giovedì 14 novembre 2013

LA STRATEGIA DELLA DISTRAZIONE DELLE MASSE (attribuita a Noam Chomsky)



La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica.



  • 1- “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).


  • 2 - Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema - reazione - soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

  • 3 - La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

  • 4 - La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.

  • 5 - Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).
  • 6 - Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l'emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell'analisi razionale e, infine, del senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti….

  • 7 - Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori" (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

  • 8 - Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti...

  • 9 - Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!

  • 10 - Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

venerdì 30 agosto 2013

8 aprile 1888, la strage di Bernalda

L'8 aprile del 1888, a Bernalda, nell'attuale provincia di Matera, ci fu una sommossa popolare contro l'introduzione, da parte dei piemontesi, della tassa di capitazione.
Tale tassa era anche chiamata del "fuocatico" ed era un'imposta applicata su ogni "fuoco" e cioè su ogni abitazione.
Come in molte altre occasioni, il governo piemontese non si fece scrupoli nel mandare l'esercito contro la popolazione e di far aprire il fuoco contro i cittadini. Ci furono 4 morti e decine di feriti.
Di seguito riportiamo integralmente l'articolo originale, di quel nefasto giorno del 8 aprile del 1888, del quotidiano "Le Matin" con la traduzione dal francese all'italiano.

(Foto diffusa da Cosimo Russo)


TRADUZIONE:

Un grave conflitto è esploso oggi a Bernalda, Circondario di Potenza, tra la forza pubblica e la popolazione a causa della tassa di capitazione.
I cittadini hanno urlato: abbasso il sindaco, abbasso le tasse.
I gendarmi sono stati costretti a fare fuoco. 4 cittadini sono stati uccisi, molti altri feriti
Sono stati feriti anche alcuni gendarmi. Le autorità hanno inviato a Bernalda rinforzi di truppa.
L ' ordine è stato ristabilito, ma il fermento persiste.

Le Matin, 10 aprile 1888

lunedì 15 luglio 2013

Craco, tra passato e presente

Durante il regno di Federico II, Craco è stato un importante centro strategico e militare: dal torrione quadrato e da altri avamposti situati fuoridall'abitato, come la Petrolla – luogo che, nel XIX secolo, pare sia statoutilizzato dai brigati come riparo – si controllava l'intera valle tra i fiumi Agri e Cavone.



Craco, veduta della "città fantasma".


Nel XV secolo, la città si espanse intorno a quattro palazzi:

Palazzo Maronna, situato vicino al torrione, con un bell'ingresso monumentale inmattoni e con un grande balcone terrazzato;
Palazzo Grossi, che sorge vicino alla ChiesaMadre, dotato di un alto portale architravato, privo di cornici, e con i pianisuperiori coperti da volte a vela e decorati con motivi floreali opaesaggistici racchiusi entro medaglioni. Parte delle finestre e dei balconi conservano ringhiere in ferro battuto;
Palazzo Carbone, edificio della fine del Quattrocento, dotato di un ingressomonumentale, fu rinnovato ed ampliato nel Settecento;
PalazzoSimonetti.


Palazzo Grossi, affresco.


Craco ha dato i natali a Nicola Onorati Columella (1764 -1822), insegnante di filosofia presso l'Università di Bologna e, poi, titolaredella cattedra di "Agraria e Scienze Veterinarie" all'Università di Napoli; scrisse numerose opere, tutte nel campo delle riforme agrarie e dellamedicina veterinaria.




Palazzo Grossi, affresco.


A causa di una frana di vaste proporzioni, nel 1963, Craco fu evacuata el'abitato trasferito a valle, in località Craco Peschiera. Allora il centrocontava oltre 2000 abitanti. La frana, che obbligatò la popolazione ad abbandonarele proprie case, sembra fosse stata provocata da lavori di infrastrutturazione, fogne e reti idriche, a servizio dell'abitato.


Palazzo Grossi, affresco.


Ogni anno, il BasiliJazz, festival jazz che si tiene in Basilicata e richiama artisti da tutto il mondo, ha tra le sue tappe anche Craco.



Immagini realizzate da Gianfranco Caruso.

Brevi Cenni sull'olivicoltura calabrese.

È usuale, per chiunque si trovi a percorrere le campagne calabresi – cosi come quelle pugliesi e campane, aggiungerei – imbattersi in enormi distese di uliveti e agrumeti. È cosi forte la loro presenza nei nostri territori, che sovente ci si immagina che si tratti di "vegetazione spontanea"... Nulla di più errato!

Alla stessa stregua delle case non finite, le in-finite distese di terreni ulivetati sono il risultato di secoli di trasformazioni del territorio, il prodotto ultimo di quanto la mano dell'uomo sia riuscita a creare nel corso dei secoli. Il territorio "meridionale" è stato, almeno sotto l'aspetto botanico, plasmato dalle sapienti mani dei contadini. Quanto fin qui detto, non rappresenta semplicemente una mera curiosità, bensì è la dimostrazione concreta, palese e che ancora oggi perdura (salvo la squallida compravendita di cui sono oggetto i nostri “monumenti naturali”, che, di tanto in tanto, seguendo le nordiche rotte, abbelliscono qualche villa sul lago di Como) di come le nostre piante o, meglio, i loro frutti, dessero la possibilità al nostro Stato, sin dalla seconda metà del XVII secolo (l’era del capitalismo commerciale), di inserirsi nelle logiche commerciali del Vecchio Continente, intercettando gli sviluppi e le trasformazioni del mercato internazionale. Partendo dal gelso e dalla rinomata produzione serica, si arrivò alla coltura degli ulivi e, infine, degli agrumi. A differenza di quanto avveniva per la produzione di cereali, la piantumazione di alberi di ulivo giovò al territorio, sia per la crescente domanda dovuta all'incremento demografico, sia per garantire maggiore stabilità ai terreni vessati dalle fragili condizioni idrogeologiche.In Calabria, o meglio nelle Calabrie, l'espansione olivicola si diffuse rapidamente, creando delle zone ad alta specializzazione, come le aree di Gioia Tauro e Rosarno, giungendo, poi, fino alle pendici dell'Aspromonte. Anche sul versante Ionico, a Rossano e Cirò, si è assistito ad una prepotente ascesa di questa pianta, forte, resistente e longeva. La produzione di olio si accrebbe così notevolmente che, già a fine '700, si giunse, in qualche caso, a sorpassare il tradizionale e secolare primato pugliese. Secondo alcune fonti, a quell'epoca, la produzione olearia calabrese, arrivò da sola a rappresentare il valore pari a un terzo di tutta la produzione olearia del Regno.


Vincent van Gogh, "Ulivi con cielo giallo e sole" – "Oliviers avec ciel jaune et soleil" (1889) Minneapolis Institute of Arts 92,7 x 73,7 cm – Olio su tela


L'enorme produzione olearia delle Calabrie, viene analizzata da uno studioso, il Grimaldi, nei suoi "Studi statistici sull'industria agricola e manifatturiera della Calabria Ultra II", Stabilimento Librario-Tipografico di Borel e Bompard, Napoli 1845.



«Coltivazione estesa ed utile alla Provincia è quella degli ulivi: fu essa derelitta durante il decennio dal 1806 al 1815 (decennio francese, n.d.r.) talché gli uliveti, in parte, furono distrutti, e, in parte, vennero altrettanti boschi. Dopo quell'epoca, rianimato il commercio, si cominciò ad aver cura degli antichi uliveti, si fecero piantagioni novelle, ed attualmente pressocché in ogni sito sono progresso. Menonché in 14 comuni, da per tutto nella Provincia vien coltivato l'ulivo, del quale abbondano maggiormente le qualità dette ogliarole e rotondelle, che danno abbondante olio, e le celline, di cui se ne ottoene meno, ma di mogliore qualità [...]. In generale, di esse non si ha molta cura e si abbandonano alla propria forza di vegetazione [...]. La concimazione negli uliveti non si pratica da per tutto, e si esegue o facendovi dimorare le mandrie o mettendo letame in fosse fatte ai piedi degli alberi o soesciandovi il lupino.Perloppiù i terreni olivetati essendo seminati, non si fanno pegli alberi che quei lavori d'aratro o di zappa necessari al sottoposto terreno; e gli altri in cui si semina, si zappano in inverno, ogni 3 a 6 anni [...]. La potatura si fa inverno, in taluni siti non si esegue, in altri si fa male [...].La raccolta delle olive si fa generalmente quando queste son perfettamente mature, eccetto pochissimi proprietari che la eseguono pria di giungere a tal punto. Il frutto in parte si raccoglie da terra ed il rimasto sull'albero si fa cadere perticando i rami.Oltre il danno che dal sistema di abbattere e di raccogliere mature olive ne viene, vi è l'altro che deriva di tenerle pria della raccolta per circa un mese ammonticchiate e premute in luoghi sovente umidi e bassi [...]. I molini e i frantoi da olive, detti, volgarmente, trappeti, son difettosi. In fatti, la mola è larga un palmo e mezzo e con taglio poco aguzzo, per cui oltre ad essere pesante e di lento moto, richiede molta fatica per essere mossa e la triturazione delle olive non è ben fatta.Il prodotto dell'olio è di 19.523 botti, cioè cantaja 107.287 e rotoli 57 e 1/3, ed è poco men che raddoppiato nell'ultimo decennio, poiché, pria del 1835, il medio prodotto era di 10.623 botti; il prezzo di ducati 55 la botte. Finalmente gli uliveti può ritenersi che occupano 312.368 moggia del territorio della provincia, e sono nella maggior parte nel distretto di Catanzaro e nella minore, in quel di Crotone».


