"Briganti" rappresenta il punto di incontro di chi vuole condurre una battaglia per il Sud. E’ il mezzo attraverso il quale trova voce chi vuole raccontare la nostra terra, la sua storia, i suoi problemi, le sue eccellenze, le sue prospettive politiche, sociali ed economiche. Se ami il Sud unisciti a noi.
martedì 17 aprile 2012
LA CALATA DEGLI OSTROGOTI di Nicola Zitara
La parola italianità significa, più o meno, che qualcosa o qualcuno, per il suo atteggiarsi, porta i segni dell’appartenenza alla cultura, al costume, al carattere degli italiani. Ma l’Italia, il paese che detta agli uomini o alle cose il suo segno, qual è? Quella del Sud o quella del Nord? Perché, in effetti, è chiaro a tutti, che di Italie ce ne sono due: quella degli itagliani e quella dei taliani.
La confusione è cominciata al tempo di Roma repubblicana, allorché gli italici erano romani per i doveri militari e non lo erano per l’arricchimento provenienti dai saccheggi che illustrano (anche se non lo si dice) la civiltà romana. La confusione è andata così avanti che è difficile stabilire se furono i Romani a conquistare l’Italia o se furono gli Italici a conquistare Roma.
Comunque una certa alterità (o doppiezza) tra chi sta dentro l’Itaglia a pieno titolo e chi non possiede il titolo pieno, ma solo una specie di usufrutto, c’è sempre stata. Pensate al significato etnico e politico della frase “Temo i Greci e i doni che essi portano” (o quando portano doni. Esattamente: Timeo Danaos et dona ferentes), che circolava a Roma-urbe al tempo di Scipione l’Emiliano.
Ora, questi Greci della frase erano essenzialmente taliani del Sud, i quali, vinti e sottomessi dai Romani, portavano doni ai vincitori e padroni, al fine di ingraziarseli in vista di un lavoro o di un favore (al tempo di Cicerone si diceva clientes, da cui l’itagliano clientela, in taliano ‘amici’). In buona sostanza, i Romani, non paghi di esercitare una padronanza sui Taliani, li giudicavano anche male.
La cosa si è ampiamente ripetuta dopo l’unità cavourrista. Raffaele Cadorna, intrepido generale milanese, nel 1866, assediò, bombardò, conquistò e sottomise Palermo insorta contro l’unità. Nella sottostoria d’Itaglia, Palermo non fu la prima città bombardata, ma la seconda dopo Genova (dal grande Lamarmora Alfonso, inventore dei bersaglieri).
La quarta fu Gaeta (un tempo città, anche se oggi è un insignificante borgo taliano), la quarta Reggio Calabria, la quinta – non appena Caldiroli avrà assunto il comando dello Stato Maggior Generale (ed anche Ammiraglio), sicuramente Napoli. Non tutta, però; solo quella abitata dai Taliani. Perché, come tutti sanno, a Napoli ci sono anche molti Itagliani (Bassolino, Jervolina, Pomicino, Mussolina, etc.). Il seguito si vedrà. Forse Augusta, forse Mazara del Vallo, forse Agrigento, non so.
Anche al tempo dell’eroico Cadorna c’erano ambivalenze italiche. Palermitani nemici della patria e palermitani patrioti. Leoluca Orlando Cascio non era ancora nato, ma viveva e operava un suo antenato e precursore come sindaco di una città (e forse antenato anche nel senso proprio di stipite familiare), il quale patriotticamente guidò la mafia nell’opera di liberazione della decaduta capitale federiciana, in ciò seguendo l’esempio del Generale Garibaldi, che pochi anni prima, alla testa di venti idealisti, 980 avanzi di galera, un assegno scoperto e 3000 mafiosi (per pudore detti ‘picciotti’, ancorché analfabeti e non capaci di capire altro se non il tintinnio delle piastre - chissà perché turche? - generosamente distribuite dai consoli inglesi di stanza), aveva liberato l’intera Sicilia dall’odiato Borbone.
Qualche decennio dopo, il marchese Di Rudinì fu elevato per i suoi meriti a presidente del consiglio dei ministri itagliano e taliano, aprendo la strada a un mafioso più illustre ancora, un componente della seconda generazione di patrioti, il prof. Vittorio Emanuele Orlando, presidente della vittoria nel 1918.
Cornuti e mazziati, il nome dell’illustre guerriero, generale Cadorna, ce lo ritroviamo nella toponomastica dei nostri paesi e città bombardate, insieme a quello del Generale Lamarmora, che non pago della carneficina di Genova, si esibì nella patriottica opera di liquidare i briganti taliani.
Leggo su Corriere Economia del 7 febbraio 2005 il fondo di Edoardo Segantini dal titolo “Quella cosa del Sud che nessuno vuole dire”.
A lettura fatta, mi resta da capire se sono taliano o itagliano. Infatti, io vivo immerso nella mafia, che sicuramente non è cosa italiana, in quanto l’italianità è definita dall’aeroporto della Malpensa, dall’EuroStar (non so se “E’ bello Star in Europa” o se Stella d’Europa), dalla Scala, da Giuseppe Verdi, da Maria Callas e, perché no, anche da Giovanni Verga e dall’Opera palermitana dei Pupi.
Tuttavia potrei anche essere itagliano anch’io, perché sono stato prima fascista e poi antifascista, subito dopo, forse per redimermi, ho fatto l’emigrazione a Melano, sono transitato per Piazza Cairoli e accanto alla Scala, quando vi cantava la Callas e Toscanini vi dirigeva l’orchestra, e anche accanto al Piccolo quando era guidato da Strehler. Insomma sono mezzo taliano e mezzo Itagliano. Ma non tutto Itagliano, come Segantini.
La mafia è taliana e non conosce l’itagliano. E tuttavia intrattiene gran rapporti d’amicizia con i banchieri e i costruttori di Milano, che, come ben si sa, sono Itagliani cosmopoliti (o forse Itagliani apolidi), comunque parlano una lingua EuroUNiversal).
Per combatterla, il collega Segantini suggerisce l’invio dell’esercito. Personalmente sono d’accordo. La mafia, o la si vince militarmente o i vari De Gasperi, Einaudi, La Malfa, Saragat e i Comitati di Liberazione Alta e Bassa Italia continueranno a nasconderla nel sottoscala.
Resta il tema dei Dona Ferentes, dei regali o regalie (o anche sportule o tangenti, vulgo intrallazzi). Cioè il tema di Benetton, Zonin, Melagatti, Pelagatti, Filogatti, Carlusconi, Bruttusconi, Perlusconi, Merlusconi, Pittusconi, che stanno comprando le case a Ortigia e le terre viticole della mafiosa Sicilia, come insegna lo stesso numero di Corriere Economia in altra pagina. Quo vadis, Domine? Questa è la strada maestra dell’itaglianità. Lo anticipai nel 1971, ma nessuno mi credette.
Predissi (L’unità d’Italia, nascita di una colonia) che per redimerci pienamente, gli avremmo venduto la terra come i nostri megaellenici progenitori, e portato doni che li avrebbero messi in sospetto. “Cu nesci, arrinesci”, chi va fuori fa fortuna, cita il Corriere. Stiamo nescendu, anzi nescsimu da 150 anni. Però non pensavo di vivere tanto da fare in tempo a vendere la casa avita a un Serluschese del Trecento. Ecce Domine!
PS. Secondo me, la perfetta talianità dei meridionali si ha con Totò Riina e con questo Cuffaro, di cui – chiedo scusa - mi sfugge il nome di battesimo. Quella degli Itagliani, di edificare dei taliani simili a loro è un pio e cavourristico proponimento, che mai potrà realizzarsi, perché la talianità è dell’Oriente mentre l’itaglianità è dell’Occidente. Se e quando i taliani si faranno anche loro le fabbriche, tutt’al più torneranno a essere come i Danaos prima che intraprendessero l’esercizio di portare doni, non mai Itagliani.
Perché c’è il risvolto dei Dona Ferentes. Anche questo in latino: Graecia capta ferum vincitore cepit, frase che tradotta a senso (storico) dice: i taliani – i quali non vollero combattere a loro difesa, e perciò noi Romani li abbiamo vinti e assoggettati - con i loro artifici (o altro) stanno mettendosi sotto gli Itagliani. Le case, la terra, prendete anche questo. I nobili prediligono gli ambienti storici.
Senza il citato Cadorna, Giovanni Paolo II benedirebbe i credenti dal balcone del Quirinale. Ma i preti, bene o male, furono pagati. A Napoli e in Sicilia, i sabaudi si beccarono non meno di una decina di regge, senza sborsare un centesimo. Il nostro lavoro se prendono già, pagandolo male. Il nostro sottosuolo è loro sin dal maledetto giorno dell’unità. Adesso anche le case, le spiagge, il sole, la terra.
L’attuale caduta della capacità d’acquisto, per salariati e stipendiati, a questo mira. Ma il giorno in cui non vi porteremo più doni (forse) non è lontano.
