colonizzazione, che è intimamente legato a quello di area depressa. Ed invece il termine area depressa è usato non a caso nella relazione governativa. La via per la soluzione della questione meridionale non e quella di un intervento dall’esterno o dall’alto, a mezzo di un ente speciale che, sotto la copertura di un’azione tecnica, aprirebbe la  strada all’espansione di gruppi monopolistici anche stranieri. La via è un’altra: quella di permettere alle stesse popolazioni meridionali di operare il rinnovamento e il progresso economico di quelle regioni e promuovere lo sviluppo delle forze produttive rimuovendo, con una svolta della politica dello Stato italiano verso il Mezzogiorno, e non solo con l’esecuzione di determinate opere pubbliche, le cause di carattere politico e sociale che hanno, dal 1862 in poi, determinato il formarsi di una questione meridionale."
 
Stralcio dell’intervento del Deputato Giorgio Amendola (Discussione  dei  disegni  di  legge:  Istituzione della Cassa  per opere straordinarie di pubblico  interesse nell’Italia meridionale (Cassa per  il  Mezzogiorno, n° 1170)
Atti parlamentari – Camera dei Deputati – Seduta pomeridiana del 20 giugno 1950


Francesca Di Pascale

giovedì 17 maggio 2012

Appello di un Emigrante



Permettetemi di lanciare un appello da questo incredibile forum che ho appena scoperto. Sono un emigrante e come tale voglio appellarmi a TUTTI gli emigranti sparsi nel mondo di comprare nel vostro paese d' adozione prodotti RIGOROSAMENTE del Sud. Siamo una forza incredibile e possiamo fare una differenza enorme per tutte le regioni da cui proveniamo. Dalla Sicilia all' Abruzzo, sappiamo benissimo che produciamo delle cose fantastiche. Quindi un appello a tutti che seguono questo forum, dagli USA al Brasile all' Argentina. MERIDIONALI uniamoci. (Giuseppe De Falco)

mercoledì 16 maggio 2012

IL RAZZISMO SU FACEBOOK



Molteplice il target degli internauti: su Facebook si può incappare tanto nel gruppo ostile allo straniero in generale, quanto a quello “dedicato” ad un determinato popolo. Contro i musulmani vi sono circa 100 gruppi, 300 quelli rivolti contro gli zingari. Numeri elevati anche per le pagine rivolte a marocchini, rumeni, cinesi ed ebrei.

Ma a condurre la classifica, a quota 400, sono i gruppi anti-terroni e anti-napoletani: uno dei razzismi più antichi, con il quale si dimostra che per la condivisione di un'identità non è sufficiente nemmeno la cittadinanza e la convivenza nello stesso territorio politico. Anzi, quanto più la compresenza è imposta con coercizione e violenza, tanto più il razzismo interviene per ristabilire quelle distanze azzeratesi nello spazio fisico.

martedì 28 giugno 2011

Storia della brigantessa Francesca La Gamba

Tratto da "Storie di donne diverse - Le brigantesse ottocentesche del meridione d'Italia" di Valentino Romano


E' difficile attribuire una data di nascita al brigantaggio femminile, ma una prima significativa figura femminile di età moderna può essere individuata in Francesca La Gamba, nata a Palmi (RC) nel 1768 e attiva nel decennio di occupazione francese (1806-1816).

Francesca, filandiera di professione, madre di tre figli, divenne capobanda, spinta da un'incontenibile sete di vendetta contro i francesi che l'avevano colpita negli affetti più cari. Rimasta vedova del primo marito, dal quale aveva avuto due figli, convolò in seconde nozze. Avvenente d'aspetto ed esuberante nel carattere, attirò le mire di un ufficiale francese che, invaghitosene, tentò - forte della sua posizione sociale - di sedurla. Respinto dalla fiera Francesca il militare pensò di vendicarsi in maniera terribile. Nottetempo fece affiggere un falso manifesto di incitamento alla rivolta contro l'esercito francese di occupazione ed il mattino successivo fece arrestare i figli della donna, accusandoli di essere gli autori della bravata. Alle suppliche di Francesca, l'ufficiale fu irremovibile: i giovani subirono un processo sommario e furono fucilati.

Francesca, pazza di dolore, si unì ad una banda di briganti che operava nella zona, dismise gli abiti femminili ed indossò quelli dei briganti.

In breve fornì prove di ardimento tali da divenire il capo riconosciuto della banda stessa, seminando ovunque il terrore. I francesi si accanirono nella caccia della donna, fino a quando un loro drappello cadde in un'imboscata tesa da Francesca. Tra i soldati fatti prigionieri la sorte volle che ci fosse proprio l'ufficiale suo nemico. Con una coltellata Francesca gli strappò il cuore e lo divorò ancora palpitante.