Come si evince dallo studio del Grimaldi, dopo la fase d'arresto del commercio all'inizio del XIX secolo, dovuto alle Guerre Napoleoniche, la crescita riprese negli anni a venire. La Calabria iniziò ad esportare sempre più olio, non solo nelle altre province del Regno, ma anche e soprattutto nei principali paesi europei. Il prodotto finito, il risultato del duro lavoro dei contadini calabresi era ricercatissimo dalle industrie del Nord Europa, specialmente dai saponifici di Marsiglia e dalle industrie tessili inglesi. Il cloth oil, l'olio per i panni, come veniva chiamato nelle lande anglosassoni, era destinato non al consumo alimentare, bensì utilizzato per la lavorazione dei tessuti nelle fabbriche e per la lubrificazione dei macchinari. Quindi, i difetti dell'olivicoltura calabrese dell'epoca, anche se da un lato, considerato lo sbocco commerciale che trovava comunque il prodotto (creando una sorta di circolo vizioso per cui da parte degli olivicoltori non v'era necessità di migliorare la qualità del prodotto) poteva giovare all'economia, col passare del tempo rappresentò un limite, specie quando la concorrenza dei paesi del Mediterraneo come la Spagna e il Maghreb, si fece più serrata, decretando la fine della stagione del grande primato calabrese durata quasi un secolo; secolo che, comunque, permise all'olio delle Calabrie di ritagliarsi uno spazio come protagonista di uno dei più grandi mutamenti che la Storia dell'Umanità possa ricordare.

Carlo Capocasale



NELLA FOTO: Vincent van Gogh, "Ulivi con cielo giallo e sole" – "Oliviers avec ciel jaune et soleil" (1889) Minneapolis Institute of Arts 92,7 x 73,7 cm – Olio su tela

Raggioni- Per le mercanzie che s'immettono dall'Inghilterra in questo Regno di Napoli. Il ricatto inglese

Verso la fine del 600 il console inglese Davies, faceva notare ai governanti Napoletani come tutta l'area mediterranea fosse in grado di offrire prodotti simili a quelli del Regno a prezzi migliori.

I mercanti inglesi trovavano conveniente esportare l'olio d'oliva dalle piazze "meridionali" solo perchè vi potevano vendere i loro panni di lana, per la cui manifattura lo stesso olio era acquistato.Il documento, accluso al dispaccio del console George Davies del 20 dicembre 1689, in State Paper Foreign, ci evidenzia a pieno il ricatto commerciale inglese.



Raggioni- Per le mercanzie che s'immettono dall'Inghilterra in questo Regno di Napoli



[...] le quattro case Inglesi che risiedono a Napoli, per non esserci altre in tutto il Regno, immettono nella Regia dohana, saie, scotti,scottini, panni,piomho,salume e altri sorte di mercantie di droghi, e altro, e pagando li diritti per quella Regia Dohana,facciasi il conto, conforme alli libri di essa si può riconoscere, che importano da docati novantamila l'anno, le quali mercantie, prohibendosi, sono perduti per la Retia Dohana[...]. Il prezzo delle suddette robbe, che dette quattro Case immettono in Regno, non solo non esce dal Regno, comprando aglio, vino, feccia, grano, sete e altro, e perché il ritratto di dette mercantie che immettono, non basta a pagare il prezzo della robba che estrahono,sono necessitati far entrare il denari, conforme fanno, facendo le tratte, cosî in Livorno, com'in Genova e Venetia. Osservandosi dalli contratti fatti per le compre d'aglio, che il prezzo, la metá pagani in tante polize di loro debitori, e spesse volte un terzo, e del restante ne fanno le tratte per le suddette piazze; onde il denaro delle loro robbe, che immettono, si vede, non esce dal Regno, ma anco ne fanno entrare... E osservasi i libri de Mezzani di cambii, che non trovará, che queste quattro Case inglesi pigliano à cambio da nessuno negotiante, má sempre traheno, e con il trahere, calano li cambii, perché quando vi sono lettere de cambiiper fuori ogni uno sa, ch é causa di calare li cambii.

domenica 24 febbraio 2013

Le Edicole Sacre di Napoli

Da oggi inizia una nuova collaborazione con Briganti.Rosario Ciuccio, esperto e "scovatore" di opere d'arte ormai abbandonate e sconosciute, ci invia il suo primo "pezzo" dedicato alle Edicole Sacre di Napoli.



Il centro storico di Napoli, con i suoi 1700 ettari di superficie, è il più vasto d’Europa. Attraverso le sue cattedrali, i suoi reperti archeologici, le sue regge, le sue piccole - ma non per questo meno importanti - opere d’arte, racconta il viaggio di una città che ha visto ben diciassette dominazioni straniere, altrettante rivolte popolari, eruzioni vulcaniche, rivoluzioni e terremoti.
Vi parlerò in particolare di quelle piccole grandi opere d’arte che costellano ogni piazza, ogni angolo, ogni vicolo del centro della città, vi parlerò delle Edicole Sacre di Napoli.
Esse raccontano le vicende quotidiane di un popolo profondamente religioso: considerate per troppo tempo solo un fenomeno religioso secondario, tali strutture stanno ritornando lentamente alla ribalta della critica antropologica; finite nell’oblio, le loro radici sono da ricondurre all’epoca greca, per poi attraversare tenacemente le grandi persecuzioni cristiane e i tabù dei tribunali ecclesiastici.
Le edicole votive, nate sotto forma di devozioni private e popolari, sono molte centinaia: angeli, santi e madonne, dipinti in raffinate nicchie ovali, rettangolari a tempio, oppure vere e proprie sculture presenti in quello stesso punto, da tempi immemorabili. Molte di esse sono anche sproporzionatamente grandi, costituendo delle vere e proprie pseudo-cappelle, come ad esempio nel caso dell’Edicola del Salvatore in via Trinità Maggiore, nei pressi della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Monteoliveto. Il primo libro sull’argomento risale al 1978: Lo Spazio Sacro. Per un’analisi della religione popolare napoletana; un testo che elencò per lo più quelle aree sacre presenti nel popolare rione di Montesanto, non lontano dalla ben più famosa via Toledo.
Le Edicole votive possono essere esaminate da un punto di vista di differenziazioni sociali, ambientali, artistiche, nonché per l’avvicendarsi attorno ad esse, di credenze e superstizioni che possono essere ancor oggi percepibili nella cultura popolare napoletana. Eppure tutto questo non è bastato a far sì che le istituzioni prendessero seriamente a cuore la questione di questi gioielli dimenticati, veri e propri figli dell’Oro di Napoli. Quei gioielli che oggi, più che mai, rischiano di finire nel dimenticatoio considerato che, l’incuria, ne sta cancellando lentamente le tracce. Il Comune di Napoli non possiede ancora un adeguato piano di salvaguardia, tutela e fruizione di tali strutture che molto spesso portano anche la firma di artisti del calibro di Mattia Preti e Luca Giordano; nonostante quei numerosi avvisi e rimproveri da parte dell’Unesco, in quanto ogni singola pietra del centro storico di Napoli è un patrimonio da salvaguardare e tutelare, non solo per i napoletani, non solo per gli italiani, ma per l’umanità intera. Il centro storico di Napoli è stato a tal proposito dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità nell’oramai lontano 1995, con la seguente motivazione:
“Si tratta di una delle più antiche città d'Europa, il cui tessuto urbano contemporaneo conserva gli elementi della sua storia ricca di avvenimenti. I tracciati delle sue strade, la ricchezza dei suoi edifici storici caratterizzanti epoche diverse conferiscono al sito un valore universale senza uguali, che ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell'Europa e aldilà dei confini di questa.”
Parole che dovrebbero essere prese alla lettera, parole che dimostrano che ogni singola chiesa, castello, reggia, edicola sacra di una città vecchia di 3000 anni, è un testimone di civiltà, arte e cultura da preservare ai posteri.




Rosario Ciuccio


venerdì 18 gennaio 2013

Dite solo che siamo 50.000




Briganti nasce il 15 febbraio del 2010 e tra non molto compirà tre anni.
Non potevamo ricevere, per il compleanno della pagina, regalo più gradito da tutti voi del raggiungimento dei 50.000 iscritti!
In principio, non avremmo mai immaginato di poter conseguire questi risultati: 50.000 iscritti? Un miraggio!
Poi, abbiamo visto il vostro numero aumentare sempre più in un rapporto di arricchimento e di crescita reciproci, per noi preziosissimo.
Dopo l’ingiustificato blocco della pagina, del mese scorso, abbiamo temuto di aver perso questo rapporto e di non poter proseguire il cammino condiviso verso il riscatto della nostra terra.
Alla fine, la pagina ci è stata “restituita” e come capitato tutte le altre volte in cui abbiamo incontrato delle difficoltà – e vi assicuriamo che è accaduto in questi tre anni – superarle ci ha resi più forti e determinati di prima, anche grazie al vostro sostegno ed aiuto.
La strada da percorrere è ancora lunga, certo, ma la distanza non ci spaventa, perché la percorreremo assieme a tutti voi.
Grazie Guagliu’
Grazie Picciòtti
Grazie Uagliù
Grazie Vagnoni
Grazie Figjioli
Grazie Briganti