Nicola Zitara
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domenica 15 aprile 2012
PONTELANDOLFO FINALMENTE SI SVEGLIA di Francesco de Crescenzo
Qualche giorno fa ci è arrivata una richiesta di notizie in merito all’eccidio che nell’agosto del 1861 insanguinò Pontelandolfo, grazioso centro rurale in provincia di Benevento. La cosa ci ha incuriosito dato che l’addetto stampa di quell’Amministrazione chiedeva in particolar modo dati e nomi relativamente agli artefici del massacro.Il 15 aprile scorso è apparso sul quotidiano della Campania IL MATTINO un articolo del sindaco di Pontelandolfo che, per la prima volta in assoluto, ha esposto in modo chiaro ed inequivocabile il diritto alla verità storica, rivendicando con fermezza una “riparazione morale” a quanto subito.Alleghiamo l’articolo, prontamente inviatoci dal nostro Rappresentante della zona nonché collaboratore redazionale il Dott. Ubaldo Sterlicchio, ed un riassunto di quanto accadde in quel tragico 14 agosto del 1861 che vi consigliamo di leggere con molta attenzione. Cap. Alessandro Romano
LA STORIA Pontelandolfo Cronaca di una strage Liberamente tratto da "I Savoia ed il massacro del Sud" di Antonio Ciano A Pontelandolfo come in quasi tutti i paesi del Molise, degli Abruzzi, della Ciociaria, del Matese, del Chietino, degli Ausoni, la bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Tutto un popolo era insorto contro il Piemonte, contro Vittorio Emanuele II. Solo pochi volevano essere servi di uno Stato ritenuto il più retrivo e reazionario d’Europa. Qualcuno proponeva per la repubblica che Mazzini sognava, ma tutto il popolo contadino stava dalla parte dei Borbone. La libertà, la gente del Sud, l’ha sempre conquistata col sangue. Su ordine del Generale Cialdini il 13 agosto 1861 partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti. La colonna era comandata dal Generale Maurizio De Sonnaz, detto “Requiescant” per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l’attacco ad abbazie e chiese.Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Costoro avevano fucilato e violentato migliaia di meridionali, avevano saccheggiato chiese e casolari.I piemontesi, barbari cisalpini e feroci assassini, usarono sistematicamente la violenza per avere il controllo del territorio; usarono la fucilazione come arma di democrazia liberale. Saranno maledetti per sempre da Dio e dagli uomini.Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con a suo fianco il garibaldino del luogo De Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Era l’alba del 14 agosto. A tutto si poteva pensare fuorché ad un eccidio che, a memoria d’uomo, da quelle parti, nessuno ricordava.Alla stessa ora un’altra colonna, sozza quanto la prima, stava dirigendosi verso Casalduni. Era composta da 400 uomini ed aveva per guida il liberal massone Jacobelli, traditore del popolo e servo dei piemontesi; a comandarla era il maggiore Melegari. Entrambe le colonne erano coordinate dal De Sonnaz.Gli ordini di Cialdini erano precisi: distruggere i due paesi e dare una lezione esemplare ai cafoni; dovevano pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.L’intera popolazione di Pontelandolfo doveva pagare per la fucilazione dei soldati del tenente Bracci. De Sonnaz era lì per questo.La banda di Cosimo Giordano bivaccava ad un chilometro da Pontelandolfo, nella selva, tra i monti che dominano la città sannita. I partigiani avvertiti dai pastori e dal loro servizio di informazione capillare, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta (..). Erano tutti armati di fucili e provvisti di cavalli freschi e veloci, pronti a lunghe cavalcate per scoscesi sentieri. (…)Il colonnello Negri, impettito e baldanzoso, sicuro di sé, a testa alta, in sella al suo cavallo nero, attorniato dai suoi sottoposti, con alla destra il traditore De Marco e alle spalle altri due "feccisti" liberali del paese nonché spie, avanzava spedito verso Pontelandolfo, e rivolgendosi al garibaldino disse: "De Marco, oggi assisterai ad una pagina che sarà scritta sui libri di storia; daremo una lezione a questi cafoni, la notizia si spargerà in tutto il Sud che ha osato ribellarsi ai voleri di casa Savoia….."Una scarica di pallottole interruppe il colonnello piemontese. Tutti scesero dai cavalli, qualcuno cadde morto, altri furono feriti., altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali continuavano a sparare nel mucchio, alla cieca, non potendo mirare giusto data l’ora mattutina. La sparatoria durò non più di dieci minuti, fu feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati dall’effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze in campo si diedero alla fuga.I bersaglieri contarono venticinque morti. Il colonnello Negri, anziché inseguire i patrioti di Giordano, diede ordine ad un plotone di comporre le salme dei soldati caduti.Un vero soldato avrebbe dato la caccia a quelli che Negri chiamava briganti e che avevano steso venticinque dei suoi uomini, ma l’ufficiale piemontese, come la maggior parte dei militari savoiardi, era un assassino spietato, un delinquente, un codardo, un pusillanime, e preferì essere iscritto per l’eternità nell’albo dei più feroci criminali di guerra.I cinquecento bersaglieri circondarono il paese, tutti ben appostati, fucili alla mano, pronti a far fuoco. Ad un cenno del colonnello Negri, un plotone, con il De Marco e due liberali, entrò nella città ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Prelevarono dalle loro abitazioni Giovanni Perugino e Iadonisio.Portata a termine l’operazione salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo. Dar fuoco alle case fu cosa facilissima, in quanto i bassi erano colmi di fieno e stipati di legna secca che i contadini erano soliti mettere al riparo per usarla d’inverno. I bersaglierei di alcuni plotoni erano intenti a mettere fascine di paglia agli ingressi delle stalle, con i calci buttavano a terra le porte e con le torce appiccavano il fuoco. I vicoli erano sbarrati da tre o quattro soldati, la città in meno di mezz’ora era diventata un immenso rogo.Iniziò così l’eccidio di Pontelandolfo.L’ora mattutina e soprattutto la convinzione della restaurata libertà facevano fare sonni tranquilli e beati alla popolazione. Alzarsi di botto e vedere quegli assassini che stavano incendiando le loro case provocò, in molti, un’autodifesa naturale.Molti si armarono di roncole e forche ma i fucili dei pennuti piemontesi avevano la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto; altri mentre fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma veniva abbattuto sull’uscio. Pochi riuscivano a raggiungere la fine del vicolo, subito abbattuti dai piemontesi, senza pietà. Grida, urla, gemiti dei feriti, pianti di bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e a fuoco.Tutto il paese bruciava; i lamenti salivano al cielo, ed ancora grida ed urla.Nicola Biondi, contadino di sessantanni, fu legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudarono la figlia Concettina, di sedici anni e la violentarono a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, svenne per la vergogna ed il dolore.Il bersagliere che la stava violentando, quasi indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alzò e le sparò. Il padre della ragazza cercava di slegarsi, usava tutte le forze, cercava di liberarsi dalla fune che lo teneva inchiodato al palo, e nello sforzo il sangue gli usciva dalla pelle. A dare fine al suo tormento e alla sua pena pensarono i bersaglieri con una scarica micidiale. Le pallottole ruppero persino la fune e Nicola Biondi cadde carponi nei pressi della diletta figlia Concettina.Nella casa accanto abitava Santopietro; con il figlio in braccio, stava per scappare, ma fu intercettato dai soldati savoiardi, che gli strapparono il bambino dalle mani e lo freddarono senza misericordia. Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, era il più esagitato, dava ordini, gridava come un ossesso, sembrava ubriaco, forse lo era, sembrava un vampiro. Era assetato di sangue e con la sciabola infilzava i fuggitivi mentre i suoi sottoposti non erano da meno, sparavano, sparavano, sparavano.I cadaveri erano tanti, ma per il colonnello Negri non bastanti per la vendetta e allora ancora a snidare i pontelandolfesi dalle loro case.Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri così ha descritto quell’episodio:"….il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza a snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro.Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo….."Non sappiamo se il maggiore Rossi, il colonnello Negri ed il generale De Sonnaz ebbero una medaglia al valore per quell’azione ardimentosa, ma una cosa è certa: questi assassini, questi criminali di guerra sono stati fatti passare per eroi dalla storiografia ufficiale sabaudo-risorgimentale, molte strade e molte piazze sono ancor oggi a loro intitolate:Via Rossi, maggiore ed Eroe di Pontelandolfo;Via Gaetano Negri, sindaco di Milano ed eroe di Pontelandolfo;Via De Sonnaz, Conte e Generale piemontese, Eroe di Casamari, Perugia e Pontelandolfo;Via Cialdini, Eroe di Gaeta, di Pontelandolfo, Casalduni, Venosa; Montefalcione, Auletta, ecc., ecc.Ecco come il grande Piemonte portava i segni della civiltà cisalpina nella culla della barbarie; ecco come i Savoia intendevano l’unità d’Italia!Il generale Cialdini aveva sempre una coccarda azzurra al petto e dava ordini dalla sua luogotenenza di Napoli al generale De Sonnaz, altro azzurro con coccarda. Il De Sonnaz a sua volta trasmetteva gli ordini assassini al colonnello Negri, anche lui incoccardato con grande stoffa di seta azzurra, che a sua volta illuminava di disposizioni il maggiore Rossi, che prediligeva incendiare interi paesi e sparare su donne e bambini col suo revolver, anche lui incorniciato dalla coccarda azzurra, come incoccardati erano tutti i bersaglieri, compreso il De Wit. Ebbene, questi delinquenti di guerra, questi bastardi del risorgimento italiano stavano portando a compimento l’ennesimo truculento eccidio con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia, fiera di essere italiana, fiera della sua religione, fiera di battersi per l’Altare e per il trono del suo Re. Quando mai gli austriaci nel Lombardo –Veneto usarono simili metodi? Gli austriaci erano tedeschi, cattolici e soprattutto erano soldati e si battevano contro soldati, erano un popolo civile e fiero. I piemontesi, che i romani avevano accomunati all’Italia, come Caino, stavano assassinando e massacrando i loro fratelli napoletani.L’eccidio cominciò alle 4 di mattina. I partigiani, che erano accampati sulle Campetelle, dopo aver ammazzato 25 piemontesi, diedero l’allarme. Uno di essi riuscì ad andare dal sagrestano, prese la chiave del portone del campanile e cominciò a suonare a stormo le campane…..Il paese venne dato alle fiamme, la prima casa che bruciò fu quella dell’arciprete Epifanio De Gregorio ….Un solo guerrigliero fu ucciso (presumibilmente il partigiano che era andato a suonare l’allarme sul campanile)…. Dopo i soldati si abbandonarono al saccheggio e ad atti di lascivia….Alle ore sei metà paese era già in fiamme, i bersaglieri continuarono la mattanza.Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non tornare a rifornirsi al campo base situato fuori il paese, usavano la baionetta in canna al fucile e passavano all’arma bianca i poveri disgraziati di Pontelandolfo.Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.Pochi di quegli eroi conoscevano la lingua italiana, e la maggior parte dei soldati piemontesi, analfabeti ed ignoranti, qualche parola l’avevano imparata al di qua del Tronto, comunque una parola sapevano pronunciare: "Piastre! Piastre!", la dicevano entrando di prepotenza nelle case dei pontelandolfesi: "Dove avete le piastre, piastre o morte". I barbari non si accontentavano delle piastre d’argento borboniche, bruciavano anche le case e ammazzavano senza pietà i loro occupanti.La morte, a volte, valeva una, due, tre piastre. Intanto il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti: persino le statue dei santi furono trafugate! Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14 agosto 1861.Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti, venivano violentate e poi uccise.Due giovani che erano stati salvati dal De Marco in quanto liberali, nel vedere tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro concittadini e contro la loro città, dopo essersi consultati col proprio padre, si diressero verso il colonnello Negri. Non avrebbero dovuto!I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali di Napoli, sognavano un’Italia Una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. La loro adesione al liberalismo fu vanificata da quelle scene di terrore e di orrore; di colpo s’accorsero che il re sabaudo era un macellaio e che il vero liberale era il Re Borbone.Il più giovane aveva finito da poco gli studi all’università di Napoli e stava per cimentarsi nella libera professione dell’avvocatura; il più grande era un buon commerciante di Pontelandolfo.I due benpensanti liberali pontelandolfesi furono accompagnati al cospetto del colonnello Negri dal garibaldino De Marco: L’avvocato si rivolse verso l’ufficiale piemontese, quasi a rimproverarlo: "Sig. colonnello siamo venuti qui da liberali, da unitari e nazionali quali siamo sempre stati a fare pubblica rimostranza per quello che sta accadendo nel paese".Negri:" Cosa sta accadendo?"Rinaldi, così si chiamava l’avvocato:" I bersaglieri stanno incendiando tute le case di Pontelandolfo e stanno uccidendo tutti. In nome di Dio, li fermi!"Negri: "Quei luridi reazionari hanno massacrato quaranta soldati piemontesi, quaranta eroi; per ogni soldato moriranno cento cafoni, capito?"Rinaldi: "Sig. colonnello, ciò che lei dice è contro le più elementari leggi, è immorale, devono essere presi i responsabili e giudicati da un tribunale."Negri: "Da un tribunale? Io conosco un solo tribunale, quello che stai vedendo. La vendetta militare."Rinaldi: " Ma lì non ci sono militari, vi è solo gente indifesa".Negri; "Quella gente ha massacrato quaranta piemontesi e pagheranno con la morte"Rinaldi: "Sig. colonnello, questo è un eccidio, passerete alla storia come un criminale di guerra, un assassino!"Negri:" Guardie, guardieee! Prendete questi due e fucilateli, sono come gli altri, liberali o non liberali, fucilateli."Dieci bersaglieri presero i due, gli svuotarono dei soldi che avevano nelle tasche e li portarono nei pressi della chiesa di San Donato. I due fratelli chiesero un prete per l’ultima confessione, gli fu negato.Istantaneamente furono bendati e fucilati. Morirono gridando ai piemontesi: "Assassini maledetti!"Furono raggiunti dai pallettoni mente sputavano verso il plotone di esecuzione.L’avvocato morì subito mentre il fratello, nonostante fosse stato colpito dalle pallottole era ancora vivo. Il colonnello Negri, si avvicinò e lo finì con un colpo di baionetta.La strage continuò: ogni casa veniva rovistata, saccheggiata, incendiata. I morti venivano accatastati l’un sull’altro, e fra quei corpi vi era anche qualcuno ancora vivo, che per il dolore mordeva il corpo del cadavere sottostante. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani sotto la minaccia delle baionette.Il colonnello Gaetano Negri, il generale De Sonnaz, il generale Cialdini, il maggiore Rossi erano orgogliosi di portare la coccarda azzurra come segno della fedeltà a Casa Savoia. Tutti appartenevano alla casta militare piemontese, tutti di provata fede massonica.Pontelandolfo stava bruciando; i saccheggi continuavano senza sosta come pure gli assassinii.Moltissime donne furono violentate e poi ammazzate; alcune che s’erano rifugiate nelle chiese furono trucidate dopo essere state denudate davanti all’altare. Una, nell’opporre resistenza graffiò a sangue il viso di un piemontese; le vennero mozzate entrambe le mani e poi finita a fucilate. Furono uccisi uomini, donne e bambini. Tutte le chiese furono profanate e spogliate dei doni centenari. Le ostie sante furono gettate, le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati.Due di quei soldati di fede cattolica, rubarono il mantello della Madonna e la corona inghirlandata che cingeva la sua testa. Poiché per un cattolico è peccato mortale profanare i luoghi sacri, i due eroi piemontesi credendo che crollasse la chiesa dopo tale misfatto, fuggirono impauriti. Due settimane dopo, uno di essi tornò davanti alla Madonna spogliata e sfregiata, piangendo ed implorando il perdono, in quanto il compagno che aveva rubato e profanato con lui la chiesa era morto improvvisamente.Dopo ore di stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz fece suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame.I bersaglieri erano stanchi di assassinare, stanchi di correre, madidi di sudore dovuto al caldo afoso di quel giorno d’agosto ed al fuoco che divampava nelle case. A molti sanguinavano le dita e le mani per aver sparato troppo. I loro zaini erano pieni di refurtiva e le loro tasche piene di piastre d’argento.Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati e sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz.La colonna degli eroi infami si diresse verso Fragneto e poi a Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, i piemontesi mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato; e per questo motivo dai beneventani fu chiamata caserma del Gesù.