Nell'orrore di questa vicenda, pure caricata di colore dal mito, possono leggersi le ragioni che hanno spesso indotto tranquille popolane meridionali a trasformarsi in Erinni vendicatrici: la prevaricazione degli occupanti, il loro disprezzo per gli affetti feriti, l'irrefrenabile ansia di vendetta suscitata nei popoli conquistati.

Crollato il mondo familiare intorno al quale si è costruita a fatica una pur misera esistenza, la vendetta femminile si dimostra ancor più feroce di quella maschile.

lunedì 20 giugno 2011

Fa caldo....cosa c'è di meglio di un buon gelato per trovare un pò di refrigerio....e se vi dicessi che il gelato è un'invenzione tutta siciliana?

di Francesca Di Pascale

Alla fine del IX secolo gli Arabi occuparono la Sicilia dove trovarono i nevaroli dell'Etna e le neviere, che per secoli rappresentarono la sola soluzione sia per il piacere dei prodotti freddi, sia per la conservazione. Poiché con il miele, unico dolcificante noto allora, non sarebbe stato possibile creare una granita, è grazie alla canna da zucchero che gli Arabi rinvenirono in Sicilia che fu possibile creare le prime granite.

Lo scrittore arabo Ibn Ankal scrive:

«Lungo la spiaggia, nei dintorni di Palermo, cresce vigorosamente la canna di Persia e copre interamente il suolo; da essa il sugo si estrae per pressione. »

Inoltre in Sicilia si trovava abbondantemente il sale marino e la neve (sull’Etna, sui monti Iblei, sulle Madonie).

Notizie più certe riguardo al gelato si hanno sul trezzoto di Francesco Procopio dei Coltelli, un cuoco siciliano, che nel 1686 riuscì a preparare la miscela che tutti noi conosciamo oggi. Egli riuscì a introdurre alcune tecniche di refrigerazione presso le cucine dei re di Francia prima, e in seguito presso il Café Procope di Parigi, dove veniva servita una grande varietà di gelati.

Il gelato come "impresa" deve nuovamente le sue origini a Francesco Procopio dei Coltelli, cuoco siciliano.

Procopio utilizzò un'invenzione del nonno Francesco, un pescatore che nei momenti di libertà si dedicava allo studio di una macchina per la produzione di gelato la quale ne perfezionasse la qualità fino ad allora esistente. Un giorno riuscì nel suo intento, ma ormai anziano decise di lasciarla in eredità al nipote. Procopio, tempo dopo, stanco della vita da pescatore prese la sua macchinetta e cominciò a sua volta a studiarla, fece diverse prove e alla fine decise di partire in cerca di fortuna

Arrivò, dopo tanti insuccessi e successivi perfezionamenti, fino a Parigi.

Scoprendo l'uso dello zucchero al posto del miele, e il sale mischiato con il ghiaccio (eutettico) per farlo durare di più, fece un salto di qualità e venne accolto dai parigini come geniale inventore: aprì nel 1686 un locale, il Café Procope. Dopo poco, dato l'enorme successo ottenuto, si spostò in una nuova e più grande sede (oggi in rue de l'Ancienne Comédie), di fronte alla "Comédie Française".

Quel "Café" offriva: "acque gelate" (la granita), gelati di frutta, "fiori d anice", "fiori di cannella", "frangipane", "gelato al succo di limone", "gelato al succo d'arancio", "sorbetto di fragola", in una "patente reale" (una concessione) con cui Luigi XIV aveva dato a Procopio l'esclusiva di quei dolci. La fama di "più celebre Caffè letterario d'Europa" deriva dal fatto che i suoi clienti non erano soltanto gli attori, le attrici e gli altri componenti della Comédie Française, ma anche e soprattutto degli intellettuali, filosofi, letterati, Voltaire, George Sand, Balzac, Victor Hugo, Diderot, D'Alembert, De Musset, il Dottor Guillotin che diede la ghigliottina alla Francia, il tenente Napoleone che una sera lasciò in pegno il suo Bicorno per non avere avuto il denaro necessario a pagare le consumazioni offerte ai suoi amici...

Il "Café Procope" esiste ancora, anche se non più esercente la brillante attività che lo rese famoso in tutta Europa.

Dunque la diffusione su scala "industriale" del gelato nel mondo partì dalla Sicilia e più precisamente da Catania. Nel 1773 lo scozzese Patrick Brydone scriveva: "L'Etna fornisce neve e ghiaccio non solo a tutta la Sicilia, ma anche a Malta e a gran parte dell'Italia, creando così un commercio molto considerevole".

Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Gelato