mercoledì 26 dicembre 2012

La squadra di "scugnizzi" del P.G.S. Stabia e Briganti

Da ragazzino pensavo che se un Sacerdote piemontese aveva deciso di istituire opere di misericordia e di carità per gli scugnizzi del sud già a fine ottocento, ciò confermava che le problematiche sociali per i giovani dei nostri luoghi esistevano da sempre (come mi confermavano anche i libri sui quali studiavo).
Poi ho scoperto che Don Bosco già molto tempo prima aveva i suoi scugnizzi; solo che erano ragazzini piemontesi e si chiamavano “gugnin”, ed erano un’enormità per le vie di Torino, viste le condizioni di miseria e degrado in cui versava il popolo savoiardo.
E’ infatti da questo termine piemontese “gugnin” (monello) che deriva il napoletano “scugnizzo”.
Tuttavia, aver capito che i libri di scuola mi stavano imbrogliando, mi ha fatto anche apprezzare la figura di questo Santo, che ha amato e si è impegnato tutta la vita per ogni ragazzo come se fosse l’unico; “gugnin” o “scugnizzi”, bianchi o neri, ricchi o poveri che fossero erano tutti i Ragazzi di Don Bosco.
Oggi sono un volontario dell’associazione P.G.S. Stabia. Siamo quel che resta dell’ex oratorio salesiano San Michele di Castellammare di Stabia.
La nostra attività di volontariato sociale è rivolta al recupero di minori (e spesso anche adulti) a rischio dei nostri quartieri, in particolare del centro storico e di Scanzano, in collaborazione con la Parrocchia del SS.Salvatore a noi vicina.
Tale attività è ispirata alla vita, alle parole e alle opere di San Giovanni Bosco, ed al Suo fiducioso, smisurato e infinito amore per i giovani.
I RAGAZZI DI DON BOSCO a Castellammare oggi sono tanti, anzi troppi,ma sono bellissimi; e sono ovunque ma li incontra solo chi li vede; e sono maleducati ma per salutarti ti saltano addosso e ti danno un bacio; e non vanno a scuola ma non è mai stata una scuola fatta per loro; e se è vero come diceva Don Bosco che “… chi sa di essere amato ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani. Non basta amare i giovani; occorre che loro si accorgano di essere amati”.
In qualità di volontari della P.G.S. Stabia promuoviamo lo “Sport come vettore di regole da trasferire anche in altri contesti, come unico terreno fertile dove i ragazzi disagiati con modelli sbagliati possono trovare un confronto con ragazzi di diversa estrazione sociale”.
Perché in altri campi, come la scuola, ragazzi provenienti da famiglie indigenti o di stampo delinquenziale finiscono per subire ogni giorno confronti frustranti e vengono sempre più ghettizzati. Questa frustrazione sfocia spesso in un complesso di inferiorità che a sua volta si trasforma in rabbia e violenza, unico atteggiamento conosciuto perché sperimentato sulla propria pelle in strada e, ancor peggio, in casa.
Lo sport, invece, riporta ad un confronto sullo stesso livello ragazzi diversi per provenienza, ceto sociale e possibilità economiche, ridona fratellanza, condivisione e accettazione.
Questi ragazzi vivono quotidianamente il disagio della loro diversità sin da piccoli, subendola in modo particolare nel vedersi negata la possibilità di sentirsi alla pari degli altri anche nel gioco (diritto essenziale ed inalienabile di ogni bambino). Crescendo, la presa di coscienza di tale diversità assume dimensioni enormi ai loro occhi, perché filtrata anche attraverso tutto ciò che il mondo mediatico (pubblicità, cinema, televisione etc…) e le sue (nostre) false necessità sembra voglia regalare a tutti tranne che a loro.
Questa amara consapevolezza li fa sentire perdenti in tutto: scuola(a che vale studiare? L’unico modo che ho di avere quello che ha il mio compagno è di prendermelo con la forza!); sport (non sarò mai in grado di affrontare chi si può allenare tre volte la settimana su un campo vero e con un preparatore vero, se per tirare calci ad un pallone devo aspettare che il marciapiede si liberi dalle macchine), etc…
Il nostro scopo è quello di farli sentire alla pari con gli altri, e l’unico campo sul quale il confronto con gli altri non li penalizza è quello sportivo.
Il confronto e l’integrazione con ragazzi appartenenti a realtà sociali diverse sarebbe impossibile in campo culturale, scolastico, familiare o anche solo verbale.
Lo sport è l’unico territorio dove la competizione parte alla pari perché basata sul gioco e la voglia di divertirsi. In campo non bisogna dare spiegazioni sul perchè “…mamma non ti accompagna a scuola?, …. tuo padre dov’è? , …. perché piangi?, … perché bestemmi?”, etc.. ; in campo affronti il tuo avversario giocando come lui, come tutti gli altri bambini della tua età.
Solo allora ti sembra di respirare aria pulita; di avere degli amici; che il goal che hai fatto tu non lo avrebbe saputo fare nessun’altro; che forse vali quanto gli altri o ci potresti riuscire; che è vero che anche tu sei amato da qualcuno.
Solo allora cominci a credere che anche il tuo comportamento può aiutare a mantenere pulite le strade della tua città; che alcuni dei tuoi nuovi amici ti possono accettare per quello che sei perché tu vali più di quello che ti hanno fatto credere; che se a scuola impari a leggere, scrivere e parlare bene puoi cercarti un lavoro decente; che il goal che hai fatto non ti porterà a giocare da professionista , ma sarà un ricordo dolce, che durerà per sempre, incancellabile dalla memoria come lo è ogni momento di gioia vera; che è giusto amare perché tutti siamo amati.

Quest’anno non siamo riusciti a trovare nessun benefattore che volesse sponsorizzarci pagando i kit sportivi, quindi anche se “stamm’a disperate” , come tutti i poveri abbiamo la libertà. Infatti ci troviamo liberi di stampare sulle maglie ciò che vogliamo.
Per il gruppo di ragazzi che seguo io, ho scelto BRIGANTI e sono felice e orgoglioso che mi abbiano dato il consenso.

Purtroppo non potrò mai pretendere che i ragazzi capiscano l’importanza storica e il drammatico significato di ciò che portano scritto sul petto (anzi, paradossalmente, a molti di loro dovrò spiegare che non li sto autorizzando a delinquere), ma continuo a pensare che nessuno più di loro è figlio della nostra storia, e ne è inconsapevole ma vero portavoce.

Essere non è avere. Essere è fare. Viviamo in un’epoca, però, dove il verbo fare viene trasformato continuamente in farsi (farsi la macchina, farsi il telefonino, farsi il vestito, etc…).
Ma la verità è che siamo ciò che facciamo, non ciò che ci facciamo.
Chi vuole fare con noi, può aiutarci tramite i BRIGANTI.

“ Mi basta sapere che siete giovani, perché io vi ami assai!”
Don Bosco.

Un volontario dell’associazione P.G.S. Stabia di Castellammare di Stabia.

sabato 8 dicembre 2012

Le mani della censura su Briganti



È accaduto l'impensabile. Dalle ore 15:00 del 6 dicembre 2012, Facebook, arbitrariamente e senza nessun avviso o spiegazione, ha bloccato gli account degli 8 amministratori di Briganti.
Tuttora non ci sono notizie dallo staff di Facebook, che sembra ignorare anche la valanga di segnalazioni che sta ricevendo.
Forse il Compra Sud fa paura? Forse migliaia di persone che conoscono la vera storia dell'itaGlia fanno paura?
Lo staff di Facebook però non ha capito bene una cosa, Briganti non sono gli 8 amministratori, Briganti sono 46 mila amministratori!!
In attesa di sviluppi vi consigliamo di iscrivervi alla pagina provvisoria: BRIGANTI2

mercoledì 28 novembre 2012

Montesano sulla Marcellana (SA) dice no alla Stazione “di morte” Elettrica di 70.000 metri quadri




Il Comitato Cittadino “Nessun dorma” costituitosi contro la costruzione di quella che potrebbe essere una mastodontica Stazione “di morte” Elettrica di 70.000 metri quadri, ad altissima tensione, che dovrebbe essere realizzata a pochi metri dal popoloso centro abitato dove viviamo e dove vivono altre 3000 persone, nella frazione Scalo di Montesano Sulla Marcellana in provincia di Salerno, con la presente lettera, alle battute finali di un lungo percorso intrapreso per evitare la costruzione della suddetta stazione elettrica, CHIEDE L’AIUTO DI QUANTI POSSANO VENIRE IN NOSTRO SOCCORSO IN QUESTA LOTTA, DANDO AMPIA ECO AL NOSTRO GRIDO DI ALLARME!

Tutto è iniziato nel giugno della scorsa estate, nel 2011, quando, in molti, percorrendo la strada obbligatoria che collega le diverse frazioni del paese, notammo che si lavorava a ritmi serratissimi di giorno e addirittura di notte, con enormi sbancamenti di terra e dunque con un via vai di camion spropositato, ad un cantiere enorme, apparso all’improvviso dal nulla, al posto del quale, fino a qualche giorno prima vi erano dei campi agricoli fertilissimi, attraversati dal Fiume Imperatore e dal Torrente Pantanelle.
In quei giorni, nel pieno della calura estiva, nei vari bar e nei ristoranti, si incontravano gli operai che uscivano dal cantiere per la pausa pranzo, tutti provenienti da altre regioni d’Italia… facevano discorsi strani, lasciando afferrare delle frasi del tipo: “ questi sono dei pazzi!” oppure, rivolgendosi alla gente del posto, domandavano perplessi: “ma cosa vi state facendo fare?” o ancora “non abbiamo mai realizzato un’opera del genere così vicina al centro abitato! Prima, per bere un caffè dovevamo prendere la jeep e fare minimo cinque chilometri, adesso arriviamo al bar a piedi in cinque minuti!”. Queste affermazioni ci lasciavano sgomenti e la tensione non faceva che salire tra la gente, mentre i lavori dell’ignoto cantiere procedevano così repentinamente e rumorosamente da rendere impossibile anche il riposo notturno ai residenti.