IL SACCO DEL SUD
di Santo Prontera - da Mondoperaio 3/2010
l clima in cui si va a celebrare il 150° anno dell’Unità nazionale non è certamente il piú adatto alla ricorrenza. Nel prevalente discorso pubblico attuale – pesantemente condizionato dalla Lega, ben al di là del suo peso elettorale – si stenta a riconoscere l’evento come meritevole di adeguato apprezzamento. Sembra che quel grande appuntamento storico non abbia prodotto gli esiti sperati per colpa del Mezzogiorno, inizio e fine di tutti i mali. È veramente cosí? Per la Lega non ci sono dubbi. Tanti opinionisti, però, di dubbi dovrebbero averne, eppure fanno da codazzo mediatico alla stessa Lega. Questo fenomeno solleva necessariamente una domanda: quale tasso di contenuto storico si può rintracciare in tutto ciò che si dice del paese e del Sud, e del rapporto di questo con quello? Il Sud si trova incastrato nella morsa di due realtà di diverso tipo. È realtà la storia, ossia l’insieme dei fatti realmente accaduti; ed è realtà anche l’insieme delle credenze che vivono nella cultura collettiva con riferimento a quei fatti. Le credenze sono realtà in quanto matrici di conseguenze concrete. Le credenze, infatti – indipendentemente dalla corrispondenza tra le stesse e i fatti – hanno il potere di generare comportamenti sociali e, in seguito a questi, anche decisioni politiche.
Nessuno deve fare sconti al Mezzogiorno per gli aspetti di debolezza che esprime sul piano sociale, politico ed etico-politico. Ma non è interesse di nessuno –né dello stesso Mezzogiorno né del paese nel suo complesso- gravare la vita nazionale con una distorta visione dei fatti, che nasce dal ruolo soverchiante assunto dai pregiudizi sui giudizi. È una situazione che scaturisce da un riciclaggio continuo dei pregiudizi di ieri e dai problemi osservati in forma istantanea e non diacronica. A furia di cavalcare i pregiudizi si finisce col dare fiato alle trombe delle posizioni leghiste da un lato ed a quelle delle contro-leghe del Sud, con il rischio di alimentare i processi di spaccatura del paese.
Il Mezzogiorno non è un tutto negativo ed indifferenziato, ma è almeno duplice. C’è un Mezzogiorno positivo che si oppone drasticamente al Mezzogiorno negativo. Ragionare in termini di pregiudizi, e non già di fatti e processi storici e politici, favorisce il secondo e danneggia il primo e l’intero paese. Il Mezzogiorno è certamente un problema, ma non si va da nessuna parte se non si tiene presente che è anche frutto di una storia unitaria alla quale sono mancate diverse virtú. Alla grande cultura nazionale – quando si cimenta con meriti e demeriti del Sud e del Nord – si possono addebitare peccati d’uso della scienza e, diciamo cosí, di ipo-esercizio di ruolo, ma al leghismo, che lo voglia o no, occorre pur dire, schiettamente e direttamente, come diceva Francesco Saverio Nitti, che certamente “i meridionali hanno politicamente tanti torti, ma nemmeno i torti bisogna esagerare!”.
Una tematica come la questione meridionale, demonizzata dalla Lega, non trova ormai da tempo alcuna forma di accesso in determinati ambienti politici e culturali (anche esterni alla stessa Lega). È tuttavia impossibile prescindere dalla stessa se si intende leggere il presente in prospettiva futura. Oggi, in pieno leghismo – sia doc che spurio – è bene rammentare da quale storia venivano le due parti del paese all’atto dell’Unità e cosa avvenne successivamente. Reputando condivisibile l’impostazione di alcuni studiosi e non già quella di chi non è d’accordo col mettere in mezzo cause precedenti l’Unità , ritengo che, per comprendere le radici piú profonde della “questione meridionale”, e quindi per lumeggiare le cause di alcuni aspetti che tribolano il nostro presente, occorra paradossalmente fare almeno qualche accenno intorno ai Comuni, ossia alle libere città dell’Italia centro-settentrionale che dopo l’anno Mille gradualmente sgretolarono il sistema feudale, gettando le basi della modernità e, in definitiva, come ha tra gli altri ampiamente argomentato Luciano Pellicani , dell’attuale civiltà del mondo occidentale.
Nel centro-nord del paese il feudalesimo fu un portato del Sacro Romano Impero di Carlo Magno. Il sud d’Italia, in termini formali e sostanziali, non fece parte di quell’impero. Una parte costituiva una zona d’influenza carolingia esterna all’impero, un’altra parte era inclusa nell’Impero bizantino, un’altra parte ancora era sotto il dominio dei musulmani. A parte i precedenti rapporti dualistici di cui parla Giustino Fortunato , si può dire che fu nel periodo dei Comuni che il Nord e il Sud del Paese presero strade diverse. Anzi, diametralmente opposte. Da un lato il Nord usciva dal feudalesimo (iure langobardorum, frazionabile fra tutti i figli e quindi predisposto ad un indebolimento progressivo che ha facilitato l’avvento delle città) e dall’altro lato il Sud (che fino ad allora ne era rimasto fuori) vi entrava. In quel periodo, infatti, il Sud, per opera dei Normanni, cominciava a fare la sua esperienza feudale (iure francorum; quindi feudo trasmissibile solo al primogenito e caratterizzato da un’importanza politica piú solida) . Prima dell’avvento dei Normanni, le dinamiche socio-politiche del Mezzogiorno erano analoghe a quelle del Nord, ossia caratterizzate dalla tendenza al “particolarismo”. Corrado Vivanti fa opportunamente notare che, negli stessi anni in cui i feudi del Nord si disgregano a vantaggio delle autonomie cittadine, “il particolarismo e il progressivo frazionamento del potere territoriale nel Mezzogiorno bizantino e longobardo sono invece arrestati, e il feudalesimo, nelle sue forme piú perfezionate, impone un processo inverso, diventando la struttura portante del nuovo regno normanno” . Lo stesso concetto si trova in Giuseppe Galasso: “Il particolarismo, la tendenza irrefrenabile ad un processo di progressivo frazionamento del potere territoriale era stata [...] la logica autentica della storia meridionale fino all’arrivo dei Normanni, cosí come lo era stata della storia italiana ed europea dello stesso periodo” .
Pur con tutto il bene che si è detto del Regnum, il dato di fatto è questo: con l’epopea normanna, nel Sud vennero demoliti i presupposti di sviluppo che il Nord cominciava a costruirsi. Sintomatica a tal proposito fu l’esperienza di Amalfi. “Quando il Comune di Firenze era appena bambino – afferma Gaetano Salvemini – la Repubblica d’Amalfi mandava le sue navi per il mediterraneo”. E il suo successo si inquadrava in un contesto sviluppato. Infatti “l’Italia meridionale, la Sardegna e la Sicilia – afferma ancora Salvemini- furono dal secolo X al XIII i paesi piú floridi d’Italia” . Prima in ordine di tempo tra le città marinare, Amalfi decadde non solo per i conflitti con le altre nascenti potenze navali della penisola, ma anche per la perdita di ogni autonomia. E il destino di Amalfi si tirò dietro anche quello di altre incipienti esperienze similari. Galasso fa notare che la realtà meridionale “fino all’arrivo dei Normanni appariva [...] ricca di slancio e di possibilità” e le città meridionali “in epoca pre-feudale avevano acquisito rilievo nelle rispettive regioni per il loro sviluppo verso un regime aristocratico di tipo (se cosí si può dire) paracomunale o precomunale e per la loro forza economica” . La feudalizzazione bloccò questo movimento storico e lo invertí di segno rispetto al Nord.
Il regno normanno
In termini socio-strutturali di lungo periodo, dunque, la fondazione del regno normanno risultò assolutamente deleteria. Le dinamiche sociali innescate per via politica condussero il Mezzogiorno alla perdita di quei ceti che sono la base portante di una moderna società di mercato. A tal proposito Carlo M. Cipolla, proseguendo nel discorso visto sopra, afferma quanto segue: “Ai nastri di partenza dello sviluppo medievale, che vide subito l’Italia porsi all’avanguardia nell’economia europea, non si può certo dire che il Mezzogiorno giungesse in ritardo rispetto al Nord”. La divaricazione avvenne dopo. Infatti i “monarchi normanni (e poi i loro successori svevi e angioini), che erano i maggiori proprietari fondiari del regno, e con essi i cavalieri, i vescovi e gli abati a cui erano andati i grandi feudi concessi dopo la conquista, avevano tutto l’interesse a dare libero corso alla pressante richiesta di grano e di materie prime del Nord e dell’Occidente. D’altra parte i mercanti italiani centrosettentrionali erano rappresentanti di potenze navali, delle quali era inevitabile coltivare l’amicizia e il sostegno. A essi i re non si facevano scrupolo di concedere favori e privilegi commerciali, che evidentemente non avevano alcun motivo di estendere ai propri sudditi. Nei confronti delle sue città la monarchia si sentiva semmai in pieno diritto di limitare le autonomie istituzionali, e anche le ‘libertà’ fiscali, precedenti alla fondazione del regno. Per i mercanti locali diventava difficile sostenere la concorrenza delle aristocrazie commerciali dell’Italia dei comuni, che nelle proprie libere città-stato erano invece riuscite a prendere in mano sia il potere economico sia il potere politico. Ad ogni modo, con il proseguire della rinascita urbana e dello sviluppo tecnologico e manifatturiero dell’Europa, tutta la struttura degli scambi si trasformò in modo da impedire alle città meridionali di continuare a esercitare funzioni autonome di intermediazione fra Oriente e Occidente [...] Da allora , fra le ‘due Italie’, si instaurò una sorta di divisione del lavoro e una relazione economica che non sarebbe piú stata modificata” . Sul piano storico, le conseguenze subite dalla società meridionale ad opera della “gabbia” politica rappresentata dal Regnum furono rovinose. Infatti “l’economia di mercato delle regioni meridionali iniziò a dipendere quasi completamente da manufatti di importazione, sia per i consumi di lusso della nobiltà feudale sia per quelli degli strati sociali medi e inferiori, e alla lunga si trovò anche in difetto di ceti artigiani e mercantili indigeni. Le città meridionali non avrebbero piú avuto modo di conoscere uno sviluppo di tipo industriale e commerciale” .
Alla vigilia del 1900 Salvemini, riferendosi agli effetti del passato feudale sul lungo periodo come ad una delle malattie del Sud, sottolineava e precisava che tale malattia “è antichissima ed è tutta speciale del Mezzogiorno. È la struttura sociale semifeudale, che è di fronte a quella borghese dell’Italia settentrionale un anacronismo [...] Nelle cause di questa malattia non c’entrano né il clima né la razza; le cause sono esclusivamente sociali. Nel secolo XII, al tempo dei Normanni, e nella prima metà del XIII, sotto gli Svevi, nell’Italia meridionale prevaleva la piccola proprietà; e parecchie regioni oggi infestate dal latifondo, dalla malaria e dalla prepotenza dei baroni e dei cavalieri, davano vita ad una popolazione molto piú densa dell’attuale, laboriosa, fiorente di ricchezze. Sotto i Normanni e gli Svevi la nobiltà fu tenuta a freno e talvolta anche oppressa; gli ecclesiastici ebbero ricchezze e potere molto limitati. Il feudalesimo vero e proprio entra nel Mezzogiorno con gli Angioini [...] E la nobiltà feudale usò del suo potere come ha sempre fatto, quando ha potuto affermare la propria supremazia: i piccoli proprietari scomparvero, la campagna si spopolò, le terre comuni vennero usurpate, i diritti piú esosi vennero riscossi dai feudatari divenuti sovrani nelle loro possessioni; e alla fine del secolo XV la rovina delle classi medie era definitivamente compiuta. La dominazione spagnola non fece che aggravare la situazione aggiungendo ai nobili indigeni nobili nuovi” .