Iniziando così ad insinuarsi in noi il sospetto che potesse trattarsi di un’opera non lecita, non avendo mai sentito parlare di grandi progetti per quella località, ci rivolgemmo subito ad alcuni consiglieri comunali ( insediatisi con le elezioni che si erano svolte non più di venti giorni prima) per chiedere spiegazioni. I consiglieri di minoranza, anch’essi alquanto turbati e ancora nella confusione del caos elettorale, iniziarono immediatamente ad acquisire informazioni…
Intanto l’estate si faceva sempre più torrida, molti partivano per le vacanze, rendendo la cosa più difficile, mentre il cantiere continuava a ritmi serrati anche in pieno agosto, addirittura lavorando anche la notte precedente il Ferragosto!
Dopo che la minoranza consiliare ebbe acquisito tutti i documenti e fatta richiesta di un consiglio comunale straordinario, tenutosi il 22 settembre 2011, capimmo definitivamente che stava accadendo qualcosa di molto grave, ad un passo dalla nostra vita… Il progetto in questione, si riferiva ad un ma si stava realizzando tutt’altro! Di fatto, il Parco Eolico non si sarebbe mai realizzato! Si, se ne era parlato, ma nel lontano 2006! E quel progetto parlava di in un posto lontano da lì almeno trenta chilometri, in piena montagna! Che senso aveva allora costruire una sottostazione di 70.000 metri quadri senza il Parco? Che senso aveva in quella località pianeggiante a ridosso di un fiume, dove non soffia un alito di vento e che molto spesso con le forti piogge si inonda?
Decidemmo di costituirci in un comitato cittadino che nel corso di quest’ anno, dal settembre 2011 al novembre 2012 ha intrapreso diverse azioni.
Con i nostri legali ed i nostri tecnici, tutti volontari, passammo le notti ad esaminare tutta la documentazione fornitaci dalla minoranza consiliare, saltarono subito all’occhio numerosissimi illeciti amministrativi, primo tra tutti l’abuso edilizio in un’ area sottoposta a vincolo paesaggistico
( ex legge 42/04 art. 142 – fascia di rispetto fluviale- vallone Pantanelle n. 126 elenco acque pubbliche ) per la quale non fu, né è mai stato rilasciato lo svincolo da parte della Soprintendenza ai beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno, Avellino e Benevento. In data 03/10/2011 il Comitato inviò un esposto alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per sollecitare i controlli su quanto stava accadendo, la Sovrintendenza repentinamente inviò al comune l’ordine di sospendere i lavori ( Comunicazione della Soprintendenza al comune di Montesano S/M per estendere l'azione repressiva dell'Ordinanza n.26/11 nota della Soprintendenza prot. 9342 del 3/10/2011). La stazione elettrica sarebbe stata prevista, in un’area sismica, a ridosso del fiume Pantanelle, con il muro di cinta a meno di tre metri dalle sponde del fiume.

Dalle indagini per la verifica delle autorizzazioni da parte della Regione Campania emerse immediatamente un gravissimo illecito, la mancanza della V.I.A. da parte della Commissione Ambientale della Regione Campania per il Comune di Montesano, mentre la stessa veniva rilasciata solo ed esclusivamente per il Comune di Casalbuono (territorio dove il progetto era originariamente previsto, in una zona di alta montagna).
Intanto, magicamente, nella Seconda Conferenza dei Sevizi datata 2 Febbraio 2010 ( tenutasi presso il Sevizio Regolazione dei Mercati della Regione Campania) la sottostazione elettrica del parco eolico denominato Montesano –Casalbuono, si trasformava in una mega stazione elettrica di “importanza strategica nazionale” a trenta chilometri di distanza dal luogo del progetto iniziale e nel pieno centro abitato di Montesano Scalo, frazione di Montesano S/Marcellana. Mancava inoltre il parere della Commissione Paesaggistica del Comune di Montesano; Il progetto non era mai passato al vaglio del Consiglio Comunale e veniva presentato su mappe catastali vecchissime, dove sembrava non esservi presenza umana a chilometri. Tutti i permessi acquisiti, continuavano a riferirsi al 2008, ovvero alla Prima Conferenza dei Servizi ( 11/09/2008) , prima del cambiamento totale del progetto e della sua delocalizzazione, l’unica comunicazione redatta e trasmessa nei verbali della Seconda CDS restava la seguente: 10/02/2010 (prot. comune Montesano) SBS comunica agli Enti della CDS e p.c. a Terna, che " A valle delle richieste avvenute nella CDS dell'11/09/2008, sono state apportate mere modifiche progettuali consistenti nello spostamento di poche decine di metri alcuni aerogeneratori" , pertanto trasmette in allegato la relativa documentazione integrativa a corredo del progetto definitivo già esaminato. Data la scarsa rilevanza delle modifiche al layout dell'impianto, SBS ritiene di poter considerare validi i pareri di competenza già espressi e notificati. Allega il progetto con la nuova S.E. datato Dicembre 2009.
Appena messi a conoscenza di questo mostruoso inganno, come comitato promuovemmo immediatamente una petizione popolare che raccolse in poco meno di 15 giorni circa 2000 firme! Che furono depositate in Comune e presso tutti gli Enti che avevano partecipato alle Conferenze dei Servizi tenutesi a Napoli, evidenziando la truffa ed il raggiro nel voler far passare una mega-stazione elettrica di raccordo e smistamento per l’energia nazionale, per la quale occorrono tra l’altro permessi ministeriali, per un piccolo parco eolico posizionato lontano, sulla dorsale di una montagna.
Consapevoli che si stava per compiere uno sterminio di massa, grazie al consulto con oncologi di fama e di pediatri, valutando le conseguenze che quel tipo di onde elettromagnetiche avrebbero avuto sulla salute di noi tutti organizzammo un importante convegno, che si tenne il 28 dicembre 2011 invitando come relatori vari tecnici e medici specialisti che scrupolosamente esaminando la situazione, avvallarono tutte le nostre preoccupazioni.
La petizione intanto raggiunse anche al Presidente della Repubblica, che tramite la Prefettura, ci espresse il Suo sostegno.
Da allora, l’intero paese, il Comitato e l’Amministrazione Comunale tutta, i paesi limitrofi e l’Ente Parco, si sono mobilitati con tutti i mezzi a disposizione per dire “NO” alla Stazione Elettrica in pieno centro abitato a Montesano Scalo e all’elettrodotto che ne deriverà!
Denunciando che non è stata effettuata nessuna preventiva ed adeguata campagna di informazione per la popolazione, né sull’opera costruenda né sulle misure di prevenzione che s’ intendono adottare contro l’elettrosmog a quella distanza ravvicinata con le case, le scuole di ogni grado, la chiesa e tutte le attività commerciali e, tenendo conto che il territorio di Montesano Sulla Marcellana si presta notevolmente ad uno sfruttamento turistico per la presenza della vicina Certosa di Padula ( cinque chilometri ) ed è zona di grande interesse paesaggistico e tenendo altresì conto della naturale vocazione termale del comune ( sorgenti S. Stefano) ed evidenziando che il medesimo territorio è stato già “massacrato” da una mastodontica Stazione di pompaggio Gas Snam, a monte nella frazione di Tardiano di Montesano.

Dal 27.11. 2011, i lavori restano fermi per via del sequestro cautelativo da parte della Procura della Repubblica di Sala Consilina, grazie alle denunce dei cittadini che si sono costituiti parte civile.. Ma la società costruenda ha fatto ricorso al T.A.R. Lazio contro il Comune e contro la stessa Soprintendenza.
Abbiamo coinvolto nelle nostre azioni di sensibilizzazione anche le Associazioni Italia Nostra, Legambiente, ed il Copat che stanno seguendo la nostra questione, ritenendo che “interventi così pesantemente incisivi sul territorio, sulla qualità della vita degli abitanti e sul paesaggio debbano necessariamente essere pianificati con attenzione e concordati con le popolazioni residenti coinvolte, prassi regolarmente ignorata su tutto territorio nazionale, per evidenti interessi economici. In Campania é scandaloso che la Regione continui a non pianificare il settore energetico e ad approvare vari imponenti impianti, in modo quanto meno discutibile e superficiale. Straordinariamente sconcertante e' però la possibilità che la realizzazione di una stazione elettrica di tali dimensioni non solo venga imposta alla popolazione ma non sia stata regolarmente autorizzata”.
Sono state sollecitate interpellanze alla Regione Campania, presentate dall’On.Pica con richiesta di annullamento per autotutela dell’autorizzazione, facendo emergere le inspiegabili incongruenze dell’iter amministrativo , che proprio in Regione trovano le loro origini.( Tale procedura è stata richiesta precedentemente anche dal tecnico comunale, con esito negativo). Ed anche alla Camera dei deputati, con la cortese disponibilità dell’On. Zamparutti membro della commissione ambiente alla Camera. L’interpellanza ha evidenziato le giuste preoccupazioni della popolazione di Montesano, sulle ripercussioni negative di un tale impianto, che, ripetiamo, non porterebbe alcun beneficio alla popolazione, ma aumenterebbe soltanto i problemi di salute tristemente noti a tutti.
E’ stato presentato dall’ing. Donato Cancellara ( responsabile della battaglia sulla stazione di Spinazzola) con il nostro assenso, il 21/01/2012 un dettagliato ricorso al Ministero ai beni culturali su problematiche emerse in diversi progetti di stazioni elettriche Terna nelle Regioni: Campania, Puglia e Basilicata. In esso si sottolinea che le stazioni di Montesano S/Marcellana, Ariano Irpino, Montemilone, Spinazzola hanno tutte un unico denominatore, sono tutte ubicate in aree vincolate dal punto di vista paesaggistico e archeologico.
Sono state inviate azioni di proteste al Ministero dello Sviluppo Economico contro il piano di sviluppo di Terna che individua la stazione elettrica di Montesano come opera strategica. Si precisa che la stazione elettrica di Terna S.p.A., PRIMA di una sua autorizzazione alla realizzazione, DOVEVA essere presente in un documento chiamato Piano di Sviluppo della Rete di Trasmissione Nazionale (RTN), predisposto annualmente da Terna S.p.A. e tale piano Doveva ricevere l’approvazione del Ministero dello Sviluppo Economico,(come precisato all’art. 9 comma 2 lettera d del Decreto del Ministro delle Attività Produttive 20 aprile 2005), ancora ad oggi non pervenuta.