In definitiva, la politica del Regnum uccise proprio i ceti che altrove erano (e lo sarebbero stati sempre piú) i protagonisti di una nuova civiltà, ossia i responsabili primari della ricchezza e del progresso materiale e intellettuale. Da questo punto di vista il Sud rappresenta una netta conferma della tesi, ampiamente documentata da Luciano Pellicani nelle sue opere , secondo la quale sono i fattori politici che governano la genesi e lo sviluppo delle dinamiche economiche sul piano storico (e non viceversa). Il Sud, che per certi aspetti era partito in vantaggio sui binari della storia, fu condotto dalle vicende politiche in un buio tunnel.
Lʼindustria dei Borbone
La feudalità nel Sud durò fino alla sua eversione ad opera dei napoleonidi, iniziata nel 1806. In circa otto secoli, dunque, l’economia di mercato da una parte ed il sistema feudale dall’altra plasmarono in modi diversi ed opposti le due parti del paese. Eppure, come si vedrà appresso, la società meridionale, pur avendo perso sui patiboli del 1799 buona parte di un nucleo di classe dirigente di nuovo tipo per vedute e prospettive, non giunse all’appuntamento unitario priva di ogni presupposto di moderno sviluppo. Certamente il Nord aveva dalla sua immensi vantaggi storico – ambientali (il Nord era una normale società “borghese” di fronte ad un Sud semi-feudale), ma il Mezzogiorno, pur con tutti i suoi aspetti di arretratezza, giunse all’appuntamento unitario con un suo nucleo proto-industriale (comparabile con quello del Centro-Nord) che avrebbe potuto funzionare come lievito modernizzante. Sintetizzando, Nitti poteva dire che “al momento dell’unione l’Italia meridionale avea tutti gli elementi per trasformarsi” . Nel momento storico dell’Unità né il Centro-Nord né il Meridione erano società economicamente avanzate. Entrambe le aree misuravano distanze enormi rispetto alle nazioni europee piú progredite. Tanto al Nord quanto al Sud c’erano solo barlumi e balbettii di industrializzazione. Il Sud, comunque, aveva i suoi balbettii e i suoi barlumi, che talvolta sopravanzavano quelli del Nord. Ai fini del discorso che qui si conduce, potremmo semplicemente limitarci a dire che nel Sud, quando giunse a compimento l’Unità, era in atto un interessante processo di industrializzazione, ma, data la tenacia dei pregiudizi che rivestono l’idea del Sud, è opportuno fornire esempi specifici del fenomeno.
Nel saggio La Provincia subordinata, Luigi De Rosa scrive che “nel 1861, come è stato riconosciuto, Napoli e Genova rappresentavano i centri in cui si era concentrata l’industria metalmeccanica”. La presenza industriale al Sud era frutto di iniziative statali e private, sia locali che straniere. “Pietrarsa, l’opificio di maggior rilievo, rivaleggiava, con i suoi 1000 tra operai e tecnici, con l’Ansaldo di Genova – Sampierdarena. Alla vigilia dell’unificazione del paese, aveva già costruito 22 locomotive e fornito le macchine ad alcuni vapori [...] Della costruzione di macchine a vapore si era occupata anche la Guppy e Pattison [...] Era considerata la seconda officina d’Italia”. Vi era poi un “terzo complesso metalmeccanico, la Macry ed Henry”, che produceva “macchine fisse a vapore e di locomobili di discreta potenza”. “A questi stabilimenti – continua De Rosa – andavano aggiunti gli arsenali navali di Napoli e Castellammare di Stabia, che Nitti riconobbe essere stati, al 1861, i piú importanti d’Italia. Nel quinquennio precedente l’unificazione politica del paese quasi ogni anno vi si era varata una nave da guerra”.
Non era questo l’unico settore di importanza rilevante.
“Risultati piú consistenti – aggiunge De Rosa – si erano ottenuti nel settore tessile. In primo luogo, nell’industria del cotone [...] in attività alla periferia di Salerno e nel retroterra di Napoli [...] In un solo stabilimento erano concentrati 40.000 dei circa 500.000 fusi allora in attività in tutta Italia, con oltre 1.500 lavoratori occupati [...] Risultati confortanti si erano ottenuti, grazie alla Società industriale partenopea, anche nel settore della pettinatura, cardatura e filatura del lino e della canapa. Nello stabilimento di Sarno lavoravano 800 operai [...] Né si trattava dell’unico stabilimento del genere. Altri stabilimenti, meritevoli di menzione per la qualità del prodotto, operavano in Piedimonte d’Alife, Pagani, Scafati, Salerno [...] Ancor piú brillanti i risultati ottenuti nel settore laniero, nel quale si distinguevano i lanifici di Sava, Zino, Polsinelli, Manna, Ciccodicola. Quello di Sava [...] per fronteggiare la crescita della domanda, aveva dovuto fare ricorso a subappalti e prendere in fitto altri stabilimenti, adottando una strategia imprenditoriale che gli consentiva la massima elasticità e adattabilità. [...] Importante era anche l’industria della carta. Il suo prodotto [...] era largamente esportato, ad onta dell’alto costo del trasporto, sia nell’Italia centro-settentrionale (a Torino, Milano, Bologna, Firenze) sia all’estero”. Uno dei fattori del successo di questa industria, dice De Rosa, era la possibilità “di ottenere a discrete condizioni la materia prima, cioè gli stracci, i quali nel Napoletano abbonda[va]no ed [erano] di buona qualità” . Dopo l’Unità, tuttavia, questa industria “scomparve quasi del tutto [...] a causa della fortissima diminuzione del dazio sulla esportazione degli stracci: da lire 28,25 a lire 8” . A tutto questo discorso vanno aggiunti la lavorazione della seta a San Leucio, da cui erano usciti i drappi per la Reggia di Caserta, e altri settori di non trascurabile importanza. “Nel complesso –riassume De Rosa- si può dire che metalmeccanico, tessile, carta e cartoni erano assurti a settori – guida della trasformazione industriale [del Sud]. Va da sé che tutte le arti e i mestieri fornivano ai consumatori napoletani una vasta gamma di altri prodotti industriali, alcuni dei quali – come per esempio i guanti, i pianoforti Sievers, i vetri – avevano ricevuto un considerevole consenso anche sul piano internazionale, tanto da alimentare una non insignificante esportazione” .
L’unità leonina
Nel Mezzogiorno di allora queste premesse e promesse di industrializzazione rappresentavano gli aspetti moderni che, opportunamente coltivati e sviluppati, avrebbero potuto gradualmente prendere il sopravvento sugli aspetti di arretratezza. Si trattava, comunque, di un panorama industriale che prosperava al riparo di forti barriere protezionistiche. Non tenendo conto di ciò (per ragioni che qui non vengono approfondite), la politica economica dello Stato unitario, che non aveva autodifese territoriali a carattere federale, ma era emanazione “piemontese”, spazzò via in poco tempo tutto quel panorama. “Il nuovo Regno – dice De Rosa – adottò infatti la tariffa doganale piemontese, di marca cavouriana, e dopo quella toscana, la piú liberista tra quelle praticate negli ex Stati italiani” [1]. Tra parificazione al ribasso delle tariffe interne ed ulteriori ribassi concordati con Stati esteri, ben presto, ossia già nel 1863, “le tariffe napoletane subirono una riduzione di circa l’80%” [2]. Un’autentica cura da cavallo. Risultato: “Nessuno dei settori che avevano registrato segni di modernizzazione e di progresso sfuggí alla crisi” [3].
La “classe industriale” del Meridione espresse invano preoccupazioni e proposte. Non chiedeva di mantenere alte per l’eternità le barriere doganali. “Sollecitava – nota De Rosa – solo la concessione di un ragionevole lasso di tempo per adattarsi alla nuova politica tariffaria. Il suo giornale, L’industria italiana, sostenne piú volte che ‘le tariffe doganali voglion essere gradatamente ridotte; la concorrenza di estere nazioni ammessa solo a gradi a gradi’” [4]. Per dialogare, però, c’è bisogno di un interlocutore disposto ad ascoltare. Si dà il caso che alcuni ministeri rispedirono al mittente le copie della rivista che gli editori si erano permessi di mandare. Gli industriali meridionali avevano di fronte un interlocutore chiuso in astrattismi ideologici (nel migliore dei casi). È ben vero, infatti, che il liberismo era la teoria corrente nei paesi piú sviluppati, ma corrispondeva agli interessi dei medesimi, i quali, in qualità di pesci grossi, tutto avevano da guadagnare in un confronto squilibrato con pesci piccoli. Rosario Romeo ha affermato che quell’astratta ed estremistica politica commerciale è stata indicata da piú parti come “l’inizio della conquista economica del Sud e del regime quasi coloniale di subordinazione del Mezzogiorno al Settentrione d’Italia” [5]. La Giunta provvisoria di Commercio di Napoli, nominata dalle nuove autorità unitarie, in una relazione del 12 giugno 1861, sollecitata dal Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio per conoscere le “condizioni economiche delle diverse province del Regno”, levava forti lamentele circa la scarsa attenzione riservata dal Parlamento alle esigenze dell’apparato industriale meridionale: “Le industrie che oggi fioriscono in questa parte meridionale d’Italia non sono di piccola considerazione, anzi avuto rispetto alle condizioni infelici in cui sono stati questi popoli, può dirsi che il suo progresso industriale sia stato grande, come quello che non è secondo a molti Stati d’Europa, e forse molti ne avanza [...] E però non senza un forte rincrescimento noi della meridionale Italia abbiamo inteso dal seno del nostro Parlamento con leggerezza, e quasi disprezzo farsi nessuna ragione di queste industrie nostrali, anzi averle quasi in dispregio, come cosa vile e da poco”. Nella stessa relazione si faceva notare che le industrie meridionali “non versa[vano] nella piú favorevole condizione, anzi [erano] minacciate di rovina” per via del nuovo sistema di tariffe doganali “che [aveva] ap[erto] improvvisamente la barriera alla concorrenza straniera, senza aver curato quei provvedimenti opportuni per i quali solamente si [sarebbe] pot[uto] andare senza scossa da un sistema protettore a uno opposto” [6]. Come investito da uno tsunami, crollò questo primo modello economico del Mezzogiorno, il quale, perdendo il nucleo di una sua possibile trasformazione, restò con tutti i problemi che successivamente la memoria collettiva ha raccolto.
Dopo il crollo di questo modello economico “industrialista”, per il Sud fu giocoforza orientarsi verso un nuovo “modello”. Fu cosí – dice De Rosa – che l’agricoltura “diventò l’attività principale del Mezzogiorno” [7]. Dapprima divenne grande produttore ed esportatore di cereali e poi, con l’Europa “progressivamente invasa dai grani americani venduti a prezzi del 30-40 % inferiori” [8], potenziò le colture pregiate, come la vite, l’olivo, gli agrumi. Ma neanche per questo modello subordinante e di ripiego ci fu pace. “Questa crescita – scrive De Rosa- subí –come è noto – una drammatica interruzione dopo che fu approvata nel 1887 la tariffa protezionistica voluta da Crispi, su pressione degli interessi centro- settentrionali” [9]. L’industria, che era “ormai concentrata quasi completamente nelle tre regioni del Nord: Lombardia, Piemonte e Liguria” [10], per reggere la concorrenza estera sul mercato interno, chiese con insistenza (e poi, tra il 1877 e il 1878, ottenne) provvedimenti di protezione doganale, gli stessi che erano stati negati a quella del Sud prima che questa finisse nell’archivio dei ricordi. Le nuove tariffe doganali scatenarono la reazione della Francia e a farne le spese fu l’agricoltura meridionale, vittima delle ritorsioni dei cugini d’oltralpe. Infatti, per i mercati dei prodotti agricoli meridionali “il mercato francese, per rappresaglia, si chiuse alle esportazioni italiane”, determinando una caduta dei “prezzi del vino e dell’olio” [11]. Conseguenza diretta di questa disastrosa crisi per l’economia meridionale fu la “crescente e consistente corrente migratoria verso il Nord e il Sud America” [12].