Il 27 maggio 2012 si è tenuto un incontro pubblico sulla problematica “stazione elettrica” con raccolta fondi per coprire le spese per intervenire nell’udienza di merito al TAR LAZIO con un intervento ad opponendum dei cittadini , per portare a conoscenza del Tribunale le motivazioni dei cittadini e far conoscere la brutta storia fatta di raggiri e falsità.
Il 3 Luglio 2012, si è svolta presso la VII Commissione Ambiente del Consiglio Regionale della Campania, l’Audizione relativa alla stazione elettrica di Montesano sulla Marcellana, ubicata in località Pantanelle.
L’audizione, presieduta dall’ On. Luca Colasanto e voluta dall’ On. Donato Pica, ha visto la partecipazione del primo cittadino Dino Fiore Volentini, del referente del comitato “Nessun dorma” Arch. Teresa Rotella, il legale del comitato Avv. Monica Vassallo, dell’Ing. Michele Rienzo capoufficio tecnico della comunità Montana, delegato da quest’ultima.
Durante gli interventi, sono state illustrate le motivazioni legali che dovrebbero impedire la costruzione della stazione elettrica oltre ad un ausilio di documenti e materiale fotografico: una stazione, come accuratamente è stato sottolineato, non una sottostazione come contrariamente viene presentata.
Il comitato, ancora una volta ha ribadito,infatti, la mancata distanza a norma delle abitazioni e in particolare come il primo nucleo abitativo si trovi a 25 metri dall’ opera, addirittura inglobato in essa e di come non venga rispettata la distanza prevista per legge dalla stazione e la distanza fluviale.
Inoltre, non risulta reso il parere della Soprintendenza per i beni architettonici e del paesaggio di Salerno, per un’area posta a vincolo paesaggistico: in tal caso è escluso il silenzio assenso per il parere riguardante il VIA (Valutazione Impatto Ambientale) per il parere paesaggistico di competenza della Soprintendenza e per il parere ambientale della Provincia o Regione.
Il Presidente Colasanto si è impegnato a convocare in tempi brevi i responsabili degli uffici competenti per un doveroso confronto sulle tematiche illustrate.
Sentenza Prima Udienza TAR Lazio:
con ordinanza collegiale n. 6471/2012 il TAR del Lazio reputa sia necessario acquisire dalla Regione Campania copia del provvedimento di autorizzazione della stazione elettrica completa di tutti gli allegati grafici e descrittivi agli atti degli Uffici, con particolare riguardo a quelli relativi alla progettazione della stazione medesima. Dovrà, altresì, essere redatta a cura della Regione una relazione di chiarimenti circa le caratteristiche e la localizzazione della stazione elettrica di cui al progetto di Essebiesse Power srl.
Lunedì 29.10.2012 presso la VII Commissione Ambiente della Regione Campania si è tenuta la Seconda Audizione ad oggetto: Stazione elettrica di Montesano .
Erano presenti : il Comitato con l'avvocato Monica Vassallo,Teresa Rotella coordinatrice del Comitato, Angela Spenillo e Lorenzo Spenillo in qualità di proprietari e cittadini lesi. L'on. Donato Pica che aveva richiesto la convocazione d'urgenza prima della Seconda Udienza presso il Tar Lazio. Era presente inoltre per l'Assessorato all'Ambiente, il funzionario del settore Dott.ssa Pollinaro. Il risultato è stato strabiliante: la corretta documentazione della V.I.A. e la documentazione grafica allegata riconfermano chiaramente che la Sottostazione era ubicata nel Comune di Casalbuono. Inoltre ci è stato consegnato il resoconto integrale dell’audizione da poter consegnare al Tar , con le conclusioni dello stesso, dove si evince che come cittadini di Montesano abbiamo ragione da vendere!
Il 7 Novembre 2012, c’è stata la seconda accesissima e durissima udienza dinanzi il Tar del Lazio sezione di Roma, nel giudizio n. 8582/11 Reg. ric.
L'udienza pubblica tenutasi oggi al TAR del Lazio ha visto la partecipazione degli avvocati delle società TERNA spa ed ESSEBIESSE Power, parti ricorrenti e degli avv.ti del Comune di Montesano S/M e dei cittadini, parti resistenti. ASSENTI: Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici delle province di Salerno ed Avellino, la Regione Campania e Legambiente.
La relatrice, dott.ssa Silvia Martino, ha palesato grande disappunto nei confronti del Comune di Montesano e della Soprintendenza in merito alla mancata impugnazione degli atti del procedimento nei termini di legge. Il Presidente Tosti ha mostrato enorme interesse per le ragioni dei cittadini che, a causa della "superficialità" mostrata dalla P.A. nel procedimento di autorizzazione, potrebbero subire una gravissima violazione del diritto alla salute. Il Presidente ha favorevolmente accolto, nonostante la irritualità, il deposito fatto dai cittadini costituiti, del resoconto verbale della VII Commissione Ambiente presso la Regione Campania relativo all'incontro del 29.10.2012, al quale hanno tra l'altro partecipato esponenti del Comitato, ma purtroppo, nessun esponente del Comune di Montesano e nel quale la dirigente del servizio VIA ha espressamente ammesso che sul progetto che si sta per realizzare la Commissione Ambiente non è mai stata convocata e che, pertanto, sul sito non esiste Valutazione di Impatto Ambientale. Occorre ricordare che TERNA si appresta a costruire una Sottostazione di trasformazione dell'energia elettrica da altissima a media tensione, su una superficie che si estende per 70.000 mq, 7 ettari, ad elevatissima emissione di onde elettromagnetiche, in zona vincolata ed antropizzata. Non possono essere fatte previsioni sui tempi dell'emanazione della sentenza. Si attende di conoscere il risultato, il quale, nella denegata ipotesi in cui dovesse essere negativo, si auspica da tutte le parti, sarà oggetto di impugnazione, dinanzi il Consiglio di Stato, da parte del Comune di Montesano S/M. I cittadini continueranno a battersi tenacemente per far valere le proprie ragioni sia davanti alle Autorità competenti, sia mediaticamente, cercando fino in fondo di difendere la propria salute ed il proprio territorio.
Il Sud dell’Italia, il nostro Sud, non può divenire una terra di tralicci, elettrodotti, stazioni elettriche come ha progettato Terna , con conseguente aumento di malattie mortali…
In questi giorni si sta decidendo il nostro futuro.
Abbiamo paura, tanta! Per la nostra vita, per i nostri affetti, per il futuro buio che potrebbe aspettarci, nessuno è più incentivato a fare progetti, ma dove potrà andare d’altro canto dopo aver investito i risparmi di una vita per comprare una casa?
Abbiamo paura che un Tribunale Amministrativo guardi solo al rispetto delle date e delle scadenze, ma non al valore della vita umana, senza dar peso a conseguenze disastrose ed irreparabili!
ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO, DI FAR CONOSCERE QUESTA STORIA FUORI DAL CONTESTO DELLA PROVINCIA, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI!
La portavoce del comitato Barbara Gallotto
La coordinatrice del comitato Teresa Rotella

venerdì 23 novembre 2012

Trentadue anni fa il Mezzogiorno sussultò

ASCOLTA AUDIO ORIGINALE DEL TERREMOTO



23 novembre 1980, ore 19:34: 90 secondi di paura, 6,9 gradi Richter, 679 comuni distrutti, 3.000 morti, 8.848 feriti, 280.000 sfollati!
Possono sembrare numeri di una guerra o di un bombardamento, ma non è niente di tutto ciò.
A provocare tale immane strage fu il secondo terremoto più forte della storia d’Italia dopo quello di Reggio Calabria e Messina che superò i 7 gradi.
Siamo in Irpinia e in Basilicata, era una domenica sera, fredda, d’autunno inoltrato di trentadue anni fa; molta gente era in casa, pochi in strada, mentre a Balvano, in provincia di Potenza, la chiesa era gremita per la prima comunione dei bambini.
All’improvviso si sentì un boato terribile, interminabile che fece crollare tutto, edifici e speranze, e soprattutto spezzò vite umane.


La chiesa di Balvano crollò, seppellendo 66 bambini che erano lì per condividere un giorno gioioso.
Ma anche Sant'Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Laviano, Calabritto e Senerchia vennero quasi rase al suolo.
Crollarono edifici a Potenza, ad Avellino, a Benevento, a Melfi e a Rionero, perfino nel centro storico di Napoli ci furono dei sussulti.
La scossa durò un minuto e mezzo e fu così forte che si avvertì in tutto il Centro-Sud, da Reggio Calabria a L’Aquila, facendo oscillare anche i palazzi di Roma.
Era l’inferno che, partendo dalle viscere della terra, si manifestava agli uomini impotenti di fronte a tale impeto distruttivo.
Lacrime e disperazione scesero come una nebbia su un’intera popolazione la quale si infittì nei giorni e nelle settimane successive per l’assenza, ancora una volta, dello Stato che non mandò i soccorsi con tempestività e i cittadini furono costretti a scavare a mani nude nelle macerie per salvare chi ancora era in vita.
Una radio locale di Avellino registrò la “voce del terremoto” casualmente, mentre stava componendo un mix di stacchi musicali su nastri da mandare in onda.
Una voce da ascoltare con rispetto, quel rispetto che l’uomo deve avere sempre per la Natura.ASCOLTA AUDIO ORIGINALE DEL TERREMOTO


VALERIO RIZZO

lunedì 19 novembre 2012

Gara di beneficenza "BRIGANTI e PINO APRILE per MORMANNO"















Comunicato stampa di Briganti
con la gentile partecipazione di Pino Aprile
e con il patrocinio del Comune di Mormanno (CS)

Presentano
Gara di beneficenza "BRIGANTI e PINO APRILE per MORMANNO"

che avrà inizio
lunedì 19 novembre 2012, ore 10:00
e terminerà
lunedì 24 dicembre 2012, ore 24:00

Le popolazioni dell'area del Pollino sono costrette a convivere con il terremoto a causa di uno sciame sismico che perdura da circa 2 anni.
Il 26 ottobre scorso, una scossa di magnitudo 5.0 ha provocato gravi danni nel comune di Mormanno e nelle zone limitrofe.
Il Sindaco Guglielmo Armentano ha chiesto al Governo il riconoscimento dello stato di calamità.