Nordici e sudici
Come mai il Mezzogiorno non riusciva a difendersi sul piano politico? Per via della becera classe dominante, cinicamente utilizzata dalle mene altrui. Scrive De Rosa: “Nel 1899 esplose lo scandalo della corruzione maturata in seno al Comune di Napoli, favorito in larga parte dalle mene degli interessi settentrionali” [13]. Quale fosse in buona parte il tenore della deputazione meridionale in Parlamento e a quali interessi rispondesse, lo disse, con profonda indignazione, Giustino Fortunato. Per lo studioso lucano il governo dell’Italia era “la gran macchina senza onore e senza pudore che fa[ceva] e disfa[ceva] – quaggiú – i deputati, avvocati per il maggior numero, o possidenti incolti e voraci; avvocati, che la deputazione fa[ceva] ricchi; possidenti, che la deputazione fa[ceva] onnipotenti [...] Il Settentrione capitalista e militarista fa i suoi affari, restando al timone dello Stato, grazie alla degradazione politica del Mezzogiorno” [14]. Mentre Nitti scriveva: “Nel 1860, soprattutto dopo il 1876, l’Italia meridionale è stata considerata come il paese destinato a formare le maggioranze ministeriali. I prefetti quasi non hanno altra funzione che di fare le elezioni. Un ex ministro raccontava alla Camera avergli un prefetto dichiarato essere arbitro delle elezioni, poiché poteva mandare tutti i sindaci della sua provincia in carcere. Si è speculato da ogni partito sull’ignoranza e sul dolore. Dove bisognava tagliare il male, si è incrudito. Intere regioni sono state abbandonate a clientele infami” [15]. Dal canto suo Salvemini, spiccio e sanguigno come sempre, tuonava: “Che i settentrionali sfruttino i meridionali, non c’è dubbio, ma che cosa fanno i meridionali per non essere sfruttati? I ‘nordici’ trovano proprio fra i ‘sudici’ i peggiori strumenti del loro sfruttamento economico e politico” [16]. Ancora oggi, del resto, tanti industriali del Nord fanno i propri affari entrando in combutta con le mafie del Sud per lo smaltimento di rifiuti tossici.
De Rosa ha anche scritto una monumentale Storia del Banco di Napoli [17], nella quale si descrivono le singolari vicende dell’istituto bancario partenopeo in rapporto alle altre banche centro- settentrionali. Dopo essere stato ostacolato dal regime borbonico quanto a modernizzazione e strategie di sviluppo, questo istituto bancario non fu meglio trattato dallo Stato unitario. Da quelle pagine emerge con chiarezza, anche per i non addetti ai lavori, quanto il governo sia stato super partes e quanto sia stato giocatore di una squadra in campo. All’atto dell’Unità le banche piú importanti erano due: la Nazionale, con sede al Nord, e il Banco di Napoli. Quest’ultimo, però, disponeva di una maggiore riserva aurea. Dopo l’Unità, alla Nazionale fu subito permesso di aprire filiali nel Sud, facendo cosí concorrenza al Banco di Napoli, ma a quest’ultimo il permesso di aprire filiali al Nord non arrivò prima della fine del 1865. Quali furono le conseguenze? Le filiali della Nazionale aperte al Sud rastrellavano cartamoneta emessa dal Banco e poi, presentandosi agli sportelli del medesimo, chiedevano il cambio in oro, dato che allora era vigente il sistema della convertibilità. In tal modo si operava un vero trapasso di oro dal Banco alla Nazionale. Il risultato non era di poco conto. Le banche, infatti, potevano emettere tre lire di carta per ogni lira di oro posseduto. Ciò significa che, con il favoritismo ottenuto dalla Nazionale, si trasferivano dal Sud al Nord notevoli capacità di credito, a tutto vantaggio del sistema economico del Centro-Nord. Dopo il 1865, però, al Banco di Napoli, con le sue filiali al Nord, fu possibile solo in parte sviluppare la propria attività e la propria azione di difesa nei confronti della Nazionale, perché l’istituto di emissione napoletano fu boicottato. E non solo dalle banche del Centro-Nord. A Roma, ebbe a dire un alto funzionario del Banco di Napoli, il Cuciniello, la carta emessa dall’istituto partenopeo “non [veniva] ricevuta dalle Amministrazioni dello Stato”. Un altro dato interessante, tra i tanti, si riferisce all’emissione di carta- moneta, vincolata al rapporto 1 a 3 rispetto alle riserve auree possedute. Il Banco di Napoli, sottoposto all’azione di drenaggio politicamente coperta, manteneva prudentemente la sua emissione al di sotto delle effettive possibilità; la Nazionale, viceversa, usava sconfinare –evidentemente per motivi opposti- oltre le possibilità consentite dalla legge.
È opportuno considerare alcuni dati significativi. Con l’operazione “drenaggio” effettuata dalla Nazionale le riserve auree del Banco di Napoli, che nel 1863 ammontavano a 78 milioni, si ridussero, alla vigilia del corso forzoso (sospensione della convertibilità cartamoneta/oro) a 43 milioni. La differenza fu acquisita dalla Nazionale, la quale, però, dal 1860 al 1866, vide aumentare le sue riserve auree di soli 6 milioni. Dove finiva l’oro? La Nazionale sosteneva banche piú piccole, di credito mobiliare, impegnate a finanziare un sistema di industrie in crisi. Una nota a margine: al Sud fu impedita la costituzione di banche mobiliari, per operare allo stesso modo che al Nord. In sostanza, il sostegno alle industrie settentrionali veniva assicurato con il trasferimento di oro dal Sud al Nord e con lo strozzamento del credito al sistema industriale meridionale.
Un altro dato significativo è collegato alla legge sul corso forzoso, approvata il 1° maggio 1866. Con tale provvedimento si rese inconvertibile (non si poteva richiedere la conversione di cartamoneta con il corrispondente valore in oro) solo la moneta della Nazionale. Quella del Banco di Napoli restava convertibile come prima e come prima le riserve auree del Banco restavano nel mirino della Nazionale. Nel 1868 la relazione di un’apposita commissione parlamentare stabilirà che non c’era stato alcun reale bisogno del corso forzoso e che tale provvedimento legislativo era stato fatto (al di là del pretesto ufficiale: le necessità collegate alla guerra del 1866 contro l’Austria – ma il corso forzoso durò fino al 1883, ben oltre la necessità –) per evitare il fallimento della Nazionale e delle banche ad essa collegate. In Parlamento il ministro Scialoja, rispondendo all’on. Avitabile, disse che il sacrificio del Banco di Napoli era “una volgare verità”, ma nel contempo quel provvedimento era stata una triste necessità [18].
Chi ha dato e chi ha avuto
Non si vuol fare a tutti i costi i puntigliosi, correndo anche il rischio di dare man forte a rivendicazionismi di bassa lega, ma alcune cose importanti, in periodo di leghismo dilagante e circondato da tante giustificazioni e simpatie esterne, vanno necessariamente rammentate. Subito dopo l’Unità c’è indubbiamente stato un immediato e massiccio trasferimento di richezza dal Sud al Nord. Tra i tanti, De Rosa ricorda che il Piemonte cavouriano aveva appesantito enormemente il deficit di bilancio per modernizzare lo Stato (ma non solo per questo) attraverso infrastrutture di vario genere. Al contrario ai Borbone stava a cuore il pareggio di bilancio nell’ambito di una politica generale che certamente non era propulsiva e lungimirante. Faceva bene Cavour (ma non tutte le spese sabaude erano virtuose; tante erano improprie e persino scandalose!) e facevano male i Borbone. Tuttavia, l’eccessiva disinvoltura dell’aumento del deficit di bilancio aveva portato lo Stato piemontese in uno “stato di bancarotta”, che fu evitato con l’Unità. Infatti, dice De Rosa, “il Regno sabaudo non ebbe difficoltà a scaricare poi sul Napoletano il suo debito pubblico che, da solo, superava l’insieme di tutti quelli degli altri ex Stati italiani; e ad appropriarsi della riserva d’argento [del Regno di Napoli] che garantiva il valore del ducato, imponendo al quale l’equivalente di 4,25 lire gli portò via quasi il 100% del suo potere d’acquisto” [19].
Dal canto suo, Salvemini aveva già fatto notare che “il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti, quando entrarono a far parte dell’Italia una: e la unità del bilancio nazionale ebbe l’effetto di obbligare i meridionali a pagare gl’interessi dei debiti fatti dai settentrionali prima dell’unità e fatti quasi tutti per iscopi che coll’unità nulla avevano a che fare” [20]. Lo stesso Salvemini rammentava ancora che “il Napoletano e la Sicilia erano ricchissimi di beni ecclesiastici [...]; la confisca di tutti quei beni a vantaggio delle finanze dell’Italia una, sottrasse all’Italia meridionale un’enorme quantità di capitale sotto forma di pagamenti immediati all’atto della compera o di pagamenti annuali” [21]. Sul medesimo argomento De Rosa nota che vi fu un “drenaggio di capitali dal Sud che il governo unitario si assicurò attraverso la vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici. Tramite una semplice voltura di nomi nei documenti catastali, mettendo al posto di quello dell’ente pubblico o ecclesiastico il nome di un cittadino napoletano, costui si privava delle sue liquidità o si indebitava” [22]. A fronte di questi flussi di denaro e per quelli derivanti da una tassazione squilibrata a danno del Mezzogiorno, non vi fu un adeguato ritorno al Sud. Quella ricchezza, com’è ampiamente noto, fu spesa prevalentemente per opere realizzate nel Nord. Se l’unità, tanto per far notare un dato di una certa importanza, si fosse realizzata sotto gli auspici dell’idea federalista del lombardo Carlo Cattaneo, le cose sarebbero andate diversamente.
De Rosa ha inteso concludere cosí il suo saggio: “All’ansia del Piemonte di uscire rapidamente dallo stato di bancarotta nel quale si era immerso e all’impazienza di tutta l’Italia settentrionale di assicurasi subito un mercato addizionale per il collocamento dei suoi prodotti, il Sud non seppe opporre le aspettative e gli ideali dei suoi patrioti, che pure avevano sofferto il carcere, l’esilio ed anche la morte per la causa nazionale. Dimenticando che senza la fervida partecipazione della sua popolazione Garibaldi non avrebbe compiuto cosí facilmente la sua impresa, il Sud si adattò all’idea di essere conquistato e annesso alla nuova unità politica, assumendosi cosí anche la responsabilità di non aver contribuito a creare un’effettiva ed efficiente patria italiana” I [23].
Chi gestí l’Unità non fu all’altezza del sentire e del progetto dei migliori tra coloro che l’avevano voluta e realizzata. L’Unità andava fatta; è stato un bene farla. Ma è stata fatta male. Malissimo. Dopo l’impeto poetico (dovuto alla “generazione lirica e tragica”, ossia a quella parte costituita da limpide figure, degne della riconoscenza dei posteri), non poteva che arrivare la prosa, ma è stata una cattiva prosa, in linea con l’ottica mentale di chi aveva guardato all’Unità solo per calcolo. Dobbiamo convivere per sempre con un’Unità fatta male? Dobbiamo costantemente correre il rischio di una disastrosa rottura o comunque sentire ad ogni momento che bisogna farla finita con l’Unità? È giusto dire che va corretta. E per farlo è necessario risolvere la questione del Sud.