“BRIGANTI” con la partecipazione attiva di PINO APRILE per sensibilizzare l'opinione pubblica e rompere la coltre di silenzio su questa emergenza ha deciso di indire una gara, sulla propria pagina facebook, mettendo in palio una felpa "Briganti" e la primissima stampa del libro “Terroni” in lingua inglese diffuso nel Nord America con dedica personale.

Tutte le offerte perverranno direttamente all’Ospedale di Mormanno o al Comune, gravemente danneggiati dal recente sisma.

Solo al termine della gara si saprà chi si sarà aggiudicato la felpa Briganti e il libro messa in palio.
Ognuno potrà fare un’offerta a favore dell’Ospedale o al comune, tramite bonifico bancario
a favore di:

Comune di Mormanno Servizio tesoreria Fondi Ricostruzione Sisma 2012 - codice IBAN IT 86 S 07601 16200 001009362268
causale: contributo per i danni subiti dal sisma/ Gara Briganti

oppure

versamento su c/c postale N. 1009362268 intestato a: Comune di Mormanno, Servizio tesoreria Fondi Ricostruzione Sisma 2012
con causale: contributo per i danni subiti dal sisma/ Gara Briganti

dovrà poi inviarci copia del bonifico all’indirizzo e-mail gruppobriganti@gmail.com entro e non oltre il giorno Lunedì 24 dicembre 2012 alle ore 24:00
Chi avrà effettuato l’offerta maggiore vincerà la felpa messa in palio da Briganti, che gli verrà inviata all’indirizzo che in seguito ci indicherà.

Il nome del vincitore e la cifra da lui donata verranno pubblicati sulla pagina Briganti il giorno
Mercoledì 26 dicembre 2012 ore 18:00

PROGRAMMA
Lunedì 19 novembre 2102
Ore 10,00: Apertura della gara

Lunedì 24 dicembre 2012
Ore 24,00: Chiusura della gara

Mercoledì 26 dicembre 2012
ore 18,00: Ufficializzazione del vincitore e comunicazione della cifra raggiunta

Per rispondere a Cecchi Paone sulla condizione delle classi "basse" del meridione nel 1800


di Alessandro Arena



«A proposito di perversione dell’identità e dell’appartenenza! A me dispiace molto che i nostalgici non ricordino che le condizioni di vita delle classi misere erano spaventose sotto le Due Sicilie. La gente moriva di fame e di raffreddore, viveva pochissimo, erano tutti sporchi, erano tutti cattivi e senza destino. Ce lo dicono studi meridionalisti che non sono inventati e che descrivono l’orrore in cui viveva la classe popolare duosiciliana, altro che balle!»

Queste sono le dichiarazioni di Alessandro Cecchi Paone durante il programma a "Reti Unificate" di Canale 8.

Il punto è che le condizioni della classe bassa, contadina e piccola operaia meridionale (dato che gli apparati industriali non erano omogeneamente distribuiti sul suolo duosiciliano) nel 1861 non erano peggiori di quelli del popolo dell'Inghilterra liberale, modello e culla dell'Europa, esempio di progresso e sviluppo, durante i periodi delle enclousers, del laissez faire e della proto industria nella prima rivoluzione industriale, cioè fino al 1850 circa.

In prima istanza, la stessa Inghilterra è sempre stata al centro di accese critiche a causa delle misere condizioni di lavoro della classe lavoratrice, come dimostra l'opera di F.Engels ("The Condition of the Working class in England in 1844"), che delinea un panorama di disagio sociale, alta incidenza di malattie infettive, tassi di mortalità superiori alla media nazionale nelle zone industrializzate; o ancora il celeberrimo C.Dickens ("Oliver Twist"), che mette a nudo l'effettiva inutilità delle Workhouses (da ricordare lo scandalo di Andover, che fece emergere le inumane condizioni dei detenuti, costretti a mangiare le ossa che avrebbero dovuto usare come materia prima per i fertilizzati); ancora più noto è come il governo inglese lasciò invariate queste condizioni, lasciando alle compagnie di assistenza e alle associazioni religiose il compito di prendersi cura degli emarginati della società.
K. Marx pone le radici della sua critica contro il capitalismo e l'industrializzazione proprio in Inghilterra, dove l'inquinamento era sempre maggiore e gli operai costretti a vivere nei ghetti, gli "slums", a ritmi massacranti; un Inghilterra che si proietta verso il futuro e il progresso, ma che lascia dietro di sé uno scenario triste e tetro, rappresentato nei minimi particolari da Gustave Dorè.

Va inoltre ricordato che inizialmente, in particolare nella fase della proto-industria (cioè la fase di transizione in cui ancora prevaleva la produzione a domicilio), sopratutto nel settore tessile, quello che innescò la prima rivoluzione industriale inglese, erano le donne e i bambini che, per ore, lavoravano ai telai, grazie alle loro dita minute che permettevano di accelerare il processo produttivo.
È pur vero che, progressivamente, le condizioni delle classi basse migliorarono pian piano, ma furono a tratti interrotte bruscamente da un parlamento restio alle riforme in favore del basso popolo.


Analizziamo ora la situazione socio-economica duosiciliana.
Pur essendo anch'essa una monarchia, le prime spinte "liberali" del re si intravidero già dal XVIII secolo.
Tra il 1735 e il 1763, furono varate riforme che incisero sui tassi di mortalità, sulla salute e sull'ambiente. Venne istituita una "Giunta dei Veleni", per preservare l'ambiente dai nocivi scarichi industriali, seguita dalle "Leggi igieniche per la prevenzione sanitaria e ambientale" del 1743. Due furono le riforme per i poveri nell'arco di questi trent'anni: il "Real Albergo dei Poveri" del 1751 (che venne più volte ristrutturato ed utilizzato per molteplici scopi nel tempo) e il cimitero pubblico dei poveri di Capodimonte nel 1763. Successivamente, nel 1783, a seguito dei terremoti che colpirono Messina, la città fu interamente ricostruita secondo innovativi standard antisismici.

Dopo la grave crisi economica in cui versavano le casse del regno a causa dell'occupazione dei francesi della rivoluzione, i vertici del regno adottarono delle misure straordinarie per risanare il debito. Il re, infatti, tagliò i fondi all'esercito, agli alti funzionari regi, a coloro i quali disponevano di due stipendi; insomma, cercò di non far gravare il peso della manovra sulla classe bassa. Il risultato fu, appunto, il ritorno in attivo del real bilancio.

All'alba del 1860, il Regno delle Due Sicilie vantava la più bassa mortalità infantile nella penisola italiana e un bilancio pubblico in pareggio.

Come in Inghilterra, inoltre, le due sicilie disponevano già di un efficiente apparato agricolo che poteva soddisfare il fabbisogno del regno. Esistevano già grandi impianti industriali famosi in tutta europa con operai specializzati, formati da specifiche scuole, solitamente localizzate a Napoli.

Fino al 1861 ci fu un aumento demografico che potè permettere alle due sicilie di primeggiare ancora in Europa. Mancò solo quella spinta che avrebbe potuto da un lato aumentare e potenziare il settore agricolo, dall'altro preparare il terreno per un ulteriore progresso in ambito industriale, come accadde in Inghilterra, dato che si parla di rivoluzione che parte dai campi.
Ma già furono chiari i segni del re di andare incontro al popolo e ai contadini con la promulgazione della costituzione su modello di quella francese (che, pur essendo un nulla di fatto, dimostrò la volontà del re di andare incontro al bisogno e alle richieste del popolo).
Insomma, si intravidero già quelle manovre che avrebbero potuto rendere le Due Sicilie un regno ulteriormente avanzato in Europa e nel mondo, di iniziare e portare a termine la seconda rivoluzione industriale che, a partirè dalla metà del XIX secolo, arrivò nel resto del continente (sulla scia di quella inglese).

Il resto è risaputo. Lo stato sabaudo, con l'aiuto di Francia e Inghilterra, cancellò ed invase senza dichiarazione le Due Sicilie.
Cosa ancor più triste fu che il Regno di Sardegna era uno stato assolutamente incapace di poter gestire un'unificazione, che avrebbe dovuto richiedere un apparato burocratico statale davvero sviluppato.

Basta paragonare l'unificazione italiana a quella tedesca. Il regno di Prussia possedeva tutti i requisiti per un'unificazione di prim'ordine, "capeggiata" da Bismarck e seguita dall'efficiente burocrazia degli Junker, che portarono a termine un'unificazione senza eguali.
Proprio a questo proposito si sono largamente espressi grandi pensatori del tempo.

«[..]Che cosa ha ottenuto di meglio la diplomazia di Cavour? E' sorto un piccolo regno unito di second'ordine, che ha perduto qualsiasi idea di valore mondiale, cedendola al più logoro principio borghese, [...]un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un'unità meccanica e non spirituale (cioè non l'unità mondiale di una volta) e per di più di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo regno di second'ordine.
Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del Conte di Cavour!»
Fëdor Dostoevskij - Diario di uno scrittore, 1877.