Perduta la possibilità di beneficiare di una profonda trasformazione sociale grazie all’egemonia di una moderna cultura tramite lo sviluppo industriale, al Mezzogiorno era rimasta, come forza egemone, la sua zavorra, manovrata da burattinai settentrionali contro gli interessi dello stesso Mezzogiorno, che in definitiva erano interessi della nazione. Sono arcinote, a tal proposito, le feroci invettive di Salvemini contro il rapporto da burattini a burattinai tra determinate forze del Sud con altre del Nord (nel suo linguaggio: tra le mafie del Sud e le mafie del Nord). Significativamente faceva notare che la “spedizione garibaldina fu per la maggioranza dei benpensanti settentrionali un atto di conquista vera e propria” [24]; ma, da spirito unitario e responsabile, ben chiariva, ovviamente, che il Sud e il Nord non erano e non sono solo questo.
La leggenda fiscale
l Mezzogiorno, comunque, anche allora veniva incolpato di tutto. Una leggenda corrente all’epoca riguardava il livello della tassazione. Il Sud, si diceva, paga poche tasse e vive alle spalle del Nord. Si diceva cosí, ma nessuno aveva chiesto il parere a carta e lapis (non c’era ancora la calcolatrice). Questo parere decise di chiederlo Nitti. Ed appurò, come anche altri, che le cose stavano alla rovescia. Il Sud, in proporzione alla sua ricchezza, pagava piú del Nord, non meno. La parte povera del paese era fiscalmente gravata piú della parte ricca ed in piú doveva sopportare la nomea dello scroccone di casa. Fortunato riconosceva non esserci piú “dubbio, dopo le sicure analisi e i minuti raffronti della grande indagine statistica, compiuta dal Nitti: il Mezzogiorno, comparativamente alla sua ricchezza, sopporta un onere tributario assai maggiore di quello che grava l’alta e la media Italia” [25]. La sperequazione venne documentata e ribadita anche da Salvemini: “l’Alta Italia –diceva lo storico pugliese- possiede il 48% della ricchezza totale e paga meno del 40% del carico tributario; l’Italia media possiede il 25 % e paga il 28%; l’Italia meridionale possiede il 27% e paga il 32%. Nel dare, il Meridione è all’avanguardia, nel ricevere è alla retroguardia” [26]. Eppure nel discorso comune non si trova traccia di questi dati. Esiste, viceversa, un generico pregiudizio di tipo opposto.
Agli storici è noto che dopo l’Unità la maggior parte delle tasse del Sud faceva un viaggio di sola andata, ossia non ritornava al Sud sotto forma di investimenti pubblici: lo Stato spendeva mediamente 50 lire per ogni cittadino del Nord e 15 lire per ognuno del Sud. Nel 1900 Nitti ebbe a scrivere: “Quando i capitali si sono raggruppati al Nord, è stato possibile tentare la trasformazione industriale. Il movimento protezionista ha fatto il resto e due terzi d’Italia hanno per dieci anni almeno funzionato come mercato di consumo. Ora l’industria si è formata e la Lombardia, la Liguria e il Piemonte potranno anche, fra breve, non ricordare le ragioni prime della loro presente prosperità [...] Il Nord d’Italia ha già dimenticato: ha peccato anche di orgoglio. I miliardi che il Sud ha dato, non ricorda piú: i sacrifici non vede” [27].
Fortunato era consapevole della necessità di non porre veli sui dati reali e nel contempo era giustamente interessato a bocciare le posizioni faziosamente rivendicazioniste, perché fiutava i pericoli di una polemica condotta fino in fondo. Pertanto, allo scopo di difendere una prospettiva unitaria in condizioni di chiaro ed equilibrato rapporto fra le varie parti del paese, aveva opportunamente argomentato sul comune giovamento – sia pur sbilanciato a scapito del Sud – tratto tramite l’Unità da parte dell’Italia intera.
Dalle pagine di storia patria risulta chiaro che il paese ha conseguito obiettivi di fondo ed è riuscito a crescere notevolmente, sollevandosi dalla penosa condizione in cui era precipitato. È riuscito a crescere grazie ad un insieme di fattori, tra cui una plurisecolare tradizione culturale, l’opera di una “minoranza lirica e tragica” che ha fatto il Risorgimento (pur in presenza di un vario e parallelo materiale umano su cui conviene stendere un velo pietoso), l’azione di minoranze di alto sentire che hanno riconosciuto, assecondato e difeso l’identità costruita dalla storia e curato gli interessi generali.
Sono stati i membri di queste minoranze a farsi costruttori e pedagoghi della nazione. Il panorama odierno non ci dice nulla di nuovo. Oggi, come ieri, le prospettive del paese sono legate alla generosità ed alla tenacia di minoranze attive e lungimiranti. È auspicabile che le minoranze di oggi, che lottano per grandi o piccoli obiettivi politici e civili nelle varie realtà, siano consapevoli dell’importanza della loro azione e della necessità di perseverare.
Andiamo a delineare un quadro di sintesi per capire meglio. La questione meridionale, pur avendo alcuni presupposti precedenti l’unificazione, maturò in seno allo Stato unitario come questione sociale legata al rapporto non felice tra il nuovo Stato e il Sud. È un aspetto che peraltro emerge con chiarezza nelle Lettere meridionali di Pasquale Villari e nelle successive indagini sul Mezzogiorno. La classe dei latifondisti, costituita dalla borghesia agraria e dagli ex baroni, in genere avida e gretta, e storica nemica delle masse contadine, era uscita rafforzata dalle vicende unitarie. Aveva accresciuto il proprio potere economico, catturando quote demaniali destinate ai contadini [28], ed aveva inoltre acquisito nelle proprie mani il potere politico che precedentemente apparteneva in esclusiva alla monarchia assoluta. Le masse contadine, in quella situazione, non vedevano spiragli che si aprivano in rapporto alla loro condizione sociale, bensí spiragli che si chiudevano. Per certi aspetti si venne a determinare una situazione analoga a quella emersa in Francia dopo la Rivoluzione. Questo enorme evento si era concluso con il dominio economico e politico della borghesia, ma il quarto stato aveva di che lamentarsi. Oltralpe questa situazione sfociò in una protesta che prese le forme del socialismo, che peraltro era per tanta parte una produzione intellettuale per il quarto stato e non dello stesso. Date le specifiche condizioni storiche in cui vivevano le classi subalterne meridionali, la delusione dei contadini nel Mezzogiorno –nell’immediato e nel lungo periodo- si manifestò (anche) come alimento del brigantaggio e come massiccio esodo migratorio.
Fatti e pregiudizi
A proposito del primo [brigantaggio], occorre precisare che non fu certamente generato dall’esito del processo unitario, ma fu vistosamente potenziato dallo stesso. Come fa notare anche Vivanti, è sintomatico che Villari, in appendice alle sue Lettere meridionali, riportasse un sintetico ed efficace giudizio di un ufficiale piemontese che aveva partecipato alla repressione del brigantaggio: questo fenomeno “trae unicamente origine dalla triste condizione sociale delle popolazioni, non dagli avvenimenti politici, che se possono aumentargli forza, non basterebbero mai a dargli vita” [1]. Per lumeggiare il rapporto del nuovo Stato con il Mezzogiorno basti ricordare che nel 1873 “una circolare ai prefetti del primo ministro e ministro degli interni, Lanza, invitava ad ostacolare con ogni mezzo l’espatrio dei lavoratori” [2]. La decongestione del mercato del lavoro non era negli spicci interessi dei latifondisti, e con quella circolare il governo correva in loro soccorso. Non si trattava di un fatto episodico. Era un atteggiamento costante. Per farsene un’idea è sufficiente scorrere qualche pagina al vetriolo di Salvemini, il quale descriveva con somma indignazione i comportamenti che assumevano al Sud le istituzioni statali. La tirannia dello spazio non ci consente di portare degli esempi, ma si può in qualche modo immaginare cosa possa esserci dietro parole di questo genere: “Un uomo del Nord – diceva – non ha la minima idea di ciò che [determinate denunce] significhino, perché il piú forcaiuolo e camorristico governo di questo mondo non si permetterebbe mai nel Nord neanche la millesima parte di ciò che si può concedere il governo piú liberale e onesto nel Sud” [3].
Lo Stato non si presentava come equo e garante per tutti. Verso le masse, e non solo, assumeva un volto persecutorio ed oppressivo. Fa allora meraviglia se ancora oggi lo Stato viene visto come “nemico”?. Un fenomeno sintomatico del modo in cui viene percepito lo Stato si verifica continuamente sulle strade. Allorché incontrano una pattuglia delle forze dell’ordine posizionata per servizio, tantissimi automobilisti azionano le luci lampeggianti per segnalare il “pericolo” agli automobilisti – perfetti sconosciuti – che incrociano. È una sorta di solidarietà che scatta tra lepri di fronte al cacciatore. In Svizzera avviene l’esatto contrario.
Nell’universo mentale collettivo, il rapporto tra immagine corrente del Sud e dati reali non ha avuto fortuna neanche dopo la prima fase dell’Unità. Procediamo schematizzando e saltando anche fasi importanti. All’epoca della prima guerra mondiale l’industria, ormai concentrata al Nord, doveva sostenere con la sua produzione lo sforzo bellico; di conseguenza nelle trincee non potevano, per ragioni ovvie e incontrovertibili, andare gli operai, bensí i contadini; quindi, per tanta parte, i contadini del Sud. La guerra, però, fu un potente fattore di sviluppo dell’apparato industriale nazionale. Il miracolo economico del secondo dopoguerra fu anche dovuto al contributo, interno ed esterno, dei lavoratori meridionali. Contributo interno: le industrie avevano bisogno di manodopera e tanta parte fu fornita dal Sud attraverso l’emigrazione interna. Primo contributo esterno: per funzionare, le industrie avevano bisogno di carbone e fu a tal riguardo decisivo il contributo dell’emigrazione in Belgio, in gran parte meridionale; infatti, fu stipulato un accordo tra Belgio e Italia: per ogni 1000 operai italiani che lavoravano nelle miniere, il Belgio si impegnava ad esportare in Italia 2500 tonnellate di carbone al mese. Secondo contributo esterno: il massiccio flusso migratorio in Europa alimentò con le rimesse in valuta il mercato meridionale, che svolse un ruolo decisivo per il decollo dell’industria settentrionale.
Quanto alla Cassa per il Mezzogiorno, istituita nel 1950, opportunamente viene ricordato da De Rosa che “al finanziamento della Cassa, nella sua originaria impostazione, non contribuí affatto la finanza pubblica italiana, e quindi il contribuente dell’Italia centro- settentrionale o del Mezzogiorno, ma la finanza pubblica statunitense” tramite il Piano Marshall [4]. Giova ricordare che la Cassa, benché si chiamasse “per il Mezzogiorno”, era in realtà uno strumento per risollevare le sorti di tutte le aree depresse. “Il programma della Cassa – pertanto – non riguardava soltanto il Mezzogiorno, ma anche la Maremma toscana e laziale, il Delta del Po, il basso Friuli, il fiume Arno, etc.” [5]. Fatto rilevante, e per tanti aspetti ovvio, data la struttura del sistema economi- co italiano: circa un terzo della spesa della Cassa fu assorbito dal Centro- Nord” [6].
Meno ovvi furono alcuni furbeschi dirottamenti di fondi dal Sud ad aziende del Nord. “Ad ostacolare l’industrializzazione del Sud – scrive sempre De Rosa – contribuí anche la tendenza a favorire la grande industria [...] Era stabilito che le infrastrutture consortili fossero a intero carico della Cassa, e quelle private ricevessero da essa solo un contributo del 40%. Ma questa distinzione fu aggirata in molti casi. Come riferisce Petriccione, che della Cassa fu autorevole consigliere di amministrazione, bastava ‘che due o piú imprese effettivamente indipendenti (o appositamente costituite) abbisognassero di una infrastruttura, perché questa venisse dichiarata consortile, fruendo del contributo dell’85% anziché del 40%’ “ [7]. Come tante volte è accaduto, in questi casi i fondi effettivamente usati per il Mezzogiorno erano inferiori a quelli formalmente dichiarati.