«Non c'è chi possa comprendere quanto mi senta infelice quando vedo aumentare di anno in anno, sotto un governo materialista e immorale, la corruzione, lo scetticismo sui vantaggi dell'Unità, il dissesto finanziario; e svanire tutto l'avvenire dell'Italia, tutta l'Italia ideale. » Giuseppe Mazzini
Denis Mack Smith, Mazzini, Rizzoli, 1993, p. 286.

Insomma, è chiaro come il fiorente sviluppo del Regno delle Due Sicilie fu stroncato sul nascere. Sopratutto, è chiaro come la situazione sociale non era nettamente peggiore o migliore rispetto a quella delle monarchie e degli altri stati europei durante il 1800 e a cavallo tra le due rivoluzioni industriali.

Quindi, egregio sig. Paone, cerchiamo di non fare demagogia spicciola, tentando di calpestare ancora una volta il nostro passato, la nostra terra, cercando di far emergere una presunta ed inesistente inferiorità.
Grazie

domenica 18 novembre 2012

Crocetta zittisce Salvini




Scontro in diretta su Rai1 tra il Presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta e il leghista Salvini.
Ai soliti piagnistei leghisti sul Nord che paga e il Sud che "fotte", Crocetta ha risposto duro ed ha zittito Salvini ricordandogli che basterebbe lasciare che la Sicilia applicasse lo Statuto Siciliano per ribaltare completamente la situazione. Cominciando proprio da quelle grosse aziende (come l'Eni, tanto per capirci) che arricchiscono il Nord con le lautissime tasse che invece dovrebbero andare per diritto alla Sicilia.
E contro le solite accuse relative al presunto apocalittico e scandaloso disavanzo delle casse della Sicilia, ha ricordato che il debito della intera Regione Siciliana è esattamente uguale al debito della sola città di Torino.
Crocetta ha concluso dicendo a Salvini:
"Ad ognuno venga dato ciò che gli spetta di diritto, e poi vediamo chi ci guadagna e chi ci perde."

Caro Salvini.....taci!!! [ca]

sabato 17 novembre 2012

Cosa c'entra il Sud con il tricolore?




Quali sono le origini del tricolore italiano? Il tricolore italiano deriva direttamente dal tricolore francese. Quest'ultimo, nato con la rivoluzione, adottò il blu e il rosso (i colori di Parigi) e nel mezzo il bianco (il colore della famiglia reale borbonica). Quando le truppe napoleoniche varcarono le Alpi, il tricolore francese fu "importato" in Italia e "riadattato": il verde sostituì il blu. Ma perché il verde? Secondo l'ipotesi più accreditata, la scelta ricadde sul colore delle uniformi della Guardia Civica milanese: quindi, al blu parigino, si sostituiva il verde meneghino [sic!]. Altra ipotesi, meno nota, vuole che fosse stata la Massoneria [azz!] a scegliere il verde, poiché era il colore della natura, quindi simboleggiava i diritti naturali dell'uomo.

Con l'istituzione della Repubblica Cispadana (Padana, PaTana), il tricolore verde, bianco e rosso fu adottato come vessillo di questo stato. Successivamente, con la costituzione della Legione Lombarda, e della Repubblica Transpadana (Padana, PaTana), lo stesso Napoleone stabilì che "les coulers nationales" da adottare fossero "le vert, le blanc e le rouge". Più tardi, con la fusione delle repubbliche Cispadana e Transpadana, nella Repubblica Cisalpina, rinominata poi, Italiana, e divenuta, infine, Regno, il bianco, il rosso e il verde rimasero i colori di questo stato, che inglobava gran parte dei territori dell'Italia settentrionale. Con la restaurazione il tricolore fu accantonato, salvo ritornare in auge con i moti del 1820-21. È, però, con il 1848, che esso viene adottato nuovamente come bandiera di uno stato: manco a dirlo, il Piemonte sabaudo [ari-azz!].

E il Sud? Tra origini francesi, guardia civica milanese, repubbliche cis e transpadane, che c'entra il Sud con il tricolore? Beh, direi poco o niente. Infatti, se con la conquista napoleonica, il tricolore francese era stato modificato con il verde in luogo del blu per il nord Italia, per il Sud continentale, dove era stata instaurata la Repubblica Partenopea, fu pensato un diverso tipo di modifica. Non veniva adottato il verde meneghino, ma si sostituiva il bianco (colore della monarchia borbonica) con il giallo, che accostato al rosso già presente sul vessillo, richiamava i colori dello stemma della città di Napoli. Caduta l'effimera repubblica, questo tricolore viene abbandonato e non fu rispolverato neanche durante i regni di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat.


Quindi, come arrivò al Sud il tricolore italiano? Beh, arrivò di "rimbalzo" dal nord, quando ormai si era stabilito che il verde il bianco e il rosso dovessero diventare i colori nazionali italiani. Così nel 1848, Ferdinando II, in concomitanza con la breve parentesi costituzionale, aggiunse un bordo rosso e verde alla bandiera del Regno delle Due Sicilie, modifica abolita con la soppressione della Costituzione. Nel 1860, infine, Francesco II, tra gli ultimi tentativi di recuperare il regno, inserì anche una legge sulla bandiera che adottava il tricolore a bande verticali verde, bianca e rossa, con lo stemma del Regno apposto nel mezzo. A ogni modo possiamo concludere che il tricolore arrivò definitivamente con i garibaldini, prima, e con l'esercito, dopo: fu insomma bandiera di conquista militare; voluta, in alcuni casi bramata, dal popolo, ma, poi, odiata e respinta e, infine, imposta con la forza delle armi di italiani contro altri italiani.

GIUSEPPE BARTIROMO

FONTI E BIBLIOGRAFIA:
AA. VV., Tricolore d'Italia, Roma, Opera Nazionale Orfani di Guerra, 1952.
Stefano Ales, Bandiere, stendardi, labari e gagliardetti dei Corpi militari dello Stato, Franco dell'Uomo e Giovanni Cecini, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 2008.
Luigi Avellino, Verde Bianco Rosso – Il nostro Tricolore, Pompei, s.e., 1999.
Ugo Bellocchi, Il primo Tricolore – Reggio Emilia 7 gennaio 1797, Reggio Emilia, Ufficio Relazioni Pubbliche Lombardini Motori S.p.A., 1963.
Ugo Bellocchi, Il tricolore. Duecento anni (1797-1997), Modena, Artioli, 1996.
Oreste Bovio, Due secoli di Tricolore, Roma, Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 1996.
Ito De Rolandis, Origine del Tricolore – Da Bologna a Torino capitale d'Italia, Torino, Il Punto - Piemonte in Bancarella, 1996.
De Rolandis, Orgoglio Tricolore – L'avventurosa storia della nascita della Bandiera Italiana, Asti, Editore Lorenzo Fornaca, 2008.
Tarquinio Maiorino, Il Tricolore degli italiani. Storia avventurosa della nostra bandiera, Giuseppe Marchetti Tricamo e Andrea Zagami, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2002.
Emiliano Pagano, Delle origini della bandiera tricolore italiana. Ricordi storici, Roma, Tipografia agostiniana, 1895.
Mauro Stramacci, Origini, storia e significato del Tricolore nel suo bicentenario , Conferenza tenuta il 16 giugno 1997 presso la Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno, 1997.Giorgio Vecchio, Il tricolore in Almanacco della Repubblica , Milano, Bruno Mondadori, 2003, pp. 42-55

martedì 6 novembre 2012

4 Novembre: festa delle forze armate o lutto nazionale?




Il 4 novembre è una delle ricorrenze per la finta patria chiamata Italia, ma, per tutti noi meridionali, è il lutto nazionale .

Commemorazioni in pompa magna, corone di fiori e comizi in quasi tutti i comuni d’Italia e prima fra tutte: la cerimonia all’Altare della Patria con i rappresentanti massimi delle istituzioni.

Queste le principali celebrazioni del 4 novembre, ma oltre alla solita retorica qualcuno si chiede se sia giusto festeggiare uno degli eventi più drammatici della storia del mondo.

In fondo la Grande Guerra è stata un’inutile strage, che ha causato solo in Italia 650.000 morti, 947.000 feriti, 600.000 dispersi!
Quindi sarebbe più opportuno istituire per il 4 novembre una giornata di lutto nazionale, soprattutto in alcune zone del Paese.

Stiamo parlando di quelle regioni che hanno dato il maggior tributo di sangue, il più numeroso contributo di giovani. Stiamo parlando delle regioni del Sud, da cui proveniva circa l’80% dei militari impiegati nella guerra (cosa ancora attualissima, se si considerano i caduti nelle missioni di pace), i cafoni meridionali a cui avevano promesso terre e condizioni migliori di vita.

Così come la Gran Bretagna durante la Guerra ha utilizzato soldati indiani e afgani, e la Francia è ricorsa a soldati algerini e tunisini, anche l’Italia ha usato i popoli delle sue colonie, l’ex Regno delle Due Sicilie (Non si dimentichi che quando Bismarck fu informato da un suo collaboratore in merito alla volontà italiana di avere possedimenti nel Corno d’Africa, rispose: “L’Italia non ha bisogno di colonie in Africa poiché le ha già in casa propria”).
In tutti i nostri paesi del Sud dilagano lapidi con centinaia e centinaia di nomi, tutti paesi che nel 1918 avevano 5000 abitanti e che adesso si ritrovarono con in media 230 caduti in guerra.
Un’intera generazione!!

Migliaia di ragazzi sono stati strappati dalla propria terra e scaraventati sulle Alpi per farsi massacrare dalle bombe austriache. Sono morti in solitudine, uccisi insieme ai loro sogni e all’illusione di poter ancora sperare in una vita migliore.
Il 4 novembre quindi deve essere decretato in tutti i comuni il LUTTO CITTADINO , non tanto per idee politiche o rabbia, ma solamente per rispetto di una intera generazione di giovani, soprattutto meridionali, che sono stati trucidati nella neve delle Alpi senza sapere nemmeno il perché.

P.S.
NdR: Sullo stesso tema consiglio anche la lettura dell’articolo di Nicola Zitara sulla Brigata Catanzaro. Per alcuni storici in effetti la prima guerra mondiale appare essere stata "inutile" nel senso che l’Austria sarebbe stata disposta a cedere i territori che il governo italiano richiedeva, senza necessità di combattere. Ma ovviamente in questo caso l’esercito non avrebbe potuto "dimostrare" le proprie capacità (ricordiamo si tratta fondamentalmente dello stesso esercito ed ufficiali che conquistò il Sud con i metodi ben noti). Insomma ci volevano 600.000 morti e quale migliore occasione di svuotare il Sud di buona parte dei suoi "cafoni"? (non erano sufficienti, evidentemente, i milioni di meridionali che emigravano in quel periodo). Quelle terre allora liberate a costo del sangue di tanti meridionali oggi guardano i figli e nipoti dei loro liberatori con intolleranza e razzismo a riprova del fallimento del processo di unità nazionale.


Editoriale pubblicato sul sito duesicilie.org il 10 novembre del 2008 da Valerio Rizzo

martedì 2 ottobre 2012

Enrico Mattei: la ricchezza deve restare in Sicilia, i siciliani non dovranno più emigrare

Enrico Mattei saltò in aria con il suo aereo il 27 ottobre del 1962, poche ore prima tenne un discorso memorabile a Gagliano Castelferrato (Enna), dove disse ai siciliani che il petrolio trovato nelle loro terre gli avrebbe portato benessere e avrebbe fatto in modo che la gente non emigrasse più e che, anzi, sarebbero ritornati gli emigrati.
Infine si scagliò contro le multinazionali estere.
Di seguito vi riportiamo il discorso integrale con le parti evidenziate in cui parla del risveglio della Sicilia, forse fu questa la causa del suo omicidio?? L' ItaliaUnita S.P.A. voleva tenere la Sicilia sempre come colonia interna?
I fatti giudiziari nati successivamente alla sua morte, portano purtroppo a pensare proprio questo...




L’ULTIMO DISCORSO DI ENRICO MATTEI



“Prima di tutto desidero ringraziarvi di questa calda accoglienza che abbiamo ricevuto, qui, nel vostro paese. Oggi si affacciano alla mia memoria quegli anni che possiamo considerare lontani, dell'immediato dopoguerra,quando nessuno credeva alle reali possibilità dei nostro sottosuolo.Noi cominciammo una lotta dura, fra l'ostilità di coloro che non credevano a queste possibilità dei nostro paese, poi giungemmo alle scoperte della valle Padana che hanno rivoluzionato - come diceva poco prima il vostro onorevole Lo Giudice - la valle Padana e l'alta Italia.Quando chiedemmo di venire in Sicilia, trovammo che non eravamo di moda: allora erano in momento favorevole tutte le compagnie petrolifere straniere. Io debbo ringraziare la Regione siciliana di averci dato tutto quello che in pratica era rimasto, che gli altri non avevano scelto. Volevamo dimostrare anche alla Sicilia quello che potevano veramente fare gli italiani,gli italiani che si rendevano conto di quello che poteva significare questo tipo di progresso per la Sicilia.Vennero i nostri primi geologi e gli scienziati, le prime squadre cominciarono il lavoro, svolto tra l'incredulità ed una certa ostilità. Arrivammo al rinvenimento del petrolio di Gela: a Gela oggi sta sorgendo un enorme complesso.Il vostro presidente, ieri, ci ha onorato di una visita e si è reso conto di che cosa si può fare in Sicilia. Il nostro ringraziamento va a tutti i nostri scienziati,ai nostri operai, ai nostri tecnici, a tutti coloro che giornalmente si impegnano nella dura fatica di trovare nelle viscere della vostra terra le ricchezze che vi sono nascoste. Avete visto con quanto impegno ci siamo messi in questa impresa: momenti di attesa, di speranza, di lavoro duro, di polemiche ideologiche contro di noi. Siamo arrivati a scoprire il metano anche a Gagliano: di questo ringraziamo il Signore Iddio, perché gli uomini possono stabilire con i loro mezzi se ci sono le condizioni favorevoli, ma è solo l'aiuto divino che può far arrivare gli uomini a dei successi. Le risorse e le riserve che sono state messe alla luce sono importanti, però probabilmente lo saranno ancora di più perché prosegue il lavoro di ricerca dei nostri tecnici.Noi siamo convinti che la vostra terra conserva ancora beni nascosti, perciò noi siamo impegnati con tutti i nostri uomini. Dovete ringraziare veramente il vostro presidente per quello che ha fatto per questo paese, per questa provincia povera. Amici miei, anche io vengo da una provincia povera, da un paese povero come il vostro. Pure oggi c'è qua della nostra gente – io sono marchigiano, quelli sono paesi poverissimi - che viene a lavorare in Sicilia:perché prima di qui, in alta Italia e nel centro Italia, abbiamo fatto ricerche minerarie come queste, e quindi abbiamo creato le scuole, abbiamo creato gli uomini che operano in Sicilia e pensiamo di mandare anche siciliani in altre zone d'Italia. Poi, con le riserve che sono state accertate, una grande ricchezza è a disposizione della Sicilia.Amici miei, noi non vi porteremo via niente. Tutto quello che è stato trovato -che abbiamo trovato - è della Sicilia, e il nostro sforzo è stato fatto per la Sicilia e per voi.Giustamente il vostro presidente diceva che noi non abbiamo nessun profitto personale. E’ vero: noi lavoriamo per convinzione. Con la convinzione che il nostro paese, e la Sicilia, e la vostra provincia possano andare verso un maggior benessere; che ci possa essere lavoro per tutti; e si possa andare verso una maggiore dignità personale e una maggiore libertà.Amici miei, io vi dico solo questo: noi ci sentiamo impegnati con voi per quanto c'è da fare in questa terra. Noi non portiamo via il metano; il metano rimane in Sicilia, rimane per le industrie, per tutte le iniziative, per tutto quello che la Sicilia dovrà esprimere”.Dalla piazza una voce interrompe: “Così si può levare questa miseria di Gagliano”.Rivolgendosi all'anonimo, Mattei dice:“Amico mio, io non so come lei si chiami, ma anch'io ero un povero come lei;e anch'io ho dovuto emigrare perché il mio paese non mi dava lavoro; sono andato al Nord, e adesso dal Nord stiamo tornando al Sud con tutta l'esperienza acquistata Noi ci impegniamo con le nostre forze, con le nostre conoscenze, con i nostri uomini, a dare tutto il nostro contributo necessario per lo sviluppo e l'industrializzazione della Sicilia e della vostra provincia.Io vi devo chiedere - come ho già chiesto al sindaco - scusa di non essere venuto prima. Ma sono gli impegni che abbiamo in tutto il mondo: ci sono 50 mila persone che oggi operano in questo gruppo; e su 50 mila persone ci sono mille e seicento ingegneri, 3 mila periti industriali e geometri, 2 mila dottori in chimica e in economia, 300 geologi, decine di migliaia di specialisti che si muovono in tutto il mondo. E tutto questo porta lavoro, porta responsabilità,porta un grande impegno; ma io conoscevo esattamente la situazione di Gagliano, delle sue riserve, di questo lavoro, delle possibilità che esistono per l'avvenire. Le abbiamo seguite giorno per giorno, con ansia, e qualche volta,molte volte, ne eravamo felici. Ora su questo si deve innestare un successivo lavoro, si devono innestare industrie che dovranno portare in questa zona benessere e ricchezza. Noi ci impegniamo insieme con voi, con tutti.Potete contare sulla nostra opera, come avete potuto contare su tutto quanto abbiamo compiuto fino ad oggi senza che ci fosse stato richiesto. L’abbiamo compiuto perché sapevamo - se arrivava il successo - di poter raggiungere dei risultati che cambiano la fisionomia della vostra regione. E noi andremo avanti in questo, seguiteremo il nostro lavoro di ricerca perché più risorse vengano reperite, queste risorse sono tesori. I tesori non sono i quintali di monete d'oro, ma le risorse che possono essere messe a disposizione dei lavoro umano.Amici, desidero ancora ringraziarvi per queste vostre accoglienze che io sapevo mi avreste fatto, ma non così calorose come invece ho trovato, perché so che vi rendete conto dello sforzo che abbiamo compiuto e di ciò che vi portiamo, e quindi fra di noi non poteva esserci che simpatia e fiducia.Sapevo che un giorno sarei venuto in mezzo a voi, che voi mi avreste guardato con simpatia e con affetto. Abbiamo discusso, con i vostri rappresentanti, dei vostri problemi, molti dei quali non sono che problemini.Non assorbiremo 70 persone, ma tutti coloro che potrete darmi, tutti, e sarà necessario che tornino molti di quelli che sono andati all'estero perché a Gagliano avremo bisogno anche di loro. Noi non vi porremo dei limiti. Noi vogliamo solo stabilire una collaborazione che duri sempre. C'è una scuola di qualificazione da fare? Mi darete il vostro contributo, indicandomi i corsi che dovranno essere istituiti. Sono piccoli problemi: l'importante è questa enorme massa di risorse che da oggi è messa a disposizione della Sicilia, e sulla quale si potrà e si dovrà costruire, se ci sarà l'impegno di tutti”.


(ENRICO MATTEI, discorso ai cittadini di 
Gagliano Castelferrato (En), 27 ottobre 1962, due ore prima di morire)