Tante volte si è quindi impropriamente potuto parlare di fiumi di denaro destinati al Sud: si trattava di denaro che il Sud in realtà non ha mai visto. Un fenomeno clamoroso, da questo punto di vista, è stata la spesa nominalmente straordinaria che diventava sostitutiva di quella ordinaria. A tale proposito l’economista Gianfranco Viesti mette bene in evidenza lo scarto tra cifre nominali e cifre effettivamente fruite dal Mezzogiorno quando afferma che spesso la “spesa ‘straordinaria’ sostitui[va] la spesa ordinaria: nelle regioni del Sud ven[ivano] realizzati, con l’ausilio delle risorse straordinarie della Cassa, strade e ferrovie, impianti elettrici e di telecomunicazioni, che l’ANAS, le Ferrovie dello Stato, l’ENEL e la SIP effettua[va]no nel resto del paese con le loro risorse ordinarie”. Il Sud, dunque, finiva spesso per avere somme “straordinarie” gonfiate di aria fritta. Data la propaganda fatta sulle cifre “straordinarie”, però, “l’opinione pubblica del Nord si convince che colossali risorse sono utilizzate (e in gran parte sprecate) nel Mezzogiorno” [8]. “Eppure – scrive De Rosa- l’intervento straordinario, come dimostrò lo stesso Saraceno, non era costato allo Stato italiano piú dello 0,50 % del reddi-to nazionale: quasi niente, rispetto a quanto erano costati all’Italia lo sviluppo e la preservazione dell’industria centro- settentrionale” (che ovviamente è interesse e patrimonio nazionale, come interesse e patrimonio nazionale dovrebbe essere lo sviluppo del Sud) [9].
La questione settentrionale
Generalmente si pensa che, comunque, l’intervento straordinario, che in realtà è stato straordinario solo in parte, avrebbe potuto sviluppare il Mezzogiorno, ma, precisa De Rosa, “se guardiamo all’intervento straordinario attuato nell’ultimo dopoguerra –come ha osservato giustamente Cafiero- ‘l‘intervento nell’area non pot[eva] essere sufficiente a determinare il decollo dell’economia meridionale’” [10]. Ma lo sviluppo del Sud, dice ancora De Rosa, è un obiettivo mancato dallo Stato unitario anche per via di “un’incapacità” che ha un “vizio d’origine: di avere cioè negato al Mezzogiorno, al momento dell’unificazione politica, l’autonomia necessaria e indispensabile per adattare entro un ragionevole lasso di tempo la sua concreta struttura all’indirizzo di politica economica perseguito dalla nuova classe dirigente” [11]. Nel discorso pubblico, dunque, diventa un peso il contributo nominale al Sud, ma non fanno peso ed opinione i dati appena espressi ed i fiumi di denaro che sono stati effettivamente fruiti dal Nord con una infinità di leggi, opportunamente citate da De Rosa, della cui dotazione il Sud ha beneficiato per lo 0,4%, 0,5%, 7%, 9% e via dicendo [12]. Un altro dato, non certamente marginale ai fini di un discorso di equità e di sviluppo: fino al 1961 (nazionalizzazione dell’energia elettrica) il Sud ha pagato tariffe elettriche “piú onerose” [13]. Ma il Sud, come dice la vulgata della Lega, non paga meno tasse del Nord? Per il passato, dati alla mano, Nitti ha dimostrato quanto fosse lontana dalla realtà questa convinzione. Ed oggi? Idem. Per appurarlo è sufficiente consultare i dati ufficiali, che Viesti ha messo a disposizione del grande pubblico mediante due saggi pubblicati di recente [14]. Si è spesso detto che negli ultimi venti anni di attività della Cassa per il Mezzogiorno si sono registrati sperperi di pubblico denaro. C’è qualcuno che può ragionevolmente negarlo?. Assolutamente no. Quando si levano queste sacrosante lamentele, tuttavia, sul banco degli imputati sale solo il Sud (in forma indistinta, peraltro). Come già accennato, si tace sulle responsabilità delle tante imprese del Nord che hanno beneficiato di quegli sperperi, talvolta organizzandoli. Tutti colpevoli e dunque nessun colpevole? Non è questa la logica che qui si vuole proporre. Gli sperperi e i latrocini sono fenomeni che vanno combattuti indipendentemente da chi e da quanti siano i responsabili. Si vuole semplicemente dire che la Lega e il suoi seguaci (interi o all’acqua di rose) non possono tenere insieme tre cose che non si conciliano: a) aver incassato notevolmente ieri; b) scaricare oggi sul solo Sud tutte le responsabilità, con contorno di contumelie; c) lanciare angelici saluti di addio. Non si può approfondire l’argomento complessivo, perché qui – ancora una volta per ragioni di spazio – la maggior parte del discorso resta necessariamente dietro le quinte, ma sul punto giova lasciare la parola a Giovanni Russo quando cita un dato significativo per capire che c’è un Mezzogiorno niente affatto indulgente, ma anzi decisamente stanco, nei riguardi di certe pratiche malsane. Russo rammenta che a suo tempo c’è stata una “raccolta [di] firme per il referendum che intende[va] abrogare gran parte dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno” e fa osservare che “metà di quel milione e piú di sottoscrizioni provenivano dal Sud” [15].
È la questione settentrionale che agita il sonno a Bossi. Di che si tratta? Può essere schematizzata con le parole di Viesti. Dopo aver sintetizzato alcuni pregiudizi correnti sul Sud, tipo “la storia del Mezzogiorno è storia di sprechi infiniti, ripetuti in tutte le forme immaginabili, che hanno solo aggravato i problemi di quelle regioni”, l’economista pugliese dice: “Peccato che tutte queste opinioni siano espresse, normalmente, senza portare alcuna prova documentale; sulla base del sentito dire, della conoscenza episodica, della lettura di un articolo di giornale” [16]. Come ai tempi di Nitti, anche oggi le cifre dicono una cosa e i pregiudizi affermano altro. E Viesti lo dimostra puntualmente: “Fino agli anni Sessanta la spesa pubblica italiana era molto inferiore a quella degli altri grandi paesi europei, e largamente inferiore era la tassazione; con gli anni Settanta sono state realizzate importanti riforme che hanno notevolmente modificato questo quadro: dai cambiamenti nel sistema pensionistico al nuovo sistema sanitario nazionale” [17]. Queste riforme hanno comportato una notevole spesa non bilanciata da un corrispondente aumento della pressione fiscale. Negli anni Settanta e Ottanta il “Centro-Nord aveva un flusso di spesa pubblica pari al suo gettito fiscale” [18]. Il suo dare in termini di tasse, insomma, era pari a quanto otteneva. Il Sud, però, area economicamente debole, otteneva piú di quanto dava e questa differenza “era finanziata con nuovo debito pubblico. Lo Stato italiano si indebitava prevalentemente con i piú ricchi cittadini del Centro-Nord, a cui pagava lauti interessi per garantire la spesa al Sud. Ma cosí il debito pubblico italiano è cresciuto dal 55% al 120% del PIL” I [19]. In quelle condizioni, insomma, il Nord non solo non ci rimetteva in termini immediati, ma anzi ci guadagnava, dato che in misura maggiore beneficiava degli interessi sul debito pubblico.
Con quella situazione di bilancio, però, che registrava un debito pubblico del 120%, lo Stato si veniva a trovare sull’orlo della bancarotta. Occorreva apprestare dei rimedi. Il risanamento delle finanze pubbliche “ha comportato piú un aumento della pressione fiscale che una riduzione della spesa” [20]. Fu allora che cominciò a cambiare qualcosa. Aumentò la pressione fiscale (al Nord e al Sud), ma con una differenza. Il gettito fiscale del Nord non ritornava piú, grosso modo tutto intero, alle regioni di provenienza, ma una parte veniva utilizzata per compensare la minore capacità fiscale del Sud, meno ricco. Nella nuova situazione, tanto il Nord quanto il Sud avvertivano il maggior peso fiscale e nel contempo percepivano un corrispettivo non soddisfacente in termini di servizi pubblici. Questa nuova situazione finanziaria e questa insoddisfazione sono alcuni degli aspetti etichettati come questione settentrionale. La distanza tra accresciuto peso fiscale e scarsa qualità dei servizi pubblici, dice giustamente Viesti, non è un fatto localizzato al Nord, ma coinvolge tutto il Paese. Pertanto, afferma, sotto questo profilo, “la definizione [ossia, la questione settentrionale] è assai impropria: la questione vale a tutte le latitudini, è una vera e propria questione italiana”. [21].
Dove va la spesa pubblica
C’è un particolare, tuttavia. È vero che la crescente pressione fiscale grava sia sul Sud sia sul Nord, ma ora, a differenza di prima, il Nord paga anche per il Sud (anche se, come vedremo, non di piú rispetto al Sud, bensí – in proporzione – di meno). Da qui la protesta, che ha trovato il proprio paladino nel movimento leghista. In termini brutali, il messaggio e l’obiettivo sono chiari: ognuno si arrangia con i soldi che ha. Che un simile modo di pensare appartenga a Bossi e sodali non fa meraviglia. Desta meraviglia e perplessità, invece, che sia fatto proprio anche da Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, e della sua assemblea regionale. Secondo Formigoni, seguace esterno di Bossi, le risorse fiscali non sono dello Stato, ma “appartengono” alle regioni “perché sono del cittadino che paga” [22]. È sulle sue posizioni, come accennato, la maggioranza di centro – destra; ma, dal canto loro, i gruppi che poi hanno dato vita al Partito Democratico non sono andati oltre l’astensione sulla relativa proposta di legge approvata nel 2007 dalla Regione Lombardia per inviarla al Parlamento. Ancor piú meraviglia desta una simile impostazione quando viene fatta propria a livello nazionale. Come ricorda Viesti, infatti, quella proposta diventa un obiettivo esplicito del programma elettorale del Popolo della Libertà nel 2008 [23].
Bisognerebbe ricordare che il Sud, nei primi quaranta anni di vita unitaria, ha versato all’erario, senza ritorno, circa 100 milioni di lire in piú del dovuto? Il Mezzogiorno, che avrebbe dovuto avere sussidi per via delle sue condizioni, dava di piú a tutto vantaggio del Nord. Ricordarlo a Formigoni e Bossi serve sul piano polemico e su quello della verità storica, ma non è su quella via che va indirizzato seriamente il discorso. Uno Stato non dovrebbe avere per obiettivo e consuetudine la logica degli egoismi, bensí quella di un’equilibrata distribuzione delle risorse in base a criteri di solidarietà (principio peraltro stabilito dalla Costituzione, come opportunamente ricorda Viesti). Ad ogni buon conto, il Nord è quello che è in virtú di un passato dal quale, piú che dare, ha avuto. Ed ora si converte alla logica del “chi ha avuto ha avuto; chi ha dato ha dato”?
Inoltre, la Costituzione stabilisce due principi: la tassazione progressiva, in virtú della quale paga piú tasse chi ha piú reddito, e la perequazione per i territori piú deboli sul piano economico. Cosa ne deriva? A parte ogni considerazione di carattere civile circa la solidarietà nazionale – civile, appunto, e non pelosa – ed a parte la considerazione già fatta circa le radici storiche dell’attuale benessere delle regioni del Nord, sviluppando fino in fondo la ratio della posizione egoistica e immemore della Lega, si dovrebbe giungere alla conclusione che, per simmetria di strampalato ragionamento, anche i piú ricchi cittadini dello stesso Nord potrebbero adottare la medesima linea di ragionamento e rivendicare per sé il gettito fiscale di loro competenza. Ben si vede dove si può arrivare, di piccineria in piccineria. Può una nazione impigliarsi in simili sterpaglie? Si può anche comprendere la sopravvivenza di pulsioni tribali in qualche sottocultura, ma non si può ammettere che questa sottocultura infetti la nazione nel suo complesso.
Bossi e sodali hanno forse ragione sulle tasse? Il Sud paga forse meno del Nord? Se cosí fosse, dato che è la parte meno sviluppata del paese, sarebbe normale. Ma i dati che si possono reperire tranquillamente, e doviziosamente forniti da Viesti, conducono alle stesse conclusioni a cui giunsero ieri Nitti ed altri studiosi. Il Mezzogiorno, in altri termini, dovrebbe in proporzione pagare di meno e invece paga di piú: “Fra il 1996 e il 2006 le entrate fiscali pro capite al Sud sono cresciute del 56,4% [...] [e] nel Centro- Nord del 36,4%, pur in presenza di una crescita economica grosso modo simile fra le due aree”. Come si spiega? “Con meno risorse disponibili –dice Viesti- enti locali e Regioni del Sud hanno utilizzato la propria capacità di imposizione fiscale. L’addizionale IRPEF in media è dell’1,23% al Sud e dell’1,03 al Nord; la leva fiscale dei Comuni dell’81,1% al Sud e del 69,1% al Nord. [In definitiva] i cittadini delle regioni piú povere (e con meno servizi pubblici), a parità di reddito, pagano piú tasse” [24].
D’accordo, pagano piú tasse; però – si potrebbe pensare- introitano bastimenti di trasferimenti pubblici che derivano da tasse pagate da altre regioni. Un aspetto dell’argomento (il principio di perequazione territoriale, con l’aggiunta delle radici storiche dell’attuale ricchezza del Nord) è già stato trattato prima. Resta da vedere quanto il Sud dovrebbe avere e quanto in realtà ottiene. Non è possibile riportare tutti i dati contenuti nel saggio di Viesti, ma vale la pena notare quanto segue: “Nel 2006 le spese per investimenti pubblici sono ammontate a 58,3 miliardi di euro nel Centro-Nord (72% del totale) e a 16,3 miliardi di euro nel Mezzogiorno. Nella media 2000-2006 gli investimenti pubblici pro capite sono stati 680 euro al Sud e 946 euro al Centro-Nord, con uno scarto che si è significativamente ampliato nel tempo” [25]. Ed è oltremodo significativo quanto Viesti fa ancora notare: “Scopriamo cosí, guardando alle cifre ufficiali, che tutta questa colossale spesa per lo sviluppo del Sud negli ultimi dieci anni non c’è stata, cosa curiosamente sfuggita a tanti dotti commentatori” [26]. Ma a quale ammontare, espresso in percentuale sul totale, aveva diritto il Sud? Fatti tutti i calcoli, tra risorse interne e comunitarie, avrebbe dovuto avere il 45%. [27]. Questo obiettivo, “che – dice Viesti – i diversi governi di centro-sinistra e di centro-destra si erano dati, non è mai stato raggiunto” [28]. Perché? Perché ancora una volta ciò che doveva essere “straordinario”, e quindi aggiuntivo, è stato “sostitutivo di mancata spesa ordinaria” [29], che è rimasta nelle casse dello Stato. Il Sud, in definitiva, ora come allora (Cassa per il Mezzogiorno), non ha ottenuto quanto era stato concordato. Eppure, nonostante ciò e tra le mille difficoltà che incontra ovunque ogni area arretrata, il Sud è cambiato e sta cambiando, grazie all’impegno tenace ed alle lotte della sua parte onesta e responsabile contro la parte che costituisce una pesante zavorra.
Per concludere, pur senza avere esaurito l’argomento, andiamo a verificare la spesa corrente. È almeno lí che il Sud ottiene di piú? “Il cittadino del Sud – riporta Viesti, riferendosi ai luoghi comuni- riceve troppo rispetto a quanto riceve un cittadino del Nord. Questa ipotesi, di senso comune in Italia e su cui moltissimi, indipendentemente dalla latitudine a cui vivono si sentirebbero di convenire, è perfettamente verificabile. Ma, sorpresa, è falsa. Nel 2006 la spesa pubblica pro capite è stata in Italia pari a 14.141 euro. Il valore sale a 15.719 euro nel Centro-Nord e scende a 11.253 nelle otto regioni del Mezzogiorno. Dunque, un cittadino del Sud, in media, beneficia di una spesa pubblica corrente del 28% inferiore rispetto a un cittadino del Centro-Nord. Tale scarto è rimasto costante nel corso degli anni: quello che vale per il 2006 vale anche per gli anni precedenti” [30]. Anche se incompleto, questo quadro di dati smentisce la vulgata leghista circa la questione del Meridione e ribadisce il concetto del Mezzogiorno come questione nazionale.
Mi dispiace, ma io non voglio fare l'Imperatore
Mi dispiace, ma io non voglio fare l'Imperatore, non è il mio mestiere. Non voglio governare, né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti se possibile: ebrei, ariani, neri o bianchi.
Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci l'un l'altro. In questo mondo c'è posto per tutti, la natura è ricca ed è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l'abbiamo dimenticato. L'avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell'oca, verso l'infelicità e lo spargimento di sangue.
Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l'abbondanza ci hanno dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l'abilità ci ha resi duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d'intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.
L'aviazione e la radio hanno ravvicinato le genti: la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell'uomo, reclama la fratellanza universale, l'unione dell'umanità. La mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l'uomo a torturare e imprigionare gente innocente.
A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L'infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell'ingordigia umana: l'amarezza di coloro che temono le vie del progresso umano. L'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. Qualunque mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.
Soldati! Non consegnatevi a questi bruti che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Non vi consegnate a questa gente senz'anima, uomini-macchina, con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore!
Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l'amore per l'umanità! Non odiate! Sono quelli che non hanno l'amore per gli altri che lo fanno.
Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nel cuore degli uomini.
Non di un solo uomo, non di un gruppo di uomini, ma di tutti voi. Voi, il popolo, avete il potere di creare le macchine, di creare la felicità, voi avete la forza di fare che la vita sia una splendida avventura. Quindi in nome della democrazia, usiamo questa forza, uniamoci tutti e combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia agli uomini la possibilità di lavorare, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza.
Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Mentivano: non hanno mantenuto quella promessa e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo, allora combattiamo per quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, l'avidità, l'odio e l'intolleranza, combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.
Soldati uniamoci in nome della democrazia!
Hannah, puoi sentirmi? Dovunque tu sia abbi fiducia, guarda il cielo.
Hannah! le nuvole si disperdono, comincia a splendere il sole. Poi usciremo dall'oscurità verso la luce, vivremo in un mondo nuovo, in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio e della loro brutalità..
Guarda il cielo, Hannah! L'animo umano troverà le sue ali e finalmente comincerà a volare sull'arcobaleno.
Guarda il cielo, Hannah! Guarda il cielo!
Charlie Chaplin - Discorso finale da "Il grande dittatore"
Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci l'un l'altro. In questo mondo c'è posto per tutti, la natura è ricca ed è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l'abbiamo dimenticato. L'avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell'oca, verso l'infelicità e lo spargimento di sangue.
Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l'abbondanza ci hanno dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l'abilità ci ha resi duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d'intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.
L'aviazione e la radio hanno ravvicinato le genti: la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell'uomo, reclama la fratellanza universale, l'unione dell'umanità. La mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l'uomo a torturare e imprigionare gente innocente.
A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L'infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell'ingordigia umana: l'amarezza di coloro che temono le vie del progresso umano. L'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. Qualunque mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.
Soldati! Non consegnatevi a questi bruti che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Non vi consegnate a questa gente senz'anima, uomini-macchina, con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore!
Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l'amore per l'umanità! Non odiate! Sono quelli che non hanno l'amore per gli altri che lo fanno.
Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nel cuore degli uomini.
Non di un solo uomo, non di un gruppo di uomini, ma di tutti voi. Voi, il popolo, avete il potere di creare le macchine, di creare la felicità, voi avete la forza di fare che la vita sia una splendida avventura. Quindi in nome della democrazia, usiamo questa forza, uniamoci tutti e combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia agli uomini la possibilità di lavorare, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza.
Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Mentivano: non hanno mantenuto quella promessa e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo, allora combattiamo per quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, l'avidità, l'odio e l'intolleranza, combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.
Soldati uniamoci in nome della democrazia!
Hannah, puoi sentirmi? Dovunque tu sia abbi fiducia, guarda il cielo.
Hannah! le nuvole si disperdono, comincia a splendere il sole. Poi usciremo dall'oscurità verso la luce, vivremo in un mondo nuovo, in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio e della loro brutalità..
Guarda il cielo, Hannah! L'animo umano troverà le sue ali e finalmente comincerà a volare sull'arcobaleno.
Guarda il cielo, Hannah! Guarda il cielo!
Charlie Chaplin - Discorso finale da "Il grande dittatore"
sabato 14 aprile 2012
BRIGANTI
Il sangue è passato ancora,
sopra questa terra amara.
La morte si fa destino,
lo sfregio diventa storia.
Il ferro delle baionette fuoriesce
dal corpo dei padri
davanti agli occhi dei
loro figli.
Piangono senza riuscire
i piccoli bambini, nudi.
L’Italia crescerà con
l’arte della rabbia e del rancore.
Saranno cittadini senza nessun onore
saranno terre lontane, lacrime, bastimenti
il mezzo per dimenticarsi i torti
subiti e dei tradimenti
per non assaggiare i comandi
dei soldati nelle nostre case.
Gli insulti, i tormenti, le umiliazioni
che entrano nelle ossa.
E sarà l’arte di continuare
a vivere senza credere
più a nessuno.
Sarà l’arte di imbrogliare per
non andare a letto a digiuni.
Saranno “guappi”, “pettegole”,
ladri, santi, ruffiani.
Saranno duca e “zantraglie”, preti
e ciarlatani.
Profumi nei palazzi, sottane e “parapalle”,
bassi, umidi e scuri, con l’alito di cipolla.
Una pizza con il nome di regina
di chi fu nemico fino a ieri.
I nipoti di chi fu brigante
saranno carabinieri.
Sarà una ferita aperta sotto
l’acqua ed il sole.
Un corpo che si spegne senza
emanare un odore.
Un grido senza voce che attraversa
le terre e le città.
Un pensiero tormentoso senza
nome che la notte ti viene a trovare.
Gente senza pace troverà le parole
giuste per nascondere meglio
le verità che non vuole dire.
Sarà allontanarsi sempre
da ciò che tocca il cuore.
Sarà dimenticarsi dell’innocenza,
sarà rendere più duro l’amore,
sarà recitare la commedia per
le strade e nei letti,
sarà far soffrire l’altro
solo per fargli un dispetto.
E il freddo scava la coscienza,
e l’onestà diventa uno sfizio.
Per le genti della mia terra
non ci sarà mai giustizia.
Ma io canto, canto per tutti.
Canto per dare coraggio,
canto per dare speranza.
Canto per la dignità degli uomini
che tanto abbiamo avuto.
Canto un canto di uomini
che sono stati.
Briganti
Garibaldi e i mille lanzichenecchi
ARTICOLO TRATTO DA PANORAMA DEL 18 MARZO 2010 A PAGINA 155
RISORGIMENTO SOTTO ACCUSA
Le prime parole sono un pugno nello stomaco: «Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono per sempre molti paesi in perazioni “antiterrorismo” come i marines in Iraq». E siamo solo agli inizi. «Ignoravo che in nome dell’unità azionale i fratelli d’Italia ebbero pure diritto al saccheggio delle città meridionali come i lanzichenecchi a Roma.
E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile».
È un atto di accusa a viso aperto Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud inventassero meridionali scritto dal giornalista Pino Aprile, in libreria a metà marzo per la Piemme. Un atto d’accusa di 300 pagine in stile brillante e tono acceso, che partendo dal Risorgimento entra come un
ariete nella polemica sui retroscena e i metodi con i quali fu portata a termine l’unificazione nazionale, di cui nel 2011 si celebrano i 150 anni.
Sul banco degli imputati la monarchia sabauda, la massoneria, l’Inghilterra e la mentalità di «quelli del Nord», con la violenza di ieri e i pregiudizi di oggi. Nell’aula immaginaria della storia, a chiedere giustizia,
la gente del Sud con le proprie ragioni e le aspettative tradite.
Fra gli uni e gli altri, Giuseppe Garibaldi e la spedizione dei Mille. «Ovunque si fermino» scrive Aprile prendono possesso delle migliori residenze: i proprietari, a volte, non troveranno più manco le posate. Quando Garibaldi si sistema nella reggia borbonica, i suoi la spogliano di qualsiasi cosa si possa vendere. Finiranno in fondo al Tirreno, con la nave sulla quale li trasportava Ippolito Nievo, 12 bauli di documenti sulla gestione dei quattrini razziati per l’impresa». Nel «sacco del Sud», dice Aprile, il tesoro sottratto al Regno di Napoli ebbe un costo: «443 milioni di lire-oro (dei 664 di tutta l’Italia messa insieme)».